| L'ammissione di colpa della Chiesa richiama agli sbagli della medicina, suggerendo come, anche in questo caso, il riconoscimento della fallibilità umana e non tanto la persecuzione di chi sbaglia sia il primo passo per migliorare la professione e ristabilire un rapporto equilibrato con i pazienti |
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Nei primi mesi dell'anno due eventi culturali ci hanno ricordato quanto lunga e accidentata è la via del progresso umano. Mi riferisco alla ricorrenza del cinquecentesimo anniversario del rogo, in Campo dei Fiori, di Giordano Bruno, reo di aver professato idee antidogmatiche e libera ricerca filosofica, e il solenne «mea culpa» del papa in San Pietro per gli errori e i peccati della Chiesa contro donne, fedeli di altre religioni, eretici, streghe eccetera.
Due fatti che segnano idealmente l'inizio e la fine di un lungo periodo storico di intolleranza per la diversità, discriminazione, negazione di diritti se non vere e proprie persecuzioni.
Nelle medesime settimane altri errori venivano denunciati alla pubblica opinione in un dossier del tribunale dei diritti dei malati: quelli perpetrati dai medici ai danni degli ammalati per imperizia, negligenza, malapratica eccetera.
Cosa accomuna fatti apparentemente così distanti?
Con la coraggiosa richiesta di perdono del papa, la Chiesa sembra adottare una prospettiva fallibilista, cioè quell'atteggiamento mentale che consiste non solo nel non occultare i propri errori ma nel promuoverne la ricerca attiva e nell'incentivare la critica verso le proprie teorie, idee e aspettative.
Quanto più tardi arriva una vera presa di coscienza delle incongruenze, infatti, tanto più le conseguenze negative sono pesanti e, in certi casi, irrimediabili. La storia della Chiesa insegna che l'idiosincrasia per la critica rende impossibile l'esercizio dell'autocritica, a tal punto da ostacolare la percezione del contrasto stridente tra atti di intolleranza e principi cristiani di amore e carità: una trave così macroscopica, per usare la metafora evangelica, da passare inosservata per secoli fino a quella sorta di abiura del 2000.
Non è facile coltivare lo spirito critico, tuttavia, soprattutto per i medici, esso appare un'esigenza essenziale da applicare in particolare ai propri atti, in un costante esame di coscienza alla ricerca dei limiti delle azioni e delle decisioni. Il ritardo della ragione, proporzionale al tasso di incontrovertibilità che si attribuisce colui che sbaglia, era stato descritto dal filosofo Cartesio agli albori dell'era scientifica. In un folgorante aforisma il pensatore francese ha condensato il nocciolo cognitivo del problema: «L'errore consiste semplicemente nel fatto che non sembra essere tale».
C'è sempre bisogno insomma di un altro tempo per favorire la riflessione, di una pietra di paragone per percepire la differenza tra la realtà e la nostra rappresentazione di essa. Il riferimento alla cosiddetta malasanità è, in questo contesto teorico, evidente: quante sviste, quanti abbagli clinici si potrebbero evitare se i medici fossero più attenti a quei piccoli particolari che, sovente in modo subliminale, segnalano che qualche cosa non va, che qualche dato clinico non collima con la nostra rappresentazione. Si tratta, per usare un termine della teoria della comunicazione, di feed-back informativi che non vengono colti, del mancato rispetto di semplici procedure che possono far emergere le discrepanze latenti alla base di molti qui pro quo professionali.
L'immagine di onniscienza e onnipotenza che la medicina tende a dare sovente alla società dovrebbe indurre a rimarcare ancor di più la natura evolutiva, limitata, provvisoria di ogni impresa umana e la inevitabile fallibilità della medicina. I medici, sempre più spesso trascinati sul banco degli imputati per errori, presunti o tali, si sentono oggetto di una sorta di congiura e di aprioristica colpevolizzazione giudiziaria. E' curioso osservare come, nel nuovo millennio, alla richiesta pubblica di perdono della Chiesa faccia da contraltare una sorta di persecuzione laica per l'errore medico. A suo tempo il filosofo austriaco Karl Popper aveva caldamente consigliato ai medici una riflessione culturale pubblica in questo settore, tanto più necessaria oggi quanto più ardua essa appare a causa di un diffuso clima di rischio giudiziario. Così la persecuzione giudiziaria odierna è forse il frutto di un ritardo autocritico della medicina, non dissimile da quello che separa il rogo di Campo dei Fiori dalla solenne invocazione di perdono di San Pietro.
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