Centro Salam di Emergency a Khartoum

Un giorno potrebbe diventare un marchio che qualifica lo spirito di un intervento sanitario: EQS, un acronimo che stia per equality, (uguaglianza di diritti), quality (qualità dell’assistenza) e social accountability (responsabilità sociale).
E’ questo il tripode su cui secondo Gino Strada occorre costruire la medicina in Africa, secondo un modello che, per assonanza con la Evidence based medicine, il fondatore di Emergency chiama Human Right Based Medicine, una medicina basata sui diritti umani.
La sua è la logica stringente di chi pensa alto: «Se si afferma che un bambino africano ha gli stessi diritti di un italiano, bisogna sostenere con la stessa convinzione che questi diritti vanno garantiti, anche e soprattutto in termini di salute», afferma categorico. «Prima si dice che una cosa va fatta, poi si trova il modo per farla».
Lui, o meglio Emergency, ha cominciato ad applicare questo principio con un progetto che sembrava visionario, addirittura folle, ma che alla resa dei conti dà ragione a chi ci ha creduto. Il centro Salam, un ospedale per la cardiochirurgia ad altissima tecnologia e specializzazione costruito nei pressi di Khartoum aveva tutti i requisiti per diventare, di nome e di fatto, una cattedrale nel deserto. Invece, dopo un anno di attività, nella struttura costruita rispettando i medesimi standard che sarebbero richiesti in un paese industrializzato, i risultati sono perfino migliori che in analoghi ospedali europei o statunitensi, rispondendo con cure di altissimo livello ma assolutamente gratuite, a una realtà in evoluzione in cui ormai le malattie cardiovascolari nel loro complesso rappresentano la seconda causa di morte, con cifre in costante crescita, dall’8,15 per cento della mortalità totale nel 1990 al 12 per cento nel 2005.
All’attacco delle malattie cardiovascolari, che insieme con altre patologie non trasmissibili, principalmente il cancro e il diabete, si stanno sommando alle difficoltà storiche del continente, la risposta del centro di Emergency si può esprimere in cifre. In questi mesi sono state effettuate più di 11.000 visite di cui quasi 4.000 specialistiche; sono stati eseguiti quasi 500 interventi cardiochirurgici, più di un’ottantina di interventi di cardiologia interventistica e un paio di centinaia di procedure diagnostiche in emodinamica: la mortalità pre e post operatoria a 30 giorni oscilla intorno al 2 per cento. «Una percentuale migliore di quel che si ottiene nei paesi più ricchi e tanto più significativa se si pensa che i malati arrivano all’ospedale in condizioni mediamente molto peggiori di quel che accade nei paesi occidentali», precisa Gabriele Risica, primario di cardiologia dell’ospedale di Venezia. «Certo, non si possono applicare lì gli stessi criteri utilizzati in Europa: per esempio il punteggio Euroscore attribuisce un valore prognostico molto positivo alla giovane età, mentre in Africa arrivano in sala operatoria moltissimi bambini e giovani in cui la malattia è in fase estremamente avanzata, casi che in Europa o negli Stati Uniti non si osservano più da moltissimi anni», precisa il cardiologo veneziano, reduce da un lungo periodo trascorso nel centro di Khartoum.
Ci sono cardiopatie congenite trascurate fin dalla nascita ma a farla da padrone, nel continente nero, è ancora la cardiopatia reumatica: «Una patologia a cui il Braunwald, il testo su cui si preparano i cardiologi di tutto il mondo, dedica solo cinque pagine su 2.300», commenta Strada, «fatto questo che la dice lunga su quanto la nostra cultura medica sia limitata alla realtà dei paesi industrializzati. Ecco perché, oltre che di cure, l’Africa ha bisogno di progetti di ricerca finalizzati da un lato a definire le sue specificità epidemiologiche e dall’altro ad adattare i protocolli alle diverse realtà ambientali».
Per esempio la prevalenza della cardiopatia reumatica in Africa è di 15-20 casi ogni mille abitanti, di cui due terzi sono giovani e bambini: ciò condiziona anche il tipo di valvola da utilizzare. La maggior parte dei pazienti occidentali sono anziani e possono ricevere una valvola artificiale anche se ciò comporta una terapia anticoagulante a vita; in Africa il monitoraggio di un trattamento così delicato non è sempre fattibile e per di più tra i pazienti ci sono moltissime giovani donne per cui è vitale la prospettiva di una gravidanza, incompatibile con l’uso della warfarina.
I medici di Emergency non si nascondono che esistono difficoltà di follow up, tanto più quanto più lontano da Khartoum abitano i malati.
Per questo la prossima fase del progetto prevede nei paesi confinanti la costruzione di una serie di cliniche satellite (la prima sta per vedere la luce a Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana) dove, oltre alle cure primarie, verranno individuati i pazienti bisognosi di cure specialistiche da inviare al centro Salam verranno poi seguiti quelli che torneranno a casa.
«Ciò ovviamente richiede programmi di formazione del personale locale», precisa Strada, «e servirà anche ad aumentare i contatti e gli scambi tra paesi confinanti, i cui rapporti nella storia non sono sempre stati distesi».
Ecco perché per il centro è stato scelto il nome Salam, che significa pace, prospettiva che ha già cominciato a realizzarsi con l’accoglienza, nell’ospedale sudanese, sostenuto dalle donazioni internazionali ma anche dal governo di Khartoum, di pazienti provenienti dall’Eritrea e dalla Repubblica centroafricana, dal Congo e dal Randa, dall’Uganda e dalla Sierra Leone.

Il centro Salam visto dal satellite


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Roberta Villa