
Nonsolofarmaci
La calza elastica per riposare e guarire
Le calze a compressione graduata costituiscono attualmente uno dei più
efficaci e completi strumenti per la terapia delle malattie venose. Sono
utilizzate quando è richiesta un'azione di sostegno o di compressione
elastica sulle gambe, in particolare nella patologia varicosa, che colpisce il
20 per cento circa della popolazione.
La compressione fisica è una misura conservativa in grado di prevenire
l'aggravamento delle vene varicose ed è indicata soprattutto nei primi stadi
della malattia e durante la gravidanza.
Normalizza la pressione delle vene e del circolo capillare e interstiziale,
aumenta il flusso di ritorno ed elimina la stasi venosa. E' spesso parte
integrante della terapia sclerosante e dell'intervento chirurgico, ma diventa
trattamento di elezione in presenza, per esempio, di varici secondarie o in
soggetti costretti all'immobilità e quindi impossibilitati a compiere la
fondamentale attività di deambulazione post intervento. In pazienti
sottoposti a interventi chirurgici a rischio, inoltre, evitando la stasi della
circolazione sanguigna, previene le trombosi venose profonde.
Quali calze? La terapia include due diversi tipi di trattamento e, di
conseguenza, due categorie di calze: le calze da riposo o preventive e quelle
terapeutiche. Le prime, nelle quali la compressione alla caviglia è sempre
inferiore a 20 mmHg (alla coscia è pari al 70 per cento di quella alla
caviglia), agiscono tramite contenzione, che interessa solo i piani
superficiali della gamba ed esplica una funzione di supporto sulla grande e
sulla piccola safena, opponendo alla contrazione dei maggiori gruppi
muscolari solo una modesta resistenza.
Queste calze, la cui distinzione da quelle con funzione prevalentemente
cosmetica è fissata in 6 mmHg, sono impiegate, in assenza di patologia
conclamata, per prevenire difficoltà circolatorie in soggetti con uno o più
fattori di rischio (per esempio familiarità, sedentarietà, uso di
contraccettivi orali, stitichezza).
Con le calze terapeutiche invece, essendo dosato opportunamente il rapporto
tra tessuto elastico e tessuto di contenzione, si esercita una vera e propria
compressione fisica sui muscoli della gamba, e in particolare del polpaccio,
che vengono costretti così a lavorare sul circolo venoso profondo,
migliorandone l'efficienza emodinamica.
La compressione assicurata è pari almeno a 20 mmHg, fortemente
decrescente salendo verso la coscia: alla caviglia la pressione risulta
essere del 100 per cento, al polpaccio del 70 e alla coscia del 40.
I valori di compressione Il dosaggio del trattamento elastocompressivo
deve essere il più preciso possibile perché un errore in difetto può favorire
il rapido progredire della malattia.
I valori di compressione alla caviglia variano a seconda del tipo di patologia.
Le ditte produttrici, con l'avvallo del British Standard, l'ente britannico per
la standardizzazione, hanno distinto le calze terapeutiche in quattro classi,
proponendone diverse indicazioni di impiego (1).
Attenzione, però: i valori pressori di molte delle calze elastiche
appartenenti alle ultime due classi si dimostrano superiori alle reali
necessità, secondo quanto emerso da studi controllati: in un paziente che
non cammina valori di compressione superiori ai 40 mmHg sono ritenuti
responsabili di una ridotta perfusione arteriosa delle zone distali degli arti
inferiori.
Le calze in commercio Sono composte da fibre elastiche in elastomero, gli
elastan, che presentano caratteristiche di finezza, ipoallergenicità, durata e
resistenza.
Le calze da riposo e quelle terapeutiche sono ambedue a compressione
graduata, ma le prime sono esteticamente più accettabili, perché più
leggere, trasparenti e vendute in vari colori. Esistono, inoltre, i gambaletti,
i collant realizzati anche in modelli speciali per donne gravide, con una
maglia elastica a livello addominale, e le sottocalze in puro cotone che, in
caso di allergia ai prodotti sintetici, possono essere usate sotto quelle
terapeutiche.
Per aderire alla gamba in maniera efficace la calza deve avere il tallone
chiuso ed essere bielastica, ossia comprimere in senso sia trasversale sia
longitudinale. Poiché con l'aumentare della contenzione aumenta anche la
rigidità del prodotto, i pazienti più anziani possono avere difficoltà al
momento di indossarle. Un trucco consiste nel vestire una normale calza di
nylon sotto quella terapeutica, in modo da favorire lo scorrimento di
quest'ultima sulla gamba. Se il tutto risulta troppo opprimente, esiste in
commercio un presidio con funzione di infilacalze che diventa ancora più
funzionale se si cosparge la gamba con del talco.
I prezzi Variano dalle 15.000 alle 30.000 lire per quel che riguarda le calze
riposanti e dalle 35.000 alle 280.000 lire (se fatte su misura), per le calze
terapeutiche.
La scelta della taglia L'efficacia delle calze dipende dalla precisione con
cui si effettuano le misure dell'arto per una corretta individuazione della
taglia. Le misure vanno effettuate direttamente sulla pelle con tolleranza
massima di 5 mm, al mattino, prima che il paziente abbia intrapreso
qualsiasi attività fisica. Le ditte produttrici forniscono tabelle che
definiscono un intervallo di valori, espresso in centimetri, per i singoli
punti di misurazione. La taglia della calza può essere scelta entro gli
intervalli in cui ricadono tutte le misurazioni ottenute (2). Se non esiste
concordanza tra questi valori, è necessario prescrivere una calza su misura.
La manutenzione Con l'uso le calze tendono a perdere la loro elasticità.
Visto il costo non irrilevante del presidio terapeutico, conviene consigliare
ai pazienti di attenersi scrupolosamente alle istruzioni di lavaggio fornite
dalle ditte. In particolare, la calza elastica va lavata a mano con sapone
neutro a scaglie, in acqua tiepida (meno di 40°), evitando di strizzarla. Il
lavaggio a macchina è assolutamente controindicato. L'asciugatura deve
avvenire lontano da fonti di calore; sopratutto non vanno mai stese al sole.
Il British Standard sostiene che una calza di buona qualità deve mantenere
una capacità compressiva pari almeno all'85 per cento di quella iniziale
dopo 30 lavaggi. La durata media del presidio, se indossato giornalmente,
può variare da sei mesi a un anno.
Controindicazioni Si limitano a un certo numero di pazienti che presentano
disturbi come l'arteriopatia obliterante, scompensi cardiaci, dermatosi
umida, ulcera in atto, eczema crurale e disturbi della circolazione arteriosa.
Come usare l'otoscopio pneumatico
L'equipaggiamento E' meglio scegliere un otoscopio con una fonte di luce a
lampada alogena. La luce prodotta da questo apparato ha un'intensità tre
volte superiore alla lampada a incandescenza ed essendo bianca non altera i
colori naturali del canale auricolare. La luce va cambiata ogni 6 mesi di uso
regolare. Lo speculum va scelto volta per volta della misura adatta a
penetrare per 10-15 mm nel canale auricolare. I più igienici sono quelli usa
e getta.
La posizione del paziente Se si tratta di un bambino è opportuno che stia
sulle ginocchia di un genitore, con la faccia verso l'alto. In un neonato è
meglio tirare l'orecchio verso il basso invece che verso l'alto e indietro
come viene insegnato per il bambino e l'adulto. E' bene ricordare che prima
dei tre mesi la membrana timpanica non assume la sua fisionomia
definitiva. Prima di procedere all'esame bisogna provvedere a pulire
l'orecchio dal cerume.
Come procedere L'otoscopio deve consentire di ottenere una chiusura
perfetta del canale, altrimenti la mancanza di pressione impedirà il
movimento della membrana timpanica e darà luogo a falsi positivi. Anche
una pressione eccessiva, però, otterrà lo stesso risultato. Se al momento in
cui si insuffla l'aria nel condotto si pone un dito sopra lo speculum è
possibile valutare la pressione raggiunta. Con un po' di pratica si acquista la
giusta sensibilità.
A questo punto si tratta solo di orientarsi: la prima cosa da fare è
identificare la protuberanza del martello e procedere nell'esame dei quattro
quadranti. Se la giunzione tra incudine e staffa è visibile, è probabile che
non vi siano raccolte di liquidi retrotimpanici.
Se uno dei quadranti timpanici appare retratto, bisogna esaminare la pars
flaccida, nella parte in alto e a destra, sopra il martello. Una retrazione è
sintomatica di una disfunzione della tromba di Eustachio.
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Occhio Clinico Marzo 1996