Il caso: Un cuore sbilanciato

IL CASO

UN FISICO SFORTUNATO

Un mio assistito di 62 anni, Paolo G., fisico presso una grossa industria, fumatore, ma privo di altri fattori di rischio per il carcinoma polmonare, mi porta una radiografia del torace eseguita nell'ambito di un progetto di diagnosi precoce. Il reparto di chirurgia toracica dell'ospedale universitario della mia città, Varese, ha infatti promosso questa iniziativa, coinvolgendo nella selezione delle persone da inviare per il controllo i medici di famiglia. Anche i pazienti stessi sono stati informati attraverso i media.
Mi sono dichiarato scettico fin dall'inizio, memore di lavori scientifici contrari allo screening, e infatti non partecipo al reclutamento, ma in questo caso il signor G. mi mostra un radiogramma con una voluminosa opacità periferica destra, assolutamente nuova rispetto alla radiografia eseguita l'anno precedente nel corso di un ricovero. Subito operato, l'esame istologico ha confermato la presenza di un adenocarcinoma, purtroppo non totalmente asportabile data la sua estensione locale e linfonodale.
Il decorso è complicato da ripetuti episodi di pneumotorace. Paolo G. viene poi sottoposto a radioterapia. La collaborazione del paziente alle cure viene premiata da un apparente successo della terapia radiante, eseguita a scopo palliativo: la neoplasia pare del tutto scomparsa. Il paziente sta bene per un anno, ma poi muore in quattro mesi per metastasi epatiche e cerebrali, nonostante un tentativo di salvataggio con chemioterapia e radioterapia. Durante tutto il decorso, dal riscontro casuale al decesso, il paziente non ha mai sofferto per disturbi a carico dell'apparato respiratorio o del torace (se non per quelli dovuti alle terapie). Mi sorge un dubbio: che la diagnosi «precoce» sia servita solo ad anticipare la coscienza di malattia e le sofferenze legate alla terapia, senza migliorare l'aspettativa di vita?


Il commento
Filippo Bianchetti e Romeo Riundi / medicina generale (Varese)


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