IL CASO
Il graffio sul collo
Arriva verso la fine della mattina, trafelata e ansimante, scusandosi per il ritardo: succede abbastanza spesso ultimamente. Ha un graffio sul collo: lo noto subito, ma non è per questo che è venuta. Alcune settimane fa si era presentata con un grande ematoma sotto l'occhio e mi aveva detto che era caduta in bagno. Oggi dice di avere un forte dolore addominale, comparso lentamente circa due giorni fa, prima lieve, poi insopportabile, tanto da non consentirle di stare a lungo in piedi: deve rimanere sdraiata per alcuni minuti, poi passa.
Mi accingo a visitarla, ma noto che oppone una certa resistenza; le chiedo se c'è qualche motivo particolare che le impedisce di sottoporsi alla mia visita. «Nessuno» risponde, «ma preferirei per il momento provare con qualche medicina; se non passa, ritorno». Poi aggiunge a bassa voce: «Avrei anche bisogno del certificato di malattia». Provo a spiegarle che senza verificare che cosa le provoca il dolore alla pancia sono un po' in difficoltà a compilare un certificato di malattia, e soprattutto a prescrivere una terapia adeguata. Si mostra comprensiva; dal suo sguardo capisco che la causa del suo disturbo le è ben nota, più che a chiunque altro. Soltanto non vuole, o non può, riferirmelo.
Mentre le prescrivo uno spasmolitico, sposto l'attenzione sul graffio che ha sul collo, che sembra recente. «Cos'è quel graffio?». La signora si porta la mano sul punto che le ho fatto notare, arrossisce e scoppia a piangere. Mi rendo conto del grave disagio che sta provando e cerco di sdrammatizzare, chiedendole con un sorriso di sedersi e calmarsi. Aspetto alcuni minuti senza fare domande. Finalmente asciugandosi il volto si tranquillizza. «Vede dottore» dice con voce tremante, «ho molta vergogna a parlarne, ma credo che mi possa far bene sfogarmi un po' con lei». Continua prendendo un po' di coraggio: «Mio marito è un po' nervoso. Sa, lavora molto, ed è anche robusto. Quando gli vengono i cinque minuti…». «Capisco, deve essere difficile per lei affrontare questa situazione» dico porgendole un fazzoletto di carta. «Lui non deve sapere che ne ho parlato con lei» si affretta a dirmi con aria impaurita. «Su questo stia tranquilla: rimarrà tra me e lei. Credo si debba fare qualcosa però, non pensa?». «Sì, ha ragione, ma cosa?». Non so cosa rispondere. Improvvisamente mi accorgo che la situazione della signora è molto difficile da gestire, sia per lei sia per me. Ma sono stato io a volerla affrontare, quindi non posso risponderle che non so come posso aiutarla. Quindi le dico, ostentando convinzione e sicurezza: «Già il fatto di averne parlato credo sia un grande passo avanti. Ora vediamo di trovare una soluzione, anche se mi rendo conto che non è semplice».
Le chiedo di ritornare domani; avrò più tempo per lei, così potremo parlare tranquillamente. La signora acconsente, mi ringrazia e uscendo si raccomanda ancora: «Non dica niente dottore». «Signora non le ho fatto il certificato» le dico quando è già sulla porta. «Siamo in tempo domani?» mi chiede. «Certo, certo lo facciamo domani» rispondo, e penso che, in questo modo, ritornerà più facilmente.
Il commento Lino Gambarelli - medicina generale (Scandiano, RE)