vai alla home page NEL MONDO - gennaio


Curare le ferite inferte dall’odio

Margherita Fronte - Agenzia Zadig (Milano)

La tortura è da secoli l’arma più feroce per annientare la volontà individuale. 
Anche i medici la combattono curando le vittime


IL CASO – Medioevo negli USA, ma non solo

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, negli Stati Uniti è stata ventilata l’ipotesi di ricorrere alla tortura per estorcere informazioni a chi è sospettato di spalleggiare il terrorismo internazionale. La discussione è iniziata nelle chat line su Internet ed è poi approdata ai media più tradizionali. Il 23 ottobre, dalle colonne del Wall Street Journal, Jay Wink ricordava il caso di Abdul Hakim Murad, terrorista arrestato nelle Filippine, che rivelò sotto tortura un piano per dirottare una dozzina di aerei di linea e farli cadere nell’Oceano Pacifico. Nei giorni successivi, considerazioni analoghe venivano espresse da giornalisti delle reti televisive Fox News e CNN. All’inizio di novembre, l’editorialista Jonathan Alter, di Newsweek, si chiedeva se, di fronte alla possibilità di nuovi attentati, la tortura non fosse tutto sommato il minore dei mali. Le obiezioni che egli stesso avanzava a questa ipotesi avevano un sapore medioevale, e venivano espresse attraverso le parole del colonnello Kenneth Allard, «specialista» in interrogatori: «Quando il soggetto cede, spesso mente, perché il suo unico obiettivo è porre fine alla sofferenza». In Italia, nel frattempo, un sondaggio dell’Istituto CIRM condotto nel novembre 2001 ha mostrato che il 67 per cento della popolazione è contrario alla tortura, anche in situazioni di emergenza come quella creatasi dopo l’11 settembre. Ma c’è l’altra faccia della medaglia: il 27 per cento degli italiani si è dichiarato favorevole.

Annienta l’individuo e demolisce il tessuto sociale. Per questo la tortura è l’arma più efficace contro la democrazia. Utilizzata nei secoli per preservare il potere, non è tuttavia molto lontana nel tempo. E nemmeno nello spazio. La tortura è tuttora praticata clandestinamente in circa un terzo degli stati che aderiscono all’ONU, e oggi, dopo gli attentati dell’11 settembre, viene riproposta anche nei Paesi che si autoproclamano paladini dei diritti dell’uomo, come gli Stati Uniti. L’impatto emotivo suscitato dagli attentati terroristici recenti spiega – ma ovviamente non giustifica – questo salto indietro nel tempo di almeno mezzo secolo, che ignora quanto fu sancito nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo all’articolo 5: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti». Principi largamente disattesi, seppur ribaditi in numerose dichiarazioni e convenzioni internazionali, che varie organizzazioni umanitarie (alcune delle quali hanno un carattere specificatamente medico) lottano per affermare e rendere effettivi.

La partecipazione nasce in Danimarca
Inge Genefke, medico danese tra i fondatori del Centro internazionale di riabilitazione e ricerca per le vittime della tortura di Copenaghen, individua tre categorie di persone che possono contribuire a combattere la tortura; accanto ai giuristi e ai giornalisti (e alcuni aggiungono ai politici), ci sono i medici.
Il coinvolgimento di questi ultimi ha diverse sfaccettature. Nei paesi in cui la tortura viene praticata, i medici possono soccorrere le vittime, opporsi ai maltrattamenti (e per l’impegno nella difesa dei diritti dell’uomo, in molti Stati quella del medico è una professione a rischio), ed eventualmente fornire le prove che possono inchiodare i carnefici alle loro responsabilità. 

Doctors and torture
Occhio Clinico 2002; 1: 40
Key Words
Torture; Physician’s Role
Summary
Torture, which is too often forgotten, has received new attention following New York’s recent attacks. Since 1973 Amnesty International called upon doctors’ support to fight torture, groups of physicians worldwide have helped gather information on the various aspects of a practice which is still widespread, and develop specific clinical skills for the treatment and rehabilitation of the victims. Recovery is possible, but it shouldn’t be forgotten that psychological scars are the most difficult to cure.

Anche se, è il commento sconsolato di Herman Vogel, radiologo tedesco che gira il mondo per accertare l’esistenza di soprusi e violenze, nelle nazioni d’origine «le prove fornite dai medici non hanno mai portato all’arresto e alla condanna di chi ha perpetrato la tortura». Nei Paesi in cui i profughi riescono a fuggire, il ruolo del medico è cruciale per il recupero fisico e psicologico delle vittime, per stilare le certificazioni necessarie all’ottenimento dell’asilo politico, per produrre le prove che potrebbero essere portate all’attenzione di un tribunale internazionale.
Il coinvolgimento dei medici nella lotta alla tortura è di fatto piuttosto recente: nei paesi democratici non ha più di una trentina d’anni. Nel 1973, infatti, Amnesty International chiese ai professionisti della sanità di partecipare attivamente alla campagna contro la tortura e già l’anno successivo nove medici danesi fondarono il primo gruppo medico dell’organizzazione.
La Dichiarazione di Tokyo, che venne adottata all’unanimità nel corso dell’assemblea dell’Associazione medica mondiale del 1975, segna un ulteriore passo avanti. Oltre a definire la pratica come «una deliberata, sistematica o immotivata inflizione di sofferenze fisiche o mentali da parte di una o più persone che agiscono per conto proprio o su ordine di qualche autorità, allo scopo di costringere un’altra persona a fornire informazioni, a rendere una confessione o per qualsiasi altro motivo», la dichiarazione individua i doveri del medico di fronte alla tortura. Fra i più rilevanti si possono citare il divieto di partecipare o collaborare anche indirettamente (per esempio fornendo locali o strumenti o competenze professionali specifiche), il divieto di presenziare alle sessioni, l’obbligo di fornire tempestivamente alle vittime le cure più appropriate. Nello stesso documento, i membri dell’Associazione medica mondiale si sono impegnati anche a dare aiuto e assistenza agli stessi medici che, per il loro rifiuto a collaborare alle pratiche di tortura, venissero sottoposti a minacce o a violenze.

Complici e carnefici
Il coinvolgimento dei medici nella tortura ha un aspetto oscuro: il 60 per cento delle vittime riferisce che alle sessioni era presente un medico. 
I medici partecipano in vari modi:
  • esaminano le vittime prima, per individuarne i punti deboli e verificare le possibilità di sopravvivere a trattamenti specifici
  • nel corso delle sedute, partecipano direttamente, controllano la vittima affinché non muoia e la fanno rinvenire se sviene affinché si possa proseguire
  • dopo la tortura, curano le lesioni in modo che il torturato possa essere riseviziato in futuro oppure per cancellare i segni delle sevizie
  • rilasciano certificati falsi
  • inventano tecniche nuove le cui conseguenze fisiche non siano rilevabili dagli accertamenti medici successivi
Da: Amnesty International (a cura di) Medici e tortura. Roma: Il Pensiero Scientifico, 2000

Per combatterla e curarla bisogna conoscerla
Mentre la discussione si animava a livello internazionale, il gruppo danese di Amnesty pianificava i propri passi. Ci si rese conto innanzitutto che per combattere il fenomeno bisognava conoscerlo. «Partirono da zero. Allora non esisteva documentazione scientifica sulla tortura. Il loro primo obiettivo fu dunque quello di condurre studi sistematici e dettagliati sui metodi di tortura, sugli effetti immediati e su quelli più ritardati» ricorda Inge Genefke.
Iniziarono così a esaminare casi di vittime cilene scampate al regime di Augusto Pinochet, e i casi di alcuni greci, e i risultati furono subito eclatanti: il lavoro, iniziato con lo scopo di trovare le prove medico legali dei danni fisici della tortura scoprì qualcosa di molto diverso e decisamente peggiore di quanto ci si potesse aspettare. Le conseguenze più terribili della tortura erano quelle di natura psicologica. La tortura permane e tormenta i sopravvissuti per molti anni, se non per tutta la vita (vedi il riquadro sotto). Proseguendo le indagini, i medici danesi si trovarono di fronte anche ad altre caratteristiche inattese. Fra queste, il fatto che nella maggior parte dei casi l’obiettivo non è ottenere informazioni, ma distruggere l’individuo.
Si identificarono anche le personalità che più spesso vengono catturate e sottoposte a torture: sono per lo più le personalità forti, i leader di movimenti o le persone di riferimento all’interno del gruppo sociale che si vuole colpire.

I danni sul fisico e sull'ambiente
Effetti fisici immediati
  • abrasioni
  • bruciature
  • contusioni
  • slogature
  • ematomi 
  • fratture
  • lacerazioni 
  • edemi dipendenti
  • ferite profonde
  • lesioni addominali
  • distorsioni
  • lesioni genitali
  • stiramenti
  • lesioni del capo

Effetti fisici a lungo termine

  • infezioni
  • fratture mal consolidate
  • deformazioni di parti del corpo
  • cicatrici, volto sfigurato
  • postura e portamento anormali
  • menomazioni di vista o udito
  • denti / ossa rotti
  • atrofia muscolare
  • tendinite o rotture dei tendini
  • dolore cronico
  • iper / ipo motilità delle giunture
  • danni ai nervi periferici
  • malattie trasmesse sessualmente
  • atrofia dei testicoli
  • idrocele

Effetti psicologici

  • ansia, depressione
  • disturbi del sonno
  • mal di testa
  • difficoltà di concentrazione
  • scarsa memoria
  • scarsa autostima
  • problemi psico sessuali
  • sindrome post traumatica da stress
  • disturbi psicotici
  • abuso di alcol / droghe
  • demenza, ritardo mentale

Le vittime non sono mai irrecuperabili
I sopravvissuti vengono poi rilasciati, menomati nel fisico e nello spirito, con lo scopo di crearne veri e propri deterrenti viventi contro qualsiasi tipo di rivolta nei confronti del regime o del gruppo che ha perpetrato la tortura.
All’inizio degli anni ottanta, il lavoro dei medici danesi aveva portato a definire anche i trattamenti più idonei per la riabilitazione delle vittime. «I principi fondamentali per la cura dei sopravvissuti usati ancora oggi vennero stabiliti fin da allora» spiega Inge Genefke. «Questa parte del lavoro ci mise di fronte a una realtà insospettata: noi eravamo in grado di aiutare le vittime della tortura. I carnefici non hanno ragione quando dicono che i sopravvissuti alla tortura saranno distrutti per il resto della vita. La loro sporca attività può essere demolita e annullata».
Si capì che nei Paesi in cui i rifugiati vengono accolti è necessario creare centri specializzati in cui lavorino persone con competenze diverse: certamente sono indispensabili quelle mediche, ma non meno importanti sono gli interventi sociale, legale e psicologico.
Il primo istituto specificatamente dedicato a questo tema è nato a Copenaghen nel 1984: si tratta del Centro Internazionale per la riabilitazione e la ricerca sulle vittime della tortura. Nel 1988 si è ampliato costituendo il Consiglio nazionale per la riabilitazione delle vittime della tortura (http://www.irct.org), che ha l’obiettivo di appoggiare la ricerca internazionale e la creazione di nuovi istituti. Il suo Centro di documentazione ha la più ampia raccolta al mondo di letteratura scientifica sulla tortura. «Lo scambio di esperienze e informazioni è necessario nella lotta alla tortura» dice Genefke. Negli anni, sull’esempio danese, gruppi che hanno l’obiettivo di aiutare le vittime sono nati in molti Paesi.

Un manuale per sapere che cosa fare e come farlo
Per molto tempo le conoscenze acquisite sui metodi di tortura e sulla cura dei sopravvissuti sono rimaste frammentarie. Così nel 1996, in occasione di un simposio internazionale su medicina e diritti umani, tenutosi ad Adana in Turchia, si decise di raccogliere tali conoscenze in un testo unico, che potesse fornire le linee guida per la raccolta delle prove con valore legale e per il riconoscimento e la cura delle vittime.
L’iniziativa sfociò nel corposo Manual on the effective investigation and documentation of torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment, noto anche come Protocollo di Istanbul, risultato di un lavoro durato tre anni e condotto da oltre 75 medici provenienti da 15 paesi (il testo è scaricabile gratuitamente dal sito http://www.phrusa.org/research/istanbul_protocol/index.html).
Nella prefazione si legge: «Questo manuale è stato concepito per fornire i mezzi necessari ad affrontare uno degli ostacoli principali per la protezione degli individui dalla tortura: la disponibilità di una documentazione efficace. Tale documentazione porta alla luce le prove delle torture e dei maltrattamenti, in modo tale che i colpevoli possano essere accusati per le loro azioni nell’interesse della giustizia». Oltre a essere uno strumento medico legale, l’opera è anche un testo prezioso per tutti i medici impegnati nella riabilitazione delle vittime.
Vi si spiega innanzitutto come impostare la relazione con il paziente, lasciando spazio al colloquio centrato sull’esperienza psicologica, quando non vi siano danni fisici da trattare con urgenza. Ai fini della riabilitazione, mai come in questi casi sono infatti importanti il dialogo e la fiducia. Anche le procedure più banali proprie della professione medica devono essere dosate nel tempo, seguendo il ritmo dettato dal 

Occuparsene in Italia
In Italia sono attualmente attive due associazioni che si occupano di vittime della tortura.
L’associazione Naga (viale Bligny, 22 Milano, tel. 02 58 30 14 20) si è costituita nel 1987 con l’obiettivo più generale di aiutare gli immigrati sul territorio. Nel 1995 al suo interno si è formato il Gruppo rifugiati, ed è stato creato un apposito centro per le vittime di tortura. «Il nostro approccio non è strettamente sanitario» spiega Italo Siena, medico dell’associazione «cerchiamo di sostenere queste persone anche dal punto di vista legale, perché possano per esempio ottenere asilo politico, e di aiutarle nell’affrontare le difficoltà della vita di tutti i giorni, come trovare una casa o un lavoro».
L’altra associazione italiana è molto più recente: Medici contro la tortura (via dei Mille, 6 00185 Roma, tel. 06 44 70 229) si è infatti costituita nel 1999 per volontà di Ettore Zerbino, medico romano che per alcuni anni è stato coordinatore del gruppo medici della sezione italiana di Amnesty International. Entrambe si basano sulla collaborazione di personale volontario e lo scorso anno hanno fornito assistenza ciascuna a circa 150 vittime di tortura.

paziente. «Il primo incontro potrà essere breve e l’esame sobrio, non bisogna precipitarsi sul corpo. Si deve tener presente che quasi sempre quello della svestizione è un rituale vissuto in precedenza come un’umiliazione grave» ricorda Hélène Jaffé, dell’Associazione per le vittime della repressione in esilio di Parigi. A seconda delle conseguenze psicologiche e fisiche riscontrate dal medico di famiglia, il paziente potrà essere indirizzato a specialisti nei diversi settori. «Deve però essere giustificato. Personalmente sono contrario a una medicalizzazione eccessiva. 
Le vittime della tortura devono riguadagnare una vita normale» spiega Italo Siena, medico del Naga, un’associazione milanese che si occupa di aiutare gli immigrati. Anche la preparazione del medico è importante. «Il coinvolgimento emotivo è tale che pochi medici riescono ad affrontare questi casi» sottolinea Ettore Zerbino, dell’associazione romana Medici contro la tortura. E il rischio è duplice: un coinvolgimento eccessivo non giova al paziente e, se al medico si richiede una certificazione con valore legale, può impedire un esame obiettivo dei fatti. D’altro canto, come osservano molti medici impegnati nella riabilitazione, può succedere che con il tempo si perda sensibilità nei confronti delle vittime e non si percepisca più la gravità della tortura. Questo atteggiamento non sfugge agli assistiti e mina alla base il rapporto personale, indispensabile per il successo degli interventi di recupero.

Bibliografia (torna indietro)

  1. Amnesty International (a cura di) Medici e tortura. Roma: Il Pensiero Scientifico, 2000.
  2. Maio G. History of medical involvement in torture – then and now. Lancet 2001; 375: 1609.
  3. Manual on the effective investigation and documentation of torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment: Istanbul Protocol. United Nation Publication, 1999.
  4. Medici contro la tortura. Rivista medica 2000; 6 (numero speciale 3-4).
  5. The medical profession and human rights: handbook for a changing agenda. British Medical Association, 2001.

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