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Destino comune

Recentemente ho seguito due pazienti anziani, che hanno avuto una storia simile ma un'evoluzione completamente diversa. Entrambi hanno goduto di buona salute fino al momento del loro primo ricovero, avvenuto circa un anno fa.
Nessuno dei due presentava segni di demenza o di rallentamento psichico da vasculopatia cerebrale: lamentavano rari deficit di memoria, ma erano in grado di condurre una vita autonoma ed efficiente, rendendosi ancora utili ai loro familiari.
Per motivi diversi (tromboflebite a un arto inferiore in un caso e crisi vertiginose con epigastralgie nell'altro) il signor Arturo B. (77 anni) e il signor Benedetto C. (84 anni) sono stati ricoverati in ospedale. Immediatamente, per tutti e due è cominciato il declino: sono diventati apatici, di poche parole, hanno avuto disorientamenti temporali e difficoltà di memoria più accentuate rispetto a quelle precedenti.
Accomunati dalla stessa sfortuna, durante il ricovero sono stati sottoposti a esami strumentali che hanno rivelato la presenza di patologie collaterali che hanno richiesto un intervento chirurgico in anestesia generale. Il decorso post operatorio è stato regolare, ma ambedue sono entrati in grave stato depressivo.
Arturo, ritornato a casa, ha perso qualsiasi interesse, non legge più, ricorda a fatica i nomi dei tre nipoti, delega tutto alla moglie, compresa la guida dell'auto (sua vecchia passione), dorme molto e resta spesso con lo sguardo fisso nel vuoto. Inoltre rifiuta qualsiasi aiuto da parte di uno specialista neurologo o psichiatra.
Benedetto, invece, fa addirittura fatica a riconoscermi, non si alimenta più da solo, non cammina e si augura di morire; in compenso, però, accetta l'aiuto dello psichiatra. In seguito al consulto, è stato trattato con un basso dosaggio di venlafaxina e, nel giro di tre mesi, ha ripreso a camminare, anche grazie alla fisioterapia, ed è tornato autonomo. Arturo, invece, passati sei mesi, ha cambiato personalità, è apatico e ha ancora importanti difficoltà di memoria.
Vista la sua scarsa collaborazione, tempo fa ho interpellato io uno psichiatra esponendogli il caso, ma non ho avuto grande aiuto, perché «non si può curare per interposta persona» e inoltre perché «negli anziani l'uso degli antidepressivi può essere pericoloso se non si tratta di vera depressione, ma di vasculopatia cerebrale».
Non avendo gli elementi per fare autonomamente diagnosi differenziale tra demenza senile e depressione e avendo poca dimestichezza con gli antidepressivi, non so proprio come aiutare il mio paziente.


Il commento Ernesto Fumagalli - medicina generale (Milano)


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