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Associazionismo: critica alle critiche

Paolo Longoni - medicina generale (Milano)

Appellandosi alla esclusività del rapporto tra medico e paziente, il Consiglio di Stato aveva bocciato le forme di aggregazione tra medici di famiglia, previste dalla nuova Convenzione. Eppure proprio dalla pratica professionale associata potrebbero venire grandi vantaggi per gli stessi assistiti

Nel momento in cui viene scritto questo articolo è arrivata la notizia che il Governo ha dato il via libera alla nuova Convenzione, e con essa anche agli incentivi per l'associazionismo. Tuttavia non è possibile trascurare la posizione che il Consiglio di Stato aveva assunto in merito a questo tema.
Come è noto, le obiezioni che il Consiglio di Stato ha sollevato sono state numerosissime (53 dei 71 articoli della nuova Convenzione sono stati rivisti) e, per quanto il suo parere non sia vincolante ma solo consultivo, è indubbio che esso va tenuto in attenta considerazione.
Le critiche che, in assoluto, hanno forse sollevato maggiore scalpore, sono quelle relative all'associazionismo medico, cioè quel complesso normativo abbastanza strutturato, descritto compiutamente nell'articolo 40 del nuovo accordo collettivo nazionale per la medicina generale.
I giudici amministrativi, in sostanza, hanno dato un parere sfavorevole alla possibilità che i medici di medicina generale che operano in associazione possano prestare la propria attività professionale nei confronti degli assistiti degli altri membri del team. Il sistema previsto, secondo i giudici, crea una lesione per illegittimità «del requisito di tendenziale esclusività e fiduciarietà che caratterizza la prestazione del medico convenzionato». Tale requisito, sempre secondo i giudici, sarebbe ribadito dal decreto legislativo 502 del 1992, «che parla di rispetto degli obblighi individuali derivanti dalle specifiche Convenzioni». Se le obiezioni poste dal Consiglio di Stato fossero state accolte, dunque, sarebbe stata vanificata tutta la intrinseca forza innovativa contenuta nell'articolo 40, che vuole favorire il più possibile lo svolgimento della pratica professionale della medicina generale in associazione.
Sia la medicina di gruppo - l'unica che era possibile svolgere fino a oggi, essendo già prevista dai passati accordi (vedi anche l'articolo a pagina 44 di questo numero) - sia la medicina in associazione (e anche la medicina in rete), quindi, sarebbero state di fatto rese poco praticabili da parte dei medici di famiglia.
La motivazione che reggeva questa sostanziale obiezione è che ogni paziente stabilisce col suo curante un rapporto di scelta assolutamente esclusivo, tanto da impedire perfino la condivisione delle scelte cliniche da parte di altri medici. Non solo, ma il singolo medico non avrebbe potuto accedere alle schede sanitarie degli assistiti degli associati, né avrebbe potuto sostituire i colleghi in modo automatico per periodi inferiori ai 30 giorni.
Altre ancora sono state le limitazioni e le obiezioni espresse dal Consiglio di Stato, ma ci si vuole soffermare solo su quelle descritte, perché sembrano particolarmente controcorrente e stonate nel panorama culturale che attualmente fa da sfondo alla rinascita della medicina generale in Italia. E' evidente, infatti, che se questi pareri negativi fossero stati accettati in fase di ridefinizione del contratto, tutta la sostanza concettuale del lavorare in associazione sarebbe caduta miseramente, rendendo difficile o addirittura impossibile ogni istanza di collaborazione professionale tra medici di medicina generale.
Quello che preoccupa maggiormente è la rigidità con la quale il Consiglio di Stato ha interpretato alcuni passi, pur importanti, del decreto 502.
La medicina generale, in questo momento, ha bisogno di esplorare nuovi e più dinamici modelli professionali, funzionali e in linea con gli obiettivi del Sistema sanitario nazionale, innovativi rispetto a quelli, ormai obsoleti, che fanno già parte, di un remoto passato, almeno nelle speranze degli ottimisti. È necessario poter sviluppare proposte concrete, sostenute da una cornice legislativa aperta e adeguata alle nuove esigenze in termini di obiettivi di salute. E certamente appare del tutto inimmaginabile la prospettiva di un paziente gestito esclusivamente e paternalisticamente dal proprio medico di fiducia, senza che nessun altro operatore sanitario possa essere consultato per condividere, in un ambito di reciproca stima, scelte e pareri, oneri e responsabilità.
Anzi, più si assiste al progredire della medicina e del sistema sociale che la contiene e le consente di esprimersi, più ci si rende conto che il paziente (o assistito, cliente, cittadino) richiede sempre più spesso un approccio multiculturale e pluralistico, certamente gestito in prima persona dal medico di medicina generale, ma in un clima di fattiva collaborazione coi suoi colleghi specialisti e, ancora più importante, con l'appoggio fattivo da parte dei suoi partner, anch'essi medici di medicina generale, inseriti nell'associazione professionale.
D'altra parte, ed è esperienza di tutti, qualunque paziente ammesso in una struttura ospedaliera viene, di fatto, gestito da diversi medici contemporaneamente, e ognuno di questi non si preoccupa minimamente di valutare a chi appartiene, sotto il profilo della responsabilità professionale, quel determinato assistito.
Non potrebbe essere diverso in medicina generale: condividere diverse responsabilità di cura degli assistiti, in base alle proprie competenze e alle proprie esperienze, serve da stimolo culturale ai medici ed è al tempo stesso garanzia per i pazienti i quali, oltretutto, potrebbero usufruire, per un ben più lungo monte ore giornaliero, della copertura sanitaria esercitata dal team di cui fa parte il proprio medico di fiducia.
Proprio i pazienti, ormai evoluti e sempre più esigenti, saranno i primi a comprendere bene i vantaggi di una collaborazione professionale il più possibile estesa tra medici che hanno, come unico obiettivo, la salute dei loro assistiti.


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