Nonsolofarmaci
IL CASO
Lea M. è un'anziana paziente di 81 anni, di grande cultura e ancora intelletualmente molto attiva. Compare nel mio studio dopo qualche settimana di assenza, dovute a un ricovero per l'impianto di un pacemaker. Mi sembra in ottima salute, considerando l'età e lo stress fisico e psicologico al quale è stata sottoposta. Eppure qualcosa la tormenta. Alla fine del colloquio mi chiede quasi timorosa: "Dottore, non mi prenda in giro se la mia domanda può sembrarle ingenua, ma adesso che il mio cuore è stimolato da un apparecchio elettrico... io come faccio a morire?". La guardo sorpreso e sorrido. "La sua domanda non è affatto ingenua", le rispondo. E, con una certa dose di ironia, mi trovo a rassicurarla sulla possibilità di finire tranquillamente i suoi giorni. Le spiego (ovviamente con termini non tecnici) che la morte cardiaca avviene per lo più per fibrillazione ventricolare o per dissociazione elettromeccanica, e solo raramente per asistolia che, in effetti, non è possibile in chi porta il pacemaker. La signora esce soddisfatta della spiegazione e visibilmente sollevata: lo stimolatore cardiaco non farà di lei un'immortale.
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© Occhio Clinico settembre 1996