Camici bianchi alternativi nell’ambulatorio del diabete

Sabrina Tamborini
Esperta in counselling infermieristico
Monza

Sei mesi fa è iniziato il mio nuovo lavoro nell’ambulatorio dedicato al controllo del diabete di un gruppo di medici di famiglia di Monza, che mi porta a vivere un’esperienza alquanto singolare: vedo persone non solo sorprese dal fatto che il servizio offerto sia gratuito, ma anche che l’invito a parteciparvi venga proposto proprio dal loro dottore: «Se sono qua è perché “lui” pensa sia una cosa giusta per me. E’ tanto tempo che ci conosciamo ed è proprio bravo: sa tutto di me e si preoccupa per me!»
Il tempo che dedico ai pazienti diabetici durante la prima visita è di 30/45 minuti: loro sono seduti davanti a me con un espressione seria e un po’ preoccupata, perché non sanno bene cosa aspettarsi. Vivono i primi istanti con l’ansia da esame, in attesa del mio verdetto finale che dica se sono stati bravi e scrupolosi rispetto al regime alimentare, all’idratazione, all’autocontrollo e alla somministrazione della terapia in atto…
Se il valore glicemico rilevato in sede ambulatoriale non è adeguato, timidamente confessano di trasgredire di tanto in tanto con dolcetti serali o di essersi gratificati con un bel piatto di pasta, dichiarando, per giunta, che se avessero saputo del controllo, non avrebbero di certo trasgredito proprio quel giorno!
La rilevazione del peso, dell’altezza e della circonferenza vita è un momento che vivono con allegria, prendendosi gioco di un corpo che si accorcia e si distende nonostante la loro buona condotta.
Trovano insolita e alquanto curiosa la attenzione che rivolgo ai piedi, alla secchezza o morbidezza della loro pelle, alla palpazione e alla ricerca dei polsi periferici.
Le procedure in cui viene maggiormente riconosciuta la mia competenza di infermiera son: l’esecuzione dell’ecg, l’inserimento dei dati per il calcolo dell’Indice di massa corporea (IMC) e la compilazione della loro Carta del rischio cardiovascolare.
Faccio in modo che ogni manovra e ogni rilevazione siano sempre accompagnate da un’informazione o da una spiegazione dettagliata, nella quale cerco di utilizzare un linguaggio semplice per permettere alla persona di comprendere al meglio ciò che sto dicendo; in seguito, verifico quanto del messaggio sia passato.
Lentamente, tra una chiacchiera e l’altra, durante il tempo della rilevazione dei dati, le tensioni si allentano. I pazienti si rendono conto che il mio, nei loro confronti,non è un atteggiamento giudicante; semplicemente e inaspettatamente, si trovano a parlare con una persona disponibile e tranquilla, pronta ad accogliere ogni difficoltà o dubbio del momento.
Sul loro viso si disegna un sorriso e, come conseguenza del rilassamento, anche il corpo assume posture che dichiarano un desiderio di relazione autentica in cui sia facile anche esprimere il malessere
Maria: «Pensavo di fare la solita visita e, invece, mi sento a mio agio: con lei si può parlare di tutto e poi parla così bene che ho capito tutto! Sa: io penso che il mio diabete si alza quando non dormo per tutti i pensieri che ho. Ne ho proprio tanti: mio figlio grande, che vive in comunità (capisce vero?), deve essere operato;.l’altro, che è separato e vive con me, è tanto buono, ma mi preoccupa un po’: una volta (dopo la separazione) ha tentato….aveva il coltello in mano… Poverino, stava tanto male!»
Ecco che questo spazio, ben definito in tempo e modalità di uso, non viene più percepito come dedicato alla cura della malattia diabete, ma come uno spazio dove viene accolta e presa in cura la persona malata. Sentirsi accolti significa sentirsi a casa, sentirsi al sicuro, fosse anche solo per i pochi minuti dell’ambulatorio dedicato, pochi momenti di totale fiducia e complicità in cui si è veri, perché non vi è la necessità di indossare maschere.
Il racconto del vissuto, reale o percepito, è ricco di fatti e particolari che si rivelano utili per meglio comprendere i fattori che influenzano positivamente o negativamente l’andamento dei valori glicemici: l’attenzione alla persona, tramite l’ascolto passivo o attivo, autentico, non interpretativo, facilitano la presa in cura della malattia.
Giovanni:…«Non so bene il perché ma, quando vengo da lei, le racconto tutto di me: è come essere in confessionale! Mi fa proprio bene parlare, così quando torno a casa mi arrabbio meno con mia moglie ed evito di mangiare troppo!»
Quindi, il mio ruolo di infermiera in questo contesto specifico di ambulatorio orientato al controllo del diabete, diviene un buon sposalizio tra conoscenza tecnica e capacità empatica: l’empatia, supportata dalla fiducia, permette di porre la persona nella condizione di esplorarsi, per trovare la propria verità, intesa come consapevolezza dei bisogni e dei disagi mai prima dichiarati.
Angela, durante la prima visita, mi ha raccontato che, quando si cala nella vasca da bagno, si sente soffocare e ha paura che le possa succedere qualcosa. Teme addirittura che, per questioni di eredità, il cognato la passa picchiare!
Accetta la mia proposta di rivederci dopo qualche giorno per parlare. Entra in ambulatorio con passo veloce e una tonalità squillante pregna d’ansia e si siede esordendo: «Ti devo raccontare della mia famiglia, perché so che poi starò meglio, Mio padre picchiava violentemente mia madre (io vedevo tutto e i miei fratelli non dicevano nulla). Quando avevo 13 anni, poi, mi ha violentata; prima che lo facesse alle mie sorelle, l’ho denunciato ai carabinieri. Lui è andato in prigione e noi figli in collegio: i miei fratelli mi accusano ancora oggi di avere distrutto la famiglia!
Patrizia: «Grazie a questi pochi incontri ho capito che stavo usando la mia malattia per essere coccolata, o almeno vista, da mio marito. Da quando l’ho capito sono più attenta al cibo, sto dimagrendo, mi sento meglio, mi piaccio e il mio diabete va meglio.»
Il più delle volte, le persone mi dicono di non aver parlato della loro sfera personale con il loro dottore per pudore o perché non lo ritenevano abbastanza importante per fargli perdere tempo: «Ha già tanto da fare, deve già ascoltare tanta gente e chissà poi cosa penserebbe di me! Ma lei pensa sia davvero meglio che lui sappia?»
Quando spiego loro l’importanza, nel progetto di cura, di queste informazioni, alcuni mi dicono: «Sia gentile: per questa volta, glielo dica lei».
E’ terapeutico essere consapevoli sia dei pensieri che, offuscando la mente, acuiscono il disagio della malattia sia, insieme, del ruolo assegnato alla malattia quale:

  • opportunità di essere coccolati all’interno del proprio nucleo familiare;
  • potere di fare o rifiutare determinate cose (a un ammalato tutto le è concesso o perdonato)
  • autopunizione per chi ha la tendenza a colpevolizzarsi
  • momento particolare in cui potersi fermare, rivalutare e riconsiderare la propria vita in tutte le sue sfaccettature

Riconoscere i propri pensieri, schemi, sentimenti, emozioni e avere il desiderio di integrarli nel percorso di cura, significa anche rendersi disponibili al cambiamento del proprio stile di vita. Curare è come disegnare un cerchio, la chiusura significativa dello stesso, avviene solo nel momento in cui i tre protagonisti, medico, Infermiera, ma soprattutto la persona malata, sono disponibili a tracciare, all’unisono, la linea che crea la forma perfetta, per attuare il vero cambiamento.

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