| Gli studi più recenti indicano unefficacia preventiva cardiovascolare delle statine che tuttavia si esplica solo nel lungo periodo: quindi se si opta per il trattamento farmacologico, dopo aver diminuito i fattori di rischio attraverso interventi sullo stile di vita, questo dovrà essere cronico |
Favorire il mutamento Bibliografia |
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Fino a cinque anni fa nessun cardiologo si sarebbe posto la questione di
valutare il rischio cardiovascolare globale né tanto meno avrebbe stabilito un
programma terapeutico per un paziente di 48 anni senza familiarità coronarica,
con valori di pressione arteriosa 140 / 90 mmHg, colesterolemia totale 198 mg /
dL e di LDL 142 mg / dL. Ciò significa che in questo lustro lindicazione a
un intervento preventivo per ridurre il rischio cardiovascolare è cambiata
sostanzialmente nella mente dei medici italiani. E ciò per due motivi: per una
maggiore sensibilità a una visione in senso preventivo del loro intervento e
per la dimostrazione che il trattamento con le statine è efficace (e non solo
negli ipercolesterolemici). In effetti sono state pubblicate nuove ricerche
nelle quali viene dimostrato un effetto benefico delle statine anche in pazienti
con colesterolemia considerata fino a qualche tempo fa normale, suscitando lipotesi
che lazione di questa classe di farmaci non si limiti a una riduzione della
colesterolemia, ma venga svolta anche attraverso unazione antinfiammatoria
(Ridker 1998) e pleiotropica (Sattar 1998; vedi anche su Occhio Clinico 2002; 2:
22).
Rileggendo i criteri darruolamento utilizzati nei grandi trial di prevenzione
secondaria, si nota che nel corso degli anni si è abbassato il livello di
colesterolemia utilizzato per la selezione dei pazienti da includere nelle
ricerche con le statine: nello studio 4S (1994) la colesterolemia doveva essere
tra 220 e 310 mg / dL, nello studio CARE (1996) inferiore a 240 mg / dL e nello
studio LIPID (1998) tra 155 e 271 mg / dL. Nel più recente trial, lHPS non
ancora pubblicato, era sufficiente una colesterolemia superiore a 135 mg / dL e
circa il 38 per cento dei pazienti aveva una colesterolemia inferiore a 212 mg /
dL. Nel frattempo laggiornamento delle linee guida internazionali del 2001
(National Cholesterol Education Program III) ha ulteriormente abbassato,
rispetto al secondo documento del 1993, il livello di colesterolemia oltre il
quale è necessario intraprendere un trattamento farmacologico.
Favorire il mutamento
Per quanto riguarda il primo motivo, unindagine svolta nel 1981 e ripetuta
nel 1994, ha constatato che è aumentata (dal 74 all89 per cento) la
percentuale dei medici che ritengono loro compito precipuo e non delegabile (ma
a cui tuttavia si sentono per lo più inadeguati) informare i pazienti sui
fattori di rischio correlati allo stato di salute, aiutandoli ad affrontare
eventuali modifiche dello stile di vita (Wechsler 1996). Come è già stato
espresso nellarticolo precedente, spesso i soggetti asintomatici, giudicati
ipertesi, lamentano un peggioramento soggettivo (con linstaurarsi di ansia,
percezione di sintomi fastidiosi e il risultato di un maggior numero di assenze
dal lavoro) dovuto proprio al passaggio dalla condizione di sani a quella di
malattia. Se quindi la maggiore sensibilità preventiva dei medici è un bene,
forse non è salutare suscitare (o confermare) nei pazienti un allarme eccessivo
riguardo a possibili eventi futuri, specie se lo si fa in un modo sporadico ed
episodico, che non garantisce un trattamento adeguato e soprattutto protratto
nel tempo.
La prevenzione, infatti, paga solo se viene continuata con costanza e
continuità. Ci sono invece molti segnali che il trattamento con le statine sia
effettuato in modo discontinuo. In unindagine comparata tra lItalia e la
Danimarca (Larsen 2000), risulta che solo il 48 per cento dei pazienti italiani
(rispetto al 91 per cento di quelli danesi) continuano ad assumere una statina
due anni dopo la prima prescrizione.
Questo deve far capire che se si consiglia un farmaco per sopire lansia di un
periodo di stress emotivo, senza che il paziente abbia la completa percezione
del significato del rischio e della necessità di un trattamento «a vita», lo
si espone al rischio degli effetti indesiderati (non sempre legati alla durata
del trattamento) senza offrirgli alcun beneficio clinico. Si ricordi che i
risultati sulla riduzione della mortalità e degli eventi clinici maggiori
iniziano dopo almeno un anno di trattamento e diventano significativi solo dopo
alcuni anni. Prima di iniziare una terapia cronica sarebbe opportuno avere un
confronto aperto con il paziente, per renderlo consapevole del percorso da
affrontare insieme e programmare una serie di incontri per rinforzare una
motivazione che col tempo (o perché passa il periodo di stress) tenderà ad
affievolirsi.
Lattenzione non va infine focalizzata solo sugli interventi farmacologici:
non resta che convenire con chi ha scritto larticolo di apertura che se di
prevenzione si tratta prevenzione sia, ma su tutto lo stile di vita.
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