Territori occupati e accesso alle salute

Silvia Muggia
Medicina generale

Il deterioramento delle condizioni sociali ed economiche, a seguito della chiusura delle frontiere dei territori occupati da Israele, ha peggiorato le condizioni sanitarie della popolazione palestinese lì confinata.

Il caso | Il lungo tunnel verso la cura
Mahmoud Abu Taha aveva 22 anni e abitava a Rafah, nel sud della striscia di Gaza, quando nel settembre 2007 iniziò a lamentare coliche addominali. Il primo medico che lo visitò ipotizzò un’infezione da ameba e prescrisse una terapia. Al rapido peggiorare del quadro sintomatologico, con la comparsa di vomito e perdita di coscienza, Mahmoud fu ricoverato, esaminato, operato, con la diagnosi di cancro del colon. Gli ospedali presenti a Gaza non sono in grado di offrire trattamenti oncologici adeguati: la famiglia di Mahmoud iniziò quindi le procedure per il trasferimento urgente presso un ospedale israeliano. Dopo una settimana tutta la trafila di permessi e prenotazioni sembrava in regola e l’ambulanza era pronta per il trasporto di Mahmoud insieme al padre Kamal e a un’infermiera. A Erez fu comunicato al padre che avrebbe dovuto passare la frontiera a piedi; mentre egli percorreva i 1200 metri del tunnel, i militari di guardia rifiutarono al conducente dell’ambulanza il permesso d’ingresso in Israele e Mahmoud fu riportato all’Ospedale europeo di Gaza. La famiglia iniziò quindi le pratiche (durate altri 10 giorni) per ottenere un secondo permesso: furono in successione rifiutati, come accompagnatori, uno zio, un cugino, un’infermiera e un altro autista. Intanto le condizioni cliniche di Mahmoud, con il riscontro di una disseminazione metastatica addominale e di cachessia neoplastica, si aggravarono tanto da imporre una nutrizione parenterale totale (nei fatti ridotta a meno della metà del necessario per carenza di soluzioni da infusione) e l’acquisto di farmaci privatamente da parte della famiglia. Finalmente, il 28 ottobre si riuscì a concordare il trasferimento di Mahmoud in Israele tramite il passaggio a un’ambulanza israeliana dopo tre ore di attesa alla frontiera.
Alcuni parenti residenti in Israele attesero Mahmoud presso l’ospedale di destinazione fino a notte inoltrata, senza riuscire ad avere sue notizie. La famiglia fu informata il 29 ottobre del decesso di Mahmoud in quello stesso ospedale; il suo corpo fu riportato a Gaza.
Nel frattempo, il padre di Mahmoud, alla sua uscita dal tunnel era stato arrestato, a lungo interrogato e processato con l’accusa di utilizzare la malattia del figlio per ordire un attacco terroristico a Tel Aviv. Per fortuna, poté avvalersi del patrocinio di un avvocato israeliano appartenente a un’organizzazione per i diritti umani. Dopo una detenzione di dieci giorni Kamal fu rilasciato e rimandato a Gaza con la comunicazione della morte del figlio.

L’Organizzazione mondiale della sanità si occupa da più di 50 anni dell’assistenza sanitaria alle popolazioni rifugiate palestinesi, sotto la sigla UNWRA Dal 2000 lo sforzo dell’OMS, senza trascurare l’assistenza medica d’emergenza, si articola, in collaborazione con il Ministero palestinese della salute, nella promozione della salute come diritto umano e come ponte per la pace. Il conflitto nei territori occupati e il deterioramento delle condizioni socioeconomiche, a seguito della chiusura delle frontiere, hanno avuto un pesante effetto sulle condizioni sanitarie della popolazione palestinese residente: il caso di Mahmoud è parte di una recente pubblicazione dell’OMS (Access to Health Services for Palestinian People – Aprile 2008) destinata a portare all’attenzione dell’opinione pubblica l’isolamento dei territori e il deterioramento della salute e del diritto in cui vive la popolazione palestinese di Gaza. Come per Mahmoud, infatti, per molti altri nel corso degli ultimi due anni l’accesso a cure adeguate è sempre più difficile sia per la chiusura delle frontiere e di tutti gli accessi stradali, sia per le vicende di politica interna sia per la crisi finanziaria con povertà e disoccupazione in crescita. L’avvicendamento di Hamas e Fatah dopo le elezioni del gennaio 2006 è stato seguito da drammatici dissidi interni e da scioperi nel settore dell’amministrazione interna e della salute; inoltre, l’arretratezza del settore fa sì che gli operatori sanitari non siano attualmente in grado di offrire trattamenti specialistici di terzo livello.
Se il diritto alla salute si articola in disponibilità di cure, accessibilità dei servizi e qualità dei medesimi, lo Stato di Israele, avendo sottoscritto con altri paesi un trattato internazionale sui diritti economici, sociali e culturali nel 1991, è tenuto – conclude il documento OMS- a garantirne l’applicazione su tutti i territori e le popolazioni che si trovano sotto il suo controllo effettivo.

Box | Il lungo iter dei permessi
Per ottenere il permesso di uscire da Gaza quando abbia bisogno di trattamenti specialistici, il paziente deve averne l’indicazione da un medico palestinese di Gaza con l’approvazione del Ministero della salute di Ramallah.
Il Ministero contatta quindi un ospedale di riferimento in Giordania, Cisgiordania, Gerusalemme Est, Israele o Egitto.
Ottenuto un appuntamento da uno di questi ospedali il Ministero emette la richiesta di riferimento all’estero.
Con questi documenti il paziente deve rivolgersi ai funzionari palestinesi del distretto sanitario; questi si coordinano con gli omologhi uffici israeliani per il permesso di passare la frontiera di Erez. (o la frontiera di Rafah, con l’Egitto, rimasta chiusa per circa 9 mesi tra il 2007 e il 2008).
Tra il 2006 e il 2007 un totale di 5470 persone ha richiesto di passare la frontiera di Erez per motivi sanitari e un totale di 4932 (il 90.16%) lo ha ottenuto.
La richiesta è cresciuta nel giugno 2007 dopo la chiusura della frontiera di Rafah con l’Egitto e la proporzione di permessi negati è cresciuta dal 7% del gennaio al 36% del dicembre 2007.
Se viene concesso il permesso, il paziente si porta alla frontiera e attende che i militari delle due parti coordinino il passaggio dalla parte palestinese a quella israeliana. Se questo passaggio viene negato o ritardato per qualunque motivo, l’appuntamento in ospedale può saltare e il percorso va ripetuto dall’inizio.

Il caso 2 | Cure in cambio di collaborazione
Yasser Abu Hiyya aveva 37 anni e viveva a Gaza quando nel settembre 2007 contattò PHR (Physicians for Human Rights) per essere aiutato a raggiungere un ospedale di Nablus (Cisgiordania) per un intervento cardiochirurgico che gli avrebbe salvato la vita e che gli ospedali di Gaza non erano in grado di offrire. La richiesta di aiuto concerneva il permesso di uscire dalla striscia di Gaza, fino ad allora negatogli dalle autorità israeliane. Due settimane dopo l’intervento del PHR, il permesso fu accordato e Yasser si presentò alla frontiera con la madre. Qui gli fu proposto di collaborare con i servizi di sicurezza israeliani dando informazioni sul fratello in cambio del permesso di raggiungere Nablus. Yasser negò di avere informazioni da dare e fu rispedito a Gaza con la prospettiva di non riuscire più ad avere alcun permesso. Dopo un’istanza presentata da PHR alla Corte suprema di giustizia israeliana e la divulgazione della sua storia ai media locali e internazionali, Yasser ottenne in circa tre mesi un permesso di espatrio per l’Egitto dove fu curato in modo adeguato.

Le richieste di aiuto alla sola organizzazione PHR sono cresciute nel 2007 del 400% (da 20-40 a 140-160 richieste mensili circa), con un drammatico calo nelle possibilità reali di ottenerlo, considerata anche la ridotta disponibilità della Corte suprema israeliana, che dal gennaio 2008 ha iniziato a respingere richieste di intervento per ragioni di sicurezza anche in casi di pazienti in pericolo di vita.
Non ci sono poi dati sulle centinaia di pazienti che non raggiungono le organizzazioni umanitarie e non si può dimenticare che le persone sottoposte a questo regime sono un milione e mezzo, dei quali molti sono bambini.
Physicians for Human Rights in Israele è nata nel 1988 a tutela dei diritti umani e in particolare del diritto alla salute nello stato ebraico (per le carceri, per i rifugiati e per gli immigrati) e nei territori occupati. Agisce direttamente offrendo assistenza sanitaria e indirettamente sostenendo azioni civili finalizzate al cambiamento delle politiche considerate lesive del diritto, basandosi sui principi deontologici del medico e cercando di mantenersi indipendente da pressioni politiche.
Le organizzazioni umanitarie come PHR sono un riferimento morale per i medici che si trovano tra l’incudine della propria coscienza e il martello del sistema in cui operano. Quando la salute o la vita stessa dei pazienti viene garantita a prezzo della collaborazione con il regime di occupazione, qual è la cosa giusta da fare? L’esponente di PHR Naomi Mark ha sempre rifiutato di collaborare con la polizia militare esponendo i pazienti alla scelta tra la collaborazione e le cure mediche, a volte suscitando l’ira degli stessi pazienti palestinesi, che si dichiaravano disposti a collaborare pur di avere accesso alle terapie. La collaborazione con il regime di occupazione renderebbe, però, poco credibile ai pazienti palestinesi il ruolo dell’organizzazione. Naomi Mark è una professionista di vent’anni che si affaccia al futuro con l’entusiasmo dei suoi ideali e rappresenta la speranza per due popoli che conoscono solo guerra e odio da ormai tre generazioni; è infatti cresciuta in una situazione di sperimentazione della pace quale il villaggio binazionale Oasi di pace (Neve Shalom Wahat al-Salam) dove bambini israeliani (arabi, ebrei, cristiani e musulmani) vanno a scuola insieme imparando a parlare in arabo e in ebraico. Per sua bocca, il PHR si spinge ad affermare che gli aiuti umanitari (come l’invio di farmaci o la costruzione di ospedali) non abbiano senso se non si accompagnano all’opposizione al regime di occupazione: infatti, rendere «più vivibile» agli individui l’occupazione militare è, di fatto, un appoggio all’occupazione stessa, è cooperare con pratiche che vanno contro al diritto e alle leggi internazionali. «In qualsiasi conflitto- ha osservato Naomi Mark - per quanto complesso, i pazienti non possono diventare ostaggi».
La discussione sulle ragioni e i torti insiti nella complessità del conflitto israelo-palestinese esula dall’ambito di questa rivista: i morti civili si susseguono in una botta e risposta di sangue senza fine. Tuttavia, solo salvaguardando i principi del diritto, prime vittime della guerra, e perseguendo una tutela della salute uguale per tutti si può creare un’occasione per la pace.
Al medico si possono proporre alcune riflessioni:

  • è abominevole l’uso strumentale dei soggetti deboli per fini diversi dalla loro salute. In questo senso vi sono esempi più vicini di quelli palestinesi: basti pensare al consenso informato, all’aborto, agli interventi di fine vita, alle cure psichiatriche, al trattamento del dolore, alla sperimentazione clinica.
  • è arduo mettere consapevolmente a repentaglio il rapporto di fiducia con i propri assistiti in nome di principi superiori. Gli operatori di PHR in Israele hanno scelto di andare contro gli interessi immediati di salute dei singoli, in nome di principi superiori come la propria libertà di pensiero e di azione professionale o la battaglia per il diritto complessivo alla salute. E’ importante ricordare che non solo in situazioni di guerra il medico si trova stretto tra la propria coscienza e il sistema in cui opera. Lo sforzo di praticare i propri principi è quotidiano e ciascun medico si trova a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte morali.

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