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Tra la diagnosi e lexitus la fibrosi polmonare lascia un periodo troppo breve
per tentativi terapeutici, che spesso si rivelano infruttuosi. Per non perdere
il paziente occorre preventivare con anticipo la misura radicale del trapianto di organo contattando i centri di riferimento |
Alla tomografia sfugge un quarto dei pazienti Il microscopio è necessario e sufficiente A passi veloci dalla diagnosi all'intervento Poche alternative al trapianto Bibliografia |
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| Il signor Savino T. ha 54 anni e da circa 15
è affetto da asma bronchiale; in tutto questo tempo si è sempre curato da
solo usando steroidi per bocca a dosi piuttosto massicce. Con lui non sono
mai riuscito ad applicare le linee guida correnti. Questautunno è venuto
in studio più volte lamentando un peggioramento della sintomatologia che
non risponde allaumento (deciso autonomamente) del cortisone. Pensando a
una sovrainfezione, gli prescrivo un ciclo di antibiotici, senza successo. Lesame
obiettivo è poco significativo, come del resto spesso succede quando lui si
lamenta di stare molto male. Dopo circa due mesi di tentativi terapeutici chiedo una radiografia del torace e le prove spirometriche che prospettano uninsufficienza respiratoria restrittiva per interstiziopatia. Leggendo gli esiti in sua presenza devo avere avuto unespressione preoccupata: mi torna infatti in mente un altro mio paziente, poco più che cinquantenne, che se ne è andato in sei mesi per la stessa malattia. Cerco di spiegargli che le parole «restrittivo» e «interstiziopatia» impongono una visita pneumologica e altri esami, forse anche un breve ricovero per una tomografia computerizzata e un prelievo bioptico di un campione dallorgano. Contatto personalmente al telefono un collega pneumologo che programma un ricovero mai effettuato, perché il paziente decide di farsi seguire privatamente da un altro specialista. Questi aumenta la dose di cortisone senza benefici per Savino, ma con molti effetti collaterali: ipertensione arteriosa, edemi alle gambe, astenia, mialgie e uno stato di eccitazione aggressiva che impensierisce la famiglia. Lui si ritiene soddisfatto di non avere un tumore e io, a malincuore, mi sforzo di far capire al mio paziente e a sua moglie quanto grave sia comunque la situazione, in contrasto con uno specialista interpellato successivamente in unaltra città, che lo tranquillizza. Comincio anche a parlare di trapianto di polmone, spiegando loro che è bene cautelarsi per tempo, qualora un giorno dovesse essere necessario. Mi sembra infatti che la situazione precipiti e lo dico alla moglie. Sei mesi dopo la diagnosi, Savino mi chiama a casa per un forte dolore a un emitorace e peggioramento della dispnea. Sospetto un pneumotorace che viene confermato radiologicamente in ospedale e in seguito operato perché non si risolve spontaneamente. A questo punto linsufficienza respiratoria ha raggiunto uno stadio grave. Quando il torace viene aperto, i chirurghi riscontrano la presenza di un grosso ascesso polmonare causato da un aspergillo. La situazione precipita e Savino viene trasferito in rianimazione dove muore dopo circa una settimana. La moglie mi ha poi espresso il suo disappunto per essersi trovata impreparata alla gravità della malattia che nessuno le aveva spiegato. Io ammetto di aver avuto esitazioni a contraddire gli specialisti, togliendo al paziente e alla sua famiglia la consolazione che «per fortuna non era un tumore». |
| PULMONARY FIBROSIS Occhio Clinico 2001; 10: 8 |
| Key Words Pulmonary Fibrosis; Dyspnea |
| Summary The progressive worsening of dyspnea, occurring despite an ongoing treatment for airway obstruction, should arouse the suspicion that the patient is affected by a pulmonary fibrosis. The final diagnosis is only achieved after a biopsy of lung tissue, since radiological images and computed tomography do not distinguish the pathology from other interstitial affections. Pulmonary fibrosis, whose origin is not well-known, leads to death in a short lapse of time, unless lung transplantation - the only effective measure is carried out. In Italy there are not many centres performing the operation, and the number of annual interventions is small also because of the lack of available organs. |
A prima vista sembrerebbe fuori luogo la trattazione della fibrosi polmonare
idiopatica su una rivista per il medico di medicina generale, sia per la
esiguità dei casi che può incontrare, sia perché la patologia richiede
prevalentemente lintervento di strutture specialistiche di secondo e terzo
livello. Nel caso descritto ci sono però alcuni spunti sul ruolo che il curante
può svolgere nei confronti di chi è affetto da questa patologia.
Il signor Savino era asmatico da molti anni e si curava da solo in modo alquanto
approssimativo con dosi di steroide poco ortodosse e, peraltro, con efficacia
dubbia. Viene da chiedersi se la scarsa risposta alla terapia cortisonica nel
corso degli anni non fosse il segnale che la malattia stesse cambiando e che la
diagnosi di asma non fosse più sufficiente per spiegare la dispnea.
Daltronde, però, la fase iniziale cronica paucisintomatica della fibrosi
interstiziale è quasi sempre misconosciuta, perché la diagnosi viene
sospettata solo quando la malattia diviene chiaramente sintomatica, il che
avviene a una distanza ignota dal suo inizio. La letteratura riferisce, infatti,
che la fibrosi polmonare, pur in assenza di una sintomatologia palese, può
essere segnalata alla tomografia computerizzata dalla presenza di tralci
fibrotici nel parenchima polmonare e, ancor prima che la diagnostica per
immagini sia positiva, ci possono essere segnali istologici di interstiziopatia
(1).
Solo di recente si è giunti alla precisa definizione della fibrosi polmonare
idiopatica e alla sua distinzione da altre pneumopatie interstiziali sulla base
dei dati istologici e della eziopatogenesi. La precedente confusione nosografia
rende ragione delle diverse frequenze e incidenze, nonché dei diversi tassi di
sopravvivenza e di risposta alle terapie riportate in letteratura. Si farà qui
riferimento alla fibrosi polmonare idiopatica definita come polmonite
interstiziale istologicamente confermata, in assenza di altre cause quali lesposizione
ad agenti ambientali o farmacologici, oppure le collagenopatie.
Il medico che presenta il caso racconta di avere avuto un altro paziente maschio
che, in età simile a quella di Savino, è morto in sei mesi per fibrosi
polmonare. La sopravvivenza media è invece di 2-3 anni, ma probabilmente anche
questo dato è inficiato dal fatto che le casistiche di riferimento derivano da
strutture di secondo livello, cui i soggetti con una forma più rapida non fanno
neppure in tempo ad afferire (1).
In questo paziente la diagnosi è stata posta dopo due mesi di deterioramento
respiratorio, nonostante la terapia steroidea e antibiotica; proprio la dispnea
sempre più grave ha spinto il curante ad approfondire la ricerca delle sue
cause.
Laffanno, prima solo durante lesercizio fisico e poi presente anche a
riposo, il respiro superficiale, la tosse persistente nonostante luso dei
sedativi e la tachipnea sono i sintomi di presentazione; Allauscultazione del
torace si apprezzano rumori diffusi che ricordano lo strappo del velcro (1,
2).
Alla tomografia sfugge un quarto dei pazienti
Il reperto radiografico mostra nodularità e un fine reticolo soprattutto nelle
aree basali e periferiche (polmone a nido dape). Ulteriori indagini
strumentali sono illuminanti, quando non dirimenti; tra queste le prove
spirometriche (che hanno stimolato il curante di Savino a cercare altrove le
cause della dispnea), mostrano i reperti caratteristici del deficit respiratorio
restrittivo (vedi il riquadro).
| Scambi gassosi impediti |
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I reperti spirometrici sono caratterizzati da riduzione del volume
residuo e della capacità polmonare totale. Il FEV1 (volume espiratorio
forzato in un secondo) e la FVC (capacità vitale forzata) sono spesso
ridotte, ma il loro rapporto è normale se non addirittura aumentato. Lo studio della diffusione polmonare di monossido di carbonio (DLCO), corretta per lemoglobina, è importante per definire il grado di deficit respiratorio e la sua evolutività nel tempo. Un calo può precedere la riduzione del volume polmonare ed è probabilmente dovuto a una contrazione del volume capillare polmonare e a uno squilibrio tra ventilazione e perfusione. Lemogasanalisi arteriosa, che inizialmente può essere normale, rivela negli stadi avanzati ipossia e alcalosi respiratoria. Lesercizio fisico peggiora linsufficienza respiratoria perché il gradiente di O2 alveolo capillare aumenta e la PaO2 e la saturazione di ossigeno cadono. Spesso la emogasanalisi a riposo non predice con accuratezza il deficit; pertanto, in questa malattia, lo studio dello scambio dei gas sotto sforzo è un test più sensibile per quantificare il difetto ed è un parametro utile nel monitoraggio della malattia. La pressione polmonare aumenta (e rappresenta un indice prognostico negativo) soprattutto quando la capacità vitale scende al 50 per cento e la DLCO2 (diffusione di anidride carbonica nei polmoni) scende sotto il 45 per cento. |
La caduta dellossimetria notturna, che spesso si accompagna a disturbi del sonno, richiede la somministrazione di ossigeno durante la notte. Questa correzione sembra migliorare la qualità del sonno e la sopravvivenza dei pazienti riducendo lipertensione polmonare e il cuore polmonare cronico. La TC è lesame per immagine che permette di confermare la fibrosi polmonare: segni caratteristici di questa patologia sono le reticolazioni bibasilari subpleuriche, preferibilmente periferiche, distribuite in modo disordinato e mutevole, le immagini a vetro smerigliato, le bronchiectasie e le bronchioloectasie e le lesioni a nido dape subpleuriche; la TC viene utilizzata poi per valutare lestensione della malattia, la sua progressione e la risposta alla terapia. Pur avendo una accuratezza del 90 per cento, si stima che facendo solo questo esame si perda il 25 per cento circa delle fibrosi polmonari idiopatiche diagnosticabili istologicamente.
Il microscopio è necessario e sufficiente
Poiché reperti simili (seppure con diverse frequenza, distribuzione e
associazione tra loro) possono anche trovarsi in altri tipi di interstiziopatie,
linterpretazione delle immagini va sostenuta coi dati clinici e, quando non
basta, anche con lesame istologico, che costituisce il gold standard
diagnostico (1, 2, 3). Nel caso di Savino, questo test non è stato fatto
perché clinica e quadro radiografico erano sufficientemente chiari. Purtroppo
la conferma istologica può essere ottenuta solo con il prelievo bioptico, per
via toracoscopica videoassistita o per via toracotomica, e non attraverso la
sola broncoscopia, che non fornisce materiale idoneo per la diagnosi.
Con la broncoscopia si può invece fare il lavaggio broncoalveolare, ottenendo
materiale su cui eseguire un esame citologico: se vi è riscontro di
polimorfonucleati, linfociti, macrofagi e fibroblasti e dei loro prodotti quali
citochine, fattori di crescita e immunocomplessi, è confermata lorigine
infiammatoria della malattia, ma non è possibile, però, differenziare le varie
forme di interstiziopatia.
Il riscontro bioptico, soprattutto in sede subpleurica e periferica, di
infiammazione dell'interstizio polmonare, infiltrato da linfociti e
plasmacellule, è indispensabile per la diagnosi di fibrosi polmonare idiopatica,
in cui aree di polmone normale si alternano ad aree di fibrosi, dovuta a
depositi di collagene e ricca di fibroblasti.
Si trovano poi le cosiddette lesioni a nido dape, spazi daria circondati
da tessuto fibrotico contenenti materiale mucinoso alternati a iperplasia della
muscolatura liscia polmonare. Sono stati fatti tentativi di valutare la
prognosi: sembra che quanto più rappresentata e ricca è la cellularità e
scarsa la fibrosi, tanto migliore sono la risposta alla terapia steroidea e la
sopravvivenza.
A passi veloci dalla diagnosi allintervento
Linvasività della procedura e la necessità di unéquipe chirurgica e
anatomopatologica esperta, richiedono di selezionare i soggetti da sottoporre a
biopsia: sono criteri di scelta un quadro clinico e radiografico incerto, uno
stato di salute generale del paziente discreto, letà non avanzata e la sua
disponibilità a sottoporsi a soluzioni terapeutiche molto impegnative (quali il
trapianto), una volta raggiunta la diagnosi precisa.
Scoprire una fibrosi polmonare è infatti solo la fase iniziale di un percorso
difficile: i pazienti sono giovani e si trovano a dover affrontare una patologia
quasi sconosciuta, con un decorso rapido che in poco tempo li mette nella
condizione di non potersi più muovere, e per la quale non esistono terapie
efficaci (vedi lo schema). Savino aveva paura del tumore e si è
tranquillizzato quando il curante lha escluso. E possibile immaginare la
raffica di domande che egli ha posto al suo medico: «Di che malattia si tratta,
da cosa è provocata, si può curare, quanto dura, si guarisce?» Purtroppo, le
poche risposte certe non sono rassicuranti.
Infatti la terapia steroidea offre benefici limitati, se non nulli, ed è spesso
gravata da effetti collaterali gravi quali diabete mellito, necrosi avascolare,
miopatia, insonnia, irritabilità, astenia, facies cushingoide, depressione,
acne, malattia ulcerosa (1, 4). Savino li ha sperimentati quasi tutti, compreso
il fastidiosissimo cambiamento di carattere che la famiglia faticava ad
accettare. La terapia steroidea viene comunque utilizzata ad alte dosi (40-100
mg di prednisone il dì) e la risposta viene valutata dopo tre mesi di terapia
non solo in base alla soggettività del paziente, ma con un controllo
strumentale. In caso di una buona risposta la terapia va continuata, a dosi più
basse, in quanto la sua sospensione si accompagna a una recrudescenza della
fibrosi.
Poche alternative al trapianto
Se non vi è risposta positiva o se vi è recidiva, sono state testate
alternative terapeutiche con immunosoppressori, quali la ciclofosfamide (5) e lazatioprina
(1), con agenti antifibrotici come colchicina e penicillamina
(6, 1) e con linterferone (7); i risultati sono spesso deludenti, sia per la qualità di vita, sia per la
sopravvivenza.
Colchicina (0,6 mg una o due volte il dì) e interferone sembrano aver dato i
riscontri più interessanti. Sono comunque trattamenti sperimentali (allo studio
attualmente ci sono le interleuchine) per cui è meglio che il paziente venga
seguito in centri con esperienza di fibrosi polmonare ove, oltre a trovare unassistenza
multidisciplinare, viene valutato il suo inserimento nella lista di attesa per
il trapianto polmonare.
Malgrado tutti i rischi chirurgici e postoperatori a breve, medio e lungo
termine, il trapianto sembra a tuttoggi lunica chance di sopravvivenza. La
lunga attesa che affligge gli aspiranti a una sostituzione di organo in Italia
deve far indirizzare subito il malato ai centri di trapiantologia, soprattutto
se si tratta di soggetti con le stesse caratteristiche di Savino che depongono
per unaggressività della fibrosi, quali il sesso maschile e la progressione
dellinsufficienza respiratoria, nonostante gli steroidi.
Il deterioramento della diffusione polmonare di monossido di carbonio (DLCO) e
la quantità di fibrosi sembrano due criteri sensibili per calcolare il tempo a
disposizione per il trapianto (8).
In questo caso aveva pensato bene il medico curante che vedeva le condizioni del
paziente deteriorare velocemente. Quando il giudizio del medico di medicina
generale non si accorda con quello specialistico, può essere opportuno un
ulteriore parere richiesto in centri di riferimento di terzo livello. Sarebbe
infatti vantaggioso riunire tutti i casi di fibrosi polmonare idiopatica in
poche unità per ottenere campioni con una numerosità tale da consentire la
produzione di conoscenze sul suo decorso, sullefficacia dei farmaci e per
favorire laccesso alle cure sperimentali.
I pazienti vanno informati nel modo più completo ed esauriente per essere
realmente in grado di valutare anche le opzioni terapeutiche più aggressive. La
giovane età del paziente, lassenza di altre malattie, la mancata risposta al
prednisone, erano criteri sufficienti per indirizzarlo al trapianto, che oggi
utilizza un solo polmone, con gli stessi risultati della sostituzione di
entrambi e possibilità di distribuire organi a più persone. La sopravvivenza a
5 anni è 50-60 per cento (9).
Savino non è arrivato allintervento: il pneumotorace spontaneo lha
portato a morte nel giro di pochi giorni. Linsorgenza di una dispnea acuta
deve sempre far sospettare il pneumotorace anche in assenza di dolore e laria
intrapleurica va ricercata anche con la TC, perché la radiografia semplice del
torace può non bastare (10).
Oltre allinsufficienza respiratoria, sono cause di morte anche complicanze
quali una cardiopatia coronarica e le infezioni. Queste ultime sono dovute alle
bronchiectasie, alla scarsa clearance mucociliare e al reflusso gastroesofageo.
Gli stessi corticosteroidi aumentano il rischio di infezione, come è avvenuto
per Savino, il cui pneumotorace è stato conseguente allinfezione da
aspergillo nigro, microrganismo tipico degli immunodepressi. La fase terminale
della malattia è caratterizzata da grave ipertensione polmonare con cuore
polmonare che non migliora con lossigenoterapia. Ciò pone il dilemma della
ventilazione meccanica e un altro motivo per cui è imperativo informare il
paziente è proprio permettergli di manifestare il suo pensiero circa le
pratiche rianimatorie (vedi Occhio Clinico 2001; 7:
24).
Due studi apparsi su Chest concludono che andrebbe avviato alla ventilazione
solo chi può fare un trapianto di polmone nel giro di pochi giorni perché, se
lattesa si prolunga, i pazienti muoiono entro 60 giorni, tutti trascorsi col
respiratore (11, 12).
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