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L’ambigua frontiera della normalità

Marco Margnelli - neurofisiologia (Roma)

Nihil humani mihi alienum puto: la massima di Ovidio ammette la poliedricità delle espressioni della mente. Dar subito la caccia alla patologia neurologica o psichiatrica impedisce invece di usare una manifestazione volutamente teatrale come chiave interpretativa del disagio adolescenziale

Certamente la vicenda, irta di difficoltà diagnostiche, prognostiche e terapeutiche, fa parte di una casistica che negli ultimi decenni, per varie ragioni, è diventata abbastanza frequente anche negli ambulatori di medicina generale.
La collega che lo ha descritto, nel pensare all’isteria, dimostra una buona preparazione e un buon acume, ma utilizza nozioni superate (vedi il riquadro a pagina 11). A sua discolpa sta però il fatto che neppure molti specialisti hanno ancora aggiornato questo settore nosografico e che molti di essi concorderebbero con la sua diagnosi. Dalla narrazione, tuttavia, risulta che la curante di Giovanna non ha approfondito doverosamente l’anamnesi, così da poter inquadrare meglio la vicenda e rendere più efficace il suo aiuto a Maria e alla madre, ancora più preoccupata della figlia.
L’opinione di chi scrive è che l’episodio vissuto da Maria davanti ai familiari e agli amici parapsicologi dilettanti, configuri un «disturbo dissociativo transitorio» e che la sintomatologia psicosomatica dei mesi precedenti possa essere stata determinata dall’ansia ingenerata da altri episodi dello stesso tipo, che la ragazza non ha rivelato.
Maria, dunque, cade a terra con gli occhi sbarrati, senza perdere conoscenza e, ancora presumibilmente distesa a terra, scrive frasi d’amore; quando rinviene riferisce che, pur essendo cosciente, non era in grado di controllare la situazione, come se fosse stata in trance. Nel racconto ci sono parecchie contraddizioni che la collega non ha cercato di risolvere: innanzitutto non sono state stabilite le circostanze durante le quali è avvenuta la caduta a terra o che addirittura potrebbero averla causata. Se il contesto era rilassato e domestico sarebbe certamente giustificato il sospetto di epilessia e la conseguente richiesta di un elettroencefalogramma e sarebbe stato doveroso un supplemento di anamnesi in senso neurologico (la paziente ha avuto nel passato precedenti che potrebbero rafforzare il sospetto come assenze o convulsioni febbrili nell’infanzia?).
D’altra parte, non risulta che un epilettico riesca a scrivere messaggi d’amore durante una crisi, a meno che questa non si blocchi dopo la fase dell’aura, così come è strano che una muscolatura di cui è stato perso il controllo fino all’afflosciamento a terra, venga poi recuperata per funzioni motorie fini e complesse come la scrittura. Andava chiesto se non fosse invece in atto una seduta spiritica, caso in cui tutta la sintomatologia rivelerebbe un vero e proprio stato di trance medianica con scrittura automatica di messaggi di affetto sovrumano.
E’ più probabile che si stesse parlando di fenomeni paranormali e che tali discorsi abbiano innescato in Maria una forte emozione o il ricordo di esperienze dello stesso tipo, non confidate alla madre.
Viene da pensare che la collega, forse per la giovanissima età della diretta interessata, preferisca solidarizzare con la madre e limitare il suo ruolo alla diagnosi di isteria in un’adolescente piena di afflizioni inascoltate, anche se poi, in modo contraddittorio, lei stessa denuncia la tendenza dei genitori a demandare il loro ruolo agli psicologi.
Maria, come ogni vera isterica, teatralizzerebbe i suoi disagi, chiedendo rozzamente aiuto e attenzione a parenti, se non poco disposti, poco capaci di dargliene. Alla collega, invece, sfuggono i termini della situazione: come fa la ragazza a «rinvenire» se non aveva mai perso conoscenza? E qual è l’evento remoto che nei mesi precedenti ha provocato l’astenia, l’abulia, la perdita del sonno e dell’appetito, e persino un certo grado di dismenorrea? Maria forse fuma spinelli? Le è successo qualcosa di inconfessabile? Quando e perché ha cominciato a interessarsi ai fenomeni paranormali? La collega abbandona il campo, non per cederlo a una figura professionale che porti maggiore aiuto alle due consultanti, ma piuttosto alla maniera di Ponzio Pilato, non vedendo l’ora di lavarsene le mani.
Sarebbe forse stato più opportuno che si fosse schierata con la sedicenne, facendosi prendere da qualche dubbio e rimettendosi alla necessità di un altro parere: Maria sembra saperne più della madre e della dottoressa circa gli avvenimenti incriminati e sarebbe perciò stato bene chiederle dettagli sulle pratiche esoteriche messe in atto con le amiche. Il suo curante invece non lo fa, perché non le interessano i fenomeni paranormali, dei quali non vuole sapere nulla. Senza saperlo, cade vittima di un pericoloso errore comune, quello di confondere le credenze con i sintomi di un delirio: certo sarebbe assurdo considerare malato un animista perché crede negli spiriti, così come non si manda dallo psichiatra un cattolico perché crede che nell’eucarestia il vino si trasformi in sangue e il pane in carne.
Anche se, in effetti, un conto è credere e un altro è vivere, per cui se dall’aldilà parlano e dettano messaggi, la faccenda si complica. E’ altresì vero che santa Teresa di Avila aveva le stesse esperienze: era un’isterica che sublimava, come forse la sedicenne Maria, impellenze sessuali che non osava confessare?
Come si è detto sopra, il caso è difficile da interpretare, ma non certo raro e obsoleto: dietro di esso vi sono più di cento anni di faticose discussioni e di paradigmi da sostituire, perché ormai logori e consumati. Cercare di approfondire l’argomento con la paziente avrebbe se non altro raggiunto lo scopo di rassicurarla e lasciarle aperta una via di comunicazione con gli adulti.
Fanatici, mistici e folli
Dal 1980 il DMS (manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association) ha sostituito la figura nosologica dell’isteria con quella dei disturbi dissociativi, suddivisi in base all’eziologia, in diverse sottocategorie: indotti da sostanze psicoattive, da forti emozioni (traumi psicologici negativi, come spaventi, abusi sessuali; o anche positivi, come esperienze mistiche e visioni), insorgenti in circostanze sociali particolari (raduni religiosi e riti espiatori, di esorcismo, di guarigione). In questo catalogo, il giudizio di confine tra fisiologia e patologia di un’esperienza mistica è stato sospeso, per quante somiglianze essa possa avere con una crisi dissociativa maggiore, e non viene prescritto alcun trattamento. La caratteristica distintiva dalle sindromi dissociative maggiori (schizofreniche), è la reversibilità e la possibilità di regredire senza alcun intervento o con trattamenti psicoterapeutici brevi (di tipo cognitivista o comportamentista). L’aggettivo «dissociativo» è ricavato dal concetto originale del francese Pierre Janet (désagregation) e non dalla traduzione inglese, dissociation, che vale per dissociazione irreversibile. La questione non è terminologica ma sostanziale, perché Janet aveva coniato la parola per la dissociazione della trance ipnotica, condizione fisiologica e reversibile, nonché per tutta la gamma di modificazioni dello stato di coscienza imparentate (trance medianica, l’estasi religiosa, le trance collettive).Il DMS riporta all’attualità il pensiero janettiano, e lo adotta per riformulare il concetto di isteria.

 

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