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La tortura è da secoli larma più feroce per annientare la volontà
individuale. |
La partecipazione nasce in Danimarca Per combatterla e curarla bisogna conoscerla Le vittime non sono mai irrecuperabili Un manuale per sapere che cosa fare e come farlo Bibliografia |
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| Dopo gli attacchi terroristici dell11 settembre 2001, negli Stati Uniti è stata ventilata lipotesi di ricorrere alla tortura per estorcere informazioni a chi è sospettato di spalleggiare il terrorismo internazionale. La discussione è iniziata nelle chat line su Internet ed è poi approdata ai media più tradizionali. Il 23 ottobre, dalle colonne del Wall Street Journal, Jay Wink ricordava il caso di Abdul Hakim Murad, terrorista arrestato nelle Filippine, che rivelò sotto tortura un piano per dirottare una dozzina di aerei di linea e farli cadere nellOceano Pacifico. Nei giorni successivi, considerazioni analoghe venivano espresse da giornalisti delle reti televisive Fox News e CNN. Allinizio di novembre, leditorialista Jonathan Alter, di Newsweek, si chiedeva se, di fronte alla possibilità di nuovi attentati, la tortura non fosse tutto sommato il minore dei mali. Le obiezioni che egli stesso avanzava a questa ipotesi avevano un sapore medioevale, e venivano espresse attraverso le parole del colonnello Kenneth Allard, «specialista» in interrogatori: «Quando il soggetto cede, spesso mente, perché il suo unico obiettivo è porre fine alla sofferenza». In Italia, nel frattempo, un sondaggio dellIstituto CIRM condotto nel novembre 2001 ha mostrato che il 67 per cento della popolazione è contrario alla tortura, anche in situazioni di emergenza come quella creatasi dopo l11 settembre. Ma cè laltra faccia della medaglia: il 27 per cento degli italiani si è dichiarato favorevole. |
Annienta lindividuo e demolisce il tessuto sociale. Per questo la tortura è larma più efficace contro la democrazia. Utilizzata nei secoli per preservare il potere, non è tuttavia molto lontana nel tempo. E nemmeno nello spazio. La tortura è tuttora praticata clandestinamente in circa un terzo degli stati che aderiscono allONU, e oggi, dopo gli attentati dell11 settembre, viene riproposta anche nei Paesi che si autoproclamano paladini dei diritti delluomo, come gli Stati Uniti. Limpatto emotivo suscitato dagli attentati terroristici recenti spiega ma ovviamente non giustifica questo salto indietro nel tempo di almeno mezzo secolo, che ignora quanto fu sancito nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti delluomo allarticolo 5: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti». Principi largamente disattesi, seppur ribaditi in numerose dichiarazioni e convenzioni internazionali, che varie organizzazioni umanitarie (alcune delle quali hanno un carattere specificatamente medico) lottano per affermare e rendere effettivi.
La partecipazione nasce in Danimarca
Inge Genefke, medico danese tra i fondatori del Centro internazionale di
riabilitazione e ricerca per le vittime della tortura di Copenaghen, individua
tre categorie di persone che possono contribuire a combattere la tortura;
accanto ai giuristi e ai giornalisti (e alcuni aggiungono ai politici), ci sono
i medici.
Il coinvolgimento di questi ultimi ha diverse sfaccettature. Nei paesi in cui la
tortura viene praticata, i medici possono soccorrere le vittime, opporsi ai
maltrattamenti (e per limpegno nella difesa dei diritti delluomo, in molti
Stati quella del medico è una professione a rischio), ed eventualmente fornire
le prove che possono inchiodare i carnefici alle loro responsabilità.
| Doctors and torture Occhio Clinico 2002; 1: 40 |
| Key Words Torture; Physicians Role |
| Summary Torture, which is too often forgotten, has received new attention following New Yorks recent attacks. Since 1973 Amnesty International called upon doctors support to fight torture, groups of physicians worldwide have helped gather information on the various aspects of a practice which is still widespread, and develop specific clinical skills for the treatment and rehabilitation of the victims. Recovery is possible, but it shouldnt be forgotten that psychological scars are the most difficult to cure. |
Anche se,
è il commento sconsolato di Herman Vogel, radiologo tedesco che gira il mondo
per accertare lesistenza di soprusi e violenze, nelle nazioni dorigine
«le prove fornite dai medici non hanno mai portato allarresto e alla
condanna di chi ha perpetrato la tortura». Nei Paesi in cui i profughi riescono
a fuggire, il ruolo del medico è cruciale per il recupero fisico e psicologico
delle vittime, per stilare le certificazioni necessarie allottenimento dellasilo
politico, per produrre le prove che potrebbero essere portate allattenzione
di un tribunale internazionale.
Il coinvolgimento dei medici nella lotta alla tortura è di fatto piuttosto
recente: nei paesi democratici non ha più di una trentina danni. Nel 1973,
infatti, Amnesty International chiese ai professionisti della sanità di
partecipare attivamente alla campagna contro la tortura e già lanno
successivo nove medici danesi fondarono il primo gruppo medico dellorganizzazione.
La Dichiarazione di Tokyo, che venne adottata allunanimità nel corso dellassemblea
dellAssociazione medica mondiale del 1975, segna un ulteriore passo avanti.
Oltre a definire la pratica come «una deliberata, sistematica o immotivata
inflizione di sofferenze fisiche o mentali da parte di una o più persone che
agiscono per conto proprio o su ordine di qualche autorità, allo scopo di
costringere unaltra persona a fornire informazioni, a rendere una confessione
o per qualsiasi altro motivo», la dichiarazione individua i doveri del medico
di fronte alla tortura. Fra i più rilevanti si possono citare il divieto di
partecipare o collaborare anche indirettamente (per esempio fornendo locali o
strumenti o competenze professionali specifiche), il divieto di presenziare alle
sessioni, lobbligo di fornire tempestivamente alle vittime le cure più
appropriate. Nello stesso documento, i membri dellAssociazione medica
mondiale si sono impegnati anche a dare aiuto e assistenza agli stessi medici
che, per il loro rifiuto a collaborare alle pratiche di tortura, venissero
sottoposti a minacce o a violenze.
| Complici e carnefici |
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| Il coinvolgimento dei medici nella tortura ha un aspetto
oscuro: il 60 per cento delle vittime riferisce che alle sessioni era
presente un medico. I medici partecipano in vari modi:
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| Da: Amnesty International (a cura di) Medici e tortura. Roma: Il Pensiero Scientifico, 2000 |
Per combatterla e curarla bisogna conoscerla
Mentre la discussione si animava a livello internazionale, il gruppo danese di
Amnesty pianificava i propri passi. Ci si rese conto innanzitutto che per
combattere il fenomeno bisognava conoscerlo. «Partirono da zero. Allora non
esisteva documentazione scientifica sulla tortura. Il loro primo obiettivo fu
dunque quello di condurre studi sistematici e dettagliati sui metodi di tortura,
sugli effetti immediati e su quelli più ritardati» ricorda Inge Genefke.
Iniziarono così a esaminare casi di vittime cilene scampate al regime di
Augusto Pinochet, e i casi di alcuni greci, e i risultati furono subito
eclatanti: il lavoro, iniziato con lo scopo di trovare le prove medico legali
dei danni fisici della tortura scoprì qualcosa di molto diverso e decisamente
peggiore di quanto ci si potesse aspettare. Le conseguenze più terribili della
tortura erano quelle di natura psicologica. La tortura permane e tormenta i
sopravvissuti per molti anni, se non per tutta la vita (vedi il riquadro
sotto). Proseguendo le indagini, i medici danesi si trovarono di fronte anche
ad altre caratteristiche inattese. Fra queste, il fatto che nella maggior parte
dei casi lobiettivo non è ottenere informazioni, ma distruggere lindividuo.
Si identificarono anche le personalità che più spesso vengono catturate e
sottoposte a torture: sono per lo più le personalità forti, i leader di
movimenti o le persone di riferimento allinterno del gruppo sociale che si
vuole colpire.
Le vittime non sono mai irrecuperabili
I sopravvissuti vengono poi rilasciati, menomati nel fisico e nello spirito, con
lo scopo di crearne veri e propri deterrenti viventi contro qualsiasi tipo di
rivolta nei confronti del regime o del gruppo che ha perpetrato la tortura.
Allinizio degli anni ottanta, il lavoro dei medici danesi aveva portato a
definire anche i trattamenti più idonei per la riabilitazione delle vittime.
«I principi fondamentali per la cura dei sopravvissuti usati ancora oggi
vennero stabiliti fin da allora» spiega Inge Genefke. «Questa parte del lavoro
ci mise di fronte a una realtà insospettata: noi eravamo in grado di aiutare le
vittime della tortura. I carnefici non hanno ragione quando dicono che i
sopravvissuti alla tortura saranno distrutti per il resto della vita. La loro
sporca attività può essere demolita e annullata».
Si capì che nei Paesi in cui i rifugiati vengono accolti è necessario creare
centri specializzati in cui lavorino persone con competenze diverse: certamente
sono indispensabili quelle mediche, ma non meno importanti sono gli interventi
sociale, legale e psicologico.
Il primo istituto specificatamente dedicato a questo tema è nato a Copenaghen
nel 1984: si tratta del Centro Internazionale per la riabilitazione e la ricerca
sulle vittime della tortura. Nel 1988 si è ampliato costituendo il Consiglio
nazionale per la riabilitazione delle vittime della tortura (http://www.irct.org), che ha lobiettivo di appoggiare la ricerca
internazionale e la creazione di nuovi istituti. Il suo Centro di documentazione
ha la più ampia raccolta al mondo di letteratura scientifica sulla tortura.
«Lo scambio di esperienze e informazioni è necessario nella lotta alla
tortura» dice Genefke. Negli anni, sullesempio danese, gruppi che hanno lobiettivo
di aiutare le vittime sono nati in molti Paesi.
Un manuale per sapere che cosa fare e come farlo
Per molto tempo le conoscenze acquisite sui metodi di tortura e sulla cura dei
sopravvissuti sono rimaste frammentarie. Così nel 1996, in occasione di un
simposio internazionale su medicina e diritti umani, tenutosi ad Adana in
Turchia, si decise di raccogliere tali conoscenze in un testo unico, che potesse
fornire le linee guida per la raccolta delle prove con valore legale e per il
riconoscimento e la cura delle vittime.
Liniziativa sfociò nel corposo Manual on the effective investigation and
documentation of torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or
punishment, noto anche come Protocollo di Istanbul, risultato di un lavoro
durato tre anni e condotto da oltre 75 medici provenienti da 15 paesi (il testo
è scaricabile gratuitamente dal sito http://www.phrusa.org/research/istanbul_protocol/index.html).
Nella prefazione si legge: «Questo manuale è stato concepito per fornire i
mezzi necessari ad affrontare uno degli ostacoli principali per la protezione
degli individui dalla tortura: la disponibilità di una documentazione efficace.
Tale documentazione porta alla luce le prove delle torture e dei maltrattamenti,
in modo tale che i colpevoli possano essere accusati per le loro azioni nellinteresse
della giustizia». Oltre a essere uno strumento medico legale, lopera è
anche un testo prezioso per tutti i medici impegnati nella riabilitazione delle
vittime.
Vi si spiega innanzitutto come impostare la relazione con il paziente,
lasciando spazio al colloquio centrato sullesperienza psicologica, quando non
vi siano danni fisici da trattare con urgenza. Ai fini della riabilitazione, mai
come in questi casi sono infatti importanti il dialogo e la fiducia. Anche le
procedure più banali proprie della professione medica devono essere dosate nel
tempo, seguendo il ritmo dettato dal
| Occuparsene in Italia |
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| In Italia sono attualmente attive due associazioni che si
occupano di vittime della tortura. Lassociazione Naga (viale Bligny, 22 Milano, tel. 02 58 30 14 20) si è costituita nel 1987 con lobiettivo più generale di aiutare gli immigrati sul territorio. Nel 1995 al suo interno si è formato il Gruppo rifugiati, ed è stato creato un apposito centro per le vittime di tortura. «Il nostro approccio non è strettamente sanitario» spiega Italo Siena, medico dellassociazione «cerchiamo di sostenere queste persone anche dal punto di vista legale, perché possano per esempio ottenere asilo politico, e di aiutarle nellaffrontare le difficoltà della vita di tutti i giorni, come trovare una casa o un lavoro». Laltra associazione italiana è molto più recente: Medici contro la tortura (via dei Mille, 6 00185 Roma, tel. 06 44 70 229) si è infatti costituita nel 1999 per volontà di Ettore Zerbino, medico romano che per alcuni anni è stato coordinatore del gruppo medici della sezione italiana di Amnesty International. Entrambe si basano sulla collaborazione di personale volontario e lo scorso anno hanno fornito assistenza ciascuna a circa 150 vittime di tortura. |
paziente. «Il primo incontro potrà essere
breve e lesame sobrio, non bisogna precipitarsi sul corpo. Si deve tener
presente che quasi sempre quello della svestizione è un rituale vissuto in
precedenza come unumiliazione grave» ricorda Hélène Jaffé, dellAssociazione
per le vittime della repressione in esilio di Parigi. A seconda delle
conseguenze psicologiche e fisiche riscontrate dal medico di famiglia, il
paziente potrà essere indirizzato a specialisti nei diversi settori. «Deve
però essere giustificato. Personalmente sono contrario a una medicalizzazione
eccessiva.
Le vittime della tortura devono riguadagnare una vita normale»
spiega Italo Siena, medico del Naga, unassociazione milanese che si occupa di
aiutare gli immigrati. Anche la preparazione del medico è importante. «Il
coinvolgimento emotivo è tale che pochi medici riescono ad affrontare questi
casi» sottolinea Ettore Zerbino, dellassociazione romana Medici contro la
tortura. E il rischio è duplice: un coinvolgimento eccessivo non giova al
paziente e, se al medico si richiede una certificazione con valore legale, può
impedire un esame obiettivo dei fatti. Daltro canto, come osservano molti
medici impegnati nella riabilitazione, può succedere che con il tempo si perda
sensibilità nei confronti delle vittime e non si percepisca più la gravità
della tortura. Questo atteggiamento non sfugge agli assistiti e mina alla base
il rapporto personale, indispensabile per il successo degli interventi di
recupero.
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