| Combattono su
più fronti l’aterosclerosi e potrebbero candidarsi per altre battaglie |
L’importante
è l’integrità della placca Se il colesterolo si allea con la PCR La lista delle indicazioni si potrebbe allungare Bibliografia |
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| HMG-CoA reductase inhibitors: not just hypolipidaemic agents Occhio Clinico 2002; 2: 22 |
| Key Words Arteriosclerosis; Hydroxymethylglutaryl-CoA Reductase Inhibitors |
| Summary Over the last twenty years, treatment and prevention of cardiovascular disease have progressed greatly, thanks to the knowledge acquired in terms of pathogenetic mechanisms and risk factors. Particular, a new class of drugs, HMG CoA reductase inhibitors, has proved successful not only in reducing circulating low-density-lipoprotein cholesterol, but also in preventing the evolution of already formed atheromas and, thereby, of more dangerous vascular damage. The risk of ischemic cardiac and cerebral events depends on cholesterol deposition on vessel walls, and on inflammatory processes triggered at the site of the plaques, which become unstable and start to release thrombogenic substances. Today, it is assumed that the protective action of HGM CoA reductase inhibitors is due to their capacity of controlling the inflammatory response, as it is suggested by the lowering of C-reactive protein levels that these agents induce. |
Negli ultimi vent’anni sono state acquisite conoscenze di rilievo sulla
prevenzione cardiovascolare (vedi i più importanti trial clinici). Si è arrivati a riconoscere l’esistenza, senza soglia minima,
di un legame tra la riduzione del colesterolo circolante e quello del rischio
coronarico assoluto (del 2 per cento ogni mg / dL); a definire che, a parità d’età
e di livelli lipidici nel sangue, la mortalità coronarica a dieci anni è
nettamente superiore nei diabetici che nei non diabetici; a precisare l’importanza,
più che del colesterolo totale, della quota LDL che innesca, accresce e
destabilizza la placca aterosclerotica sulle pareti vasali, e della quota HDL
che invece rimuove il colesterolo dal circolo verso il magazzino epatico e frena
l’ossidazione delle LDL e la chemiotassi leucocitaria nell’endotelio (1).
La produzione di questi risultati teorici è il frutto di un percorso utilizzato
per testare l’efficacia e il meccanismo d’azione di una nuova classe di
farmaci: gli inibitori dell’HMG CoA reduttasi, enzima che catalizza, negli
epatociti, la trasformazione dell’idrossi metil glutaril coenzima A in
mevalonato, precursore del colesterolo. Queste molecole, comunemente chiamate
statine, sono in grado di ridurre gli eventi patologici già dopo il primo anno
di terapia, non solo perché abbassano il tasso di LDL (la diminuita
concentrazione epatica di colesterolo attiva l’espressione dei recettori delle
lipoproteine a bassa densità che vengono così richiamate dal circolo) e
incrementano l’HDL, ma anche perché modificano gli ateromi già presenti,
rendendoli più fibrosi e quindi più resistenti alla rottura e meno
trombogenici.
L’importante è l’integrità della placca
In contrasto con la precedente teoria, secondo cui era l’accrescersi della
placca aterosclerotica sull’intima a produrre ischemia, ora si sa che il vaso
si rimodella: la parete si estroflette affinché il lume si mantenga il più
possibile libero ed entro certi limiti una riduzione del flusso si verifica solo
in condizioni di aumentata richiesta.
Il pericolo non sta perciò tanto nell’aumento di volume, quanto nella
destabilizzazione della placca, che si frammenta, liberando sostanze
trombogeniche. La placca instabile (la cui evoluzione sfavorevole è più
probabile in soggetti giovani) è spesso piccola, ma con un nucleo ricco di
monociti che hanno conglobato le molecole di LDL ossidate (cellule schiumose) e
da cellule infiammatorie che rilasciano una metalloproteinasi (MMP-9) che
distrugge la matrice proteica della capsula fibrosa, rendendola più
suscettibile alla rottura (vedi figura).
| Meglio guardare il rovescio della medaglia |
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| La via epatica di degradazione delle statine può indurre
un rialzo delle transaminasi, specie se vi è concomitante abuso di alcol
(17). Nell’uno per cento dei pazienti trattati con statine, il valore delle transaminasi può essere fino a tre volte quello normale; in tal caso il farmaco va interrotto e in genere gli enzimi si normalizzano. Quando una statina non subisce il metabolismo di primo passaggio epatico, si concentra nel sangue e determina più facilmente una miopatia, l’effetto avverso più grave, caratterizzata da dolore o debolezza associati a livelli di creatin chinasi (CK) dieci volte superiori alla norma. In monoterapia l’incidenza di miopatia è di un paziente su 1.000 e la sua sospensione consente la restitutio ad integrum; se la miopatia non viene riconosciuta e il farmaco viene continuato, si può arrivare alla rabdomiolisi e all’insufficienza renale. Le transaminasi andrebbero misurate prima di intraprendere il trattamento e controllate periodicamente. Potrebbe essere utile anche il dosaggio iniziale di CK, ma non il suo successivo monitoraggio, poiché la miopatia grave si instaura improvvisamente. |
Se, in realtà, è ormai stabilito che gli inibitori del HMG CoA riducono del 30
per cento il rischio relativo di eventi coronarici maggiori, la comprensione
della modalità del beneficio è ancora in via di precisazione; accanto alla
teoria causale, secondo la quale l’azione di abbassamento dei lipidi è
determinante, esiste una teoria non causale, che individua il meccanismo
protettivo soprattutto nei cosiddetti effetti pleiotropici delle statine (2).
Quest’ultimo punto di vista, attualmente accreditato dalle ricerche
internazionali, sposta le indicazioni di questa famiglia di farmaci da agenti
ipolipemizzanti ad agenti anti aterosclerotici (3).
E’ noto che, a livello dell’endotelio, l’ipercolesterolemia riduce la
produzione di ossido nitrico (NO) e ne aumenta la degradazione; tuttavia, sia
simvastatina sia pravastatina hanno dimostrato di incrementare l’NO
endoteliale (in modelli sperimentali) e di proteggere dagli eventi ischemici (in
osservazioni cliniche) con un meccanismo che non è associato al grado di
abbassamento di LDL (4). Tra l’altro, le statine ridurrebbero la produzione
del MMP-9.
Se il colesterolo si allea con la PCR
Il rischio di incorrere in un evento ischemico cardiaco o cerebrale non è
quindi appannaggio solo di chi ha un colesterolo alto (5); la consapevolezza di
questo dato ha di recente risvegliato l’interesse dei ricercatori per la
proteina C reattiva, un marker infiammatorio la cui aumentata presenza nel siero
avrebbe valore prognostico sfavorevole per la coronaropatia (vedi il riquadro in
alto in questa pagina).
Le statine sono in grado di abbassare i livelli di PCR, facendo ipotizzare che
il loro effetto protettivo cardiovascolare si esplichi mediante una soppressione
dell’infiammazione (6). Dal punto di vista pratico, se il numero di pazienti
da trattare (NNT) è una misura dell’efficacia di una terapia preventiva (vedi
il riquadro in basso in questa pagina), il dosaggio della PCR può essere un
criterio aggiuntivo per indirizzare la prescrizione delle statine (7).
| I trial non finiscono mai | |
|---|---|
| prevenzione secondaria | prevenzione primaria |
| 4S (Scandinavian Survival Simvastatin
Study) 1994 (17) CARE (Cholesterol and Recurrent Events trial) 1996 (4) LIPID (Long term Intervention with Pravastatin in Ischemic Disease) 1998 (18) |
MRFIT (Multiple Risk Factor Intervention
Trial) 1993 (19) WOSCOP (West of Scotland Coronary Prevention study) 1995 (20) HPS (Heart Protection Study) 2001 (dati non pubblicati) |
D’altra parte, l’incertezza sul meccanismo con cui diminuiscono la proteina
C reattiva, pone qualche interrogativo sulla pertinenza di un’estensione del
loro utilizzo. Le ipotesi prospettate sono due: secondo la prima, la risposta di
fase acuta dell’infiammazione arteriosa sarebbe innescata dal deposito nella
placca di LDL ossidate; per la seconda ipotesi, invece, altri stimoli
renderebbero cronica la risposta di fase acuta contribuendo all’aterogenesi in
persone predisposte o iperlipidemiche. Tali stimoli sarebbero identificabili nel
fumo, in ripetute infezioni mucose (come bronchiti, gastriti, periodontiti),
nell’invecchiamento stesso (con l’accumulo di stress ossidativo), nella
menopausa (col calo degli estrogeni che mediano la produzione di NO), nell’obesità,
nei prodotti di glicazione del diabete, nell’alta concentrazione plasmatica di
omocisteina. Le due ipotesi possono non escludersi reciprocamente; tuttavia, se
il modo di agire prevalente fosse il primo, una terapia con statine anche ad
alte dosi non interferirebbe con i meccanismi reattivi alle infezioni e
adattativi allo stress; se invece le statine inibissero direttamente la risposta
infiammatoria coi suoi effetti benefici, vi sarebbe motivo per limitare il loro
impiego. Una prima prova che questo rischio non sussiste viene da un recente
confronto tra soggetti in terapia concomitante con statine e soggetti non
trattati con questi farmaci, in termini di mortalità ospedaliera in corso di
batteriemia (3 per cento contro 20 per cento) (8).
| Solo spia o anche rea? | Il gioco vale la candela | |
|---|---|---|
| La proteina C reattiva è presente in tracce nei soggetti sani (1 mg / L di concentrazione media), ma nella fase acuta delle infiammazioni o delle infezioni può superare i 400 mg / L. Gli attuali metodi di rilevazione quantitativa sono molto sensibili; si è visto che, in una popolazione asintomatica, le concentrazioni al terzo superiore della distribuzione delle medie (2,4 mg / L) segnalavano un rischio di futuro evento coronarico doppio rispetto a quelle del terzo più basso (1,0 mg / L), anche dopo aggiustamento per i fattori noti per aumentare la PCR (fumo di sigaretta, sovrappeso). Il tessuto adiposo è una riserva di interleuchina 6, il principale mediatore per la produzione di PCR, quindi l’aumento di questa proteina segnalerebbe uno stato infiammatorio pre aterosclerotico. E’ però anche riconosciuto il ruolo della PCR nell’estensione del danno da infarto miocardico, via attivazione del complemento e induzione di rilascio di fattore tessutale pro coagulante (trombogenico) da parte dei macrofagi: la PCR, nell’assolvere i compiti cui è deputata contro le infezioni, sarebbe quindi anche un elemento di peggioramento del rischio cardiovascolare (14, 22). | Secondo stime prodotte dal Gruppo di studio per le malattie
dismetaboliche e l’arteriosclerosi (che coordina l’attività di 40
centri nazionali), le statine vanno prescritte a tutti coloro che hanno un
rischio globale di malattia coronarica superiore al 20 per cento in dieci
anni, calcolato con gli algoritmi messi a disposizione dal Ministero della
salute. In cinque anni di terapia, tali farmaci indurrebbero una riduzione del rischio relativo del 30 per cento e del rischio assoluto del 3,3 per cento circa; il numero di individui da trattare per cinque anni per evitare un evento (NNT) è quindi pari a 30. Per quanto riguarda la prevenzione secondaria, si segnala la possibilità che nel post infarto vengano giudicati normocolesterolemici pazienti che lo sono solo transitoriamente a causa delle modificazioni lipoproteiche indotte dall’evento ischemico; la cura con statine iniziata già in ospedale ridurrebbe invece la mortalità per successivo attacco cardiaco di un quarto (23). |
La lista delle indicazioni si potrebbe allungare
| Una non è pari a un’altra |
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| Le molecole appartenenti alla classe delle statine e attualmente commercializzate in Italia, non sono uguali tra loro: pravastatina e simvastatina derivano dalla fermentazione di funghi, mentre fluvastatina e atorvastatina sono interamente sintetiche. Simvastatina e atorvastatina utilizzano, per il metabolismo e la biotrasformazione, il citocromo P 450 (CYP 3°4), fluvastatina impiega un altro citocromo e pravastatina viene metabolizzata mediante sulfatazione e non attraverso il sistema citocromo. La competizione per quest’ultimo spiega le possibili interazioni farmacologiche di alcune statine con altre molecole quali antimicotici, macrolidi, ciclosporina o (come ormai tutti hanno appreso dai mass media) gemfibrozil. |
Grazie ai loro effetti pleiotropici, le statine si sono dimostrate efficaci
anche nella prevenzione del diabete mellito, dell’osteoporosi, dell’Alzheimer
e della demenza in generale (9, 10, 11, 12). Sono poi in grado di inibire la
proliferazione di linfociti e altre cellule mononucleate del sangue, tanto da
essere ora allo studio per un possibile impiego nella terapia delle leucemie. Le
proprietà antireattive della pravastatina, infine, fanno sì che essa riduca l’incidenza
di rigetto nei trapiantati di cuore e di rene (13).
Il comportamento da immunomodulatori di questi farmaci, attraverso l’inibizione
dell’espressione di complessi di istocompatibilità o di proteine legate alla
funzione linfocitaria e chiamate integrine, è ancora oggetto di molte ricerche
(14, 15).
Desta interesse anche l’associazione notata tra impiego di statine e
diminuzione del rischio di degenerazione maculare senile, che nel mondo
occidentale è la prima causa di cecità: potrebbero prevenire l’accumulo di
depositi lipidici nella membrana di Brunch, il danno ossidativo sulla retina o l’apoptosi
delle cellule endoteliale, preservando la vascolarizzazione della macula (16).
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