Terre di mezzo

Sono andato a visitare una persona a S. Giorgio a Cremano il giorno precedente la notte in cui è cominciato l'inferno del lancio di molotov contro i campi Rom.
Ci si arriva dall'autostrada Napoli-Salerno con uscita alla «zona industriale». Se si guarda su una carta del golfo di Napoli, salta immediatamente all'occhio come le due vie di afflusso e di deflusso lungo la litoranea, da est ad ovest, sono state centrate da insediamenti industriali: Barra con le raffinerie a est e Bagnoli con l'Italsider a ovest (ora dismesso e terra di speculazioni edilizie). Correva voce, tempo fa, a Bagnoli, che se stendevi il bucato ti ritrovavi con le mutande di ferro. Questioni di scelte strategiche.
Dunque, si arriva a S. Giovanni a Teduccio (zona raffinerie) e ci si immerge nel dedalo di strade. Per arrivare da questo mio paziente sono stato scortato dal figlio: qualsiasi tentativo di conoscere l'indirizzo o la spiegazione a voce della strada era inutile. I punti di riferimento erano «calvalcavia...strada soprelevata...case popolari nuove...un pezzo di senso vietato per evitare di fare un giro...voltare dove c'è un cumulo di spazzatura più grande...è meglio che vi vengo a prendere!». Posso assicurare che il paesaggio è da Bronx. Al margine di questi, per così dire, insediamenti civili, c'è il campo Rom.
Tutto quello che si è visto alla televisione è vero ed è allucinante: in sostanza, è un accampamento, con detriti ferrosi e di plastica ovunque, fuochi in mezzo e persone che si aggirano raminghi. Io, che giro in tutte le ore e per zone difficili come i quartieri spagnoli, la Sanità, perfino la famigerata 167, sono rimasto impressionato. Tanto per dire lo scenario.
Mi sono chiesto che cosa sappiamo noi medici, da contatti diretti, della cultura Rom, di che lingua parlino, di che valori abbiano. La mia risposta è: zero. In mancanza di confronto, rimangono i luoghi comuni, gli stessi che hanno spinto gli abitanti delle altre case ad andare dai capizona per lamentarsi del comportamento «pericoloso» dei Rom. I capizona, in assenza dello Stato o di un riferimento civile, controllano la zona con l'autorità derivata da valori da gruppi di fuoco. E col fuoco hanno risposto. Questioni tra tribù.
Quando facevo il medico a Mariglianella (in provincia, in paesino di 5000 abitanti), visitavo spesso alcuni marocchini. Loro parlavano l'arabo, ma soprattutto il Magreb e conoscevano anche un po' l'italiano e il napoletano. Siccome non mi consideravo più stupido di loro, ho comprato una grammatica araba e qualche cosa ho imparato: il suono delle parole è un fatto d'orecchio...e io suonavo! Per esempio, avevo imparato a scrivere in arabo le raccomandazioni dei farmaci. Una volta un farmacista mi telefonò inferocito perché il marocchino non capiva quello che avevo scritto in arabo (né, tanto meno, il farmacista): il marocchino era analfabeta nella sua lingua. Succede.
Ma almeno gli arabi avevano un baricentro culturale che si poteva avvicinare. Li incontravo per strada, ci riconoscevamo, qualcuno mi offriva perfino il caffè.
A furia di badare a Note AIFA, correttezza prescrittiva, rapporti con ASL e specialisti, mi sono dimenticato che, in certi posti d’Italia, le fognature non esistono e l'acqua si deve bollire. C'è solo un modo per superare i luoghi comuni, ed è quello che dovrebbe essere più consono al mestiere: offrire la propria competenza di medici e un contatto diretto.
E' il modo di Emergency, che considera persone anche i ladri, perché sono, comunque, persone...magari anche guardandosi intanto alle spalle...per prudenza.

Fabio D’Alessandro
medicina generale
Napoli

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