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Girano a velocità diverse le lancette dell'orologio

Simonetta Pagliani / Medicina generale (Milano)

Il medico di famiglia ha la percezione di avere poco tempo da dedicare ai pazienti, impressione smentita dai fatti. Per cambiare ottica forse occorre valorizzare l’aspetto relazionale del rapporto con i malati sempre più spesso ignorato nella pratica medica quotidiana

Un numero sempre maggiore di medici del servizio sanitario pubblico (e tra questi sono in prima linea i medici di medicina generale) provano la vertiginosa e frustrante sensazione di vivere la propria giornata lavorativa girando a vuoto, come fanno i piccoli roditori in gabbia, che corrono a perdifiato sulla loro ruota, ma restano sempre fermi. Proprio questa immagine ha suggerito a un editorialista (Morrison I et al. BMJ 2000; 321: 1541) la definizione dell’attuale stato di cose come «assistenza del criceto». Molte indagini, volte a tastare il polso della situazione sanitaria nei paesi sviluppati, hanno scoperto che i medici sentono di dedicare sempre meno tempo ai pazienti e ritengono che ciò sia alla base non solo della ridotta qualità delle cure erogate, ma anche dell’insoddisfazione che, come una marea, sta sommergendo i professionisti della salute, a cominciare dalle nuove leve. Va da sé che è attivamente ricercato il colpevole di questa situazione e che tutti gli indizi puntano sui sistemi di remunerazione i quali, in varia misura, obbligano il medico a visitare sempre più pazienti. Ecco, però, che a sorpresa, vengono pubblicate sul New England Journal of Medicine le conclusioni di un’analisi dei dati statistici raccolti dall’Associazione medica americana che opera un monitoraggio su tutte le visite ambulatoriali: negli ultimi dieci anni la lunghezza media della consultazione non è affatto diminuita, anzi è aumentata del 12 per cento, passando da 16 a 18 minuti. Quest’aumento non è spiegato a sufficienza né da una presenza più rilevante di medici donne che, di solito, tendono a trattenersi più a lungo coi pazienti, né da un incremento del numero di anziani o di malati complessi. 
I minuti trascorsi con il paziente non vengono perciò percepiti come dedicati alla relazione, rispetto alla quale, anzi, sembrano fuggire. Il divario tra il tempo di visita calcolato con l’orologio e quello misurato dalla mente dei medici è il segno del loro malcontento professionale, di certo più grande rispetto a quello avvertito dai pazienti che in genere nei sondaggi si rivelano soddisfatti. Tale questione è ora oggetto di studi (per lo più con risvolti economici) ma da sempre è, istintivamente, al centro dell’azione del medico di famiglia che non si lascia quindi ingannare dal meccanico cronometraggio della visita ambulatoriale. La domanda di salute, distorta da un’informazione discutibile, impegna il medico di famiglia all’esercizio di un’autorevolezza ormai minata dall’invadenza dei mass media e dall’esuberante offerta diagnostica e terapeutica del mercato; l’unico asso che rimane da giocare è il potere taumaturgico della parola, tanto della parola offerta quanto (e forse soprattutto) di quella ascoltata. Occorre trovare il tempo di prestare attenzione al malato, senza interromperlo, per lasciare che il flusso del racconto convogli alla diagnosi tutti gli elementi utili, non solo quelli oggettivi, ma anche quelli soggettivi, senza i quali il quadro patologico resta sfocato. Come asseriva William Osler, uno dei padri della medicina: «E’ molto più importante sapere che tipo di paziente ha una certa malattia, piuttosto che sapere che tipo di malattia ha un certo paziente». 
Per una comunicazione di qualità l’ascolto efficace e professionalmente proficuo deve essere però connotato da un interesse empatico e dalla capacità di comprendere il percorso e le motivazioni che hanno portato il malato in ambulatorio; l’acquisizione di quest’attitudine non fa però parte del curriculum universitario del laureato in medicina che deve, se può, faticosamente svilupparla sul campo. 
Sarebbe invece opportuno che l’insegnamento andasse oltre il tirocinio di capacità tecniche o la trasfusione di provvisorie certezze scientifiche e si proponesse anche di educare (cioè di «tirare fuori») lo spirito di servizio prima di perdersi nel dedalo dell’iter verso la laurea. 
E’ quanto si augura Rachel Remen sulle pagine del Western Journal of Medicine: «Il servizio non è il rapporto tra un esperto e una questione da risolvere, ma una relazione umana fatta di mente e cuore». Si ritorna così alla valorizzazione del tempo che il medico dedica al paziente; chi scrive volutamente trascura il cosiddetto peso burocratico che, secondo molti, sottrae spazio ed energie all’incontro in ambulatorio, e non lo fa certo per mancanza di fastidio verso il volto ottuso che ogni apparato finisce per mostrare. Prevale però una considerazione diversa: finché i medici del Servizio sanitario nazionale sono deputati alle noiose formalità di legge è segno che è ancora lontano il temuto momento in cui saranno i malati a riempire mazzi di moduli assicurativi per accedere a un’assistenza proporzionata all’entità del premio versato. La burocrazia non ha il potere di squalificare il tempo di consultazione del medico; lo hanno invece la maleducazione sulla salute operata dai media e le spinte dell’economia di mercato alle mode sanitarie. Il tempo dedicato al paziente può dilatarsi se una relazione empatica (corroborata da una preparazione professionale basata sulle prove di efficacia) restituisce al medico di medicina generale il significato del suo lavoro e l’autorevolezza necessaria a far guardare la vita e la malattia con occhi diversi. Con questi chiari di luna la scommessa sembra persa in partenza, ma già gli antichi sapevano che, come diceva Euripide, «gli dei ci creano tante sorprese: l’atteso non si compie e all’inatteso un dio apre la via».


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