IL CASO

Miracolo a Rimini

Seria, occhialuta e studiosa, Veronica non aveva mai frequentato il mio studio prima del giorno in cui era caduta a scuola, durante un'esercizio in palestra, battendo violentemente la testa. L'indomani era venuta, con la madre, a dirmi che non ci vedeva più dall'occhio sinistro. Subito dopo l'incidente aveva perso conoscenza per breve tempo e perciò l'avevano portata al pronto soccorso, da dove l'avevano rimandata a casa, ancora un po' frastornata, dopo molte ore d'osservazione. Il mattino, aprendo gli occhi alternativamente, si era accorta della cecità monolaterale, e si era spaventata.
Da lì è iniziata una storia infinita, una lunghissima catena di visite e accertamenti. Prima dai maggiori oculisti della città, poi da neurologhi e neurochirurghi, poi ancora da specialisti stranieri, nei centri più rinomati d'Europa.
Dopo ogni tappa, la madre veniva anche da me, a mostrarmi gli esiti degli esami. In sostanza, risultava che l'occhio non aveva alcun segno patologico, con fondo normale e senza alcuna traccia di atrofia del nervo, anche dopo molti mesi dall'incidente. Tutti i riflessi oculari risultavano perfettamente normali. Anche il nervo ottico e il chiasma, studiati con la TC e la risonanza, non mostravano segni di lesione. In compenso il visus era completamente assente in tutto il campo dell'occhio di sinistra, e normale in quello di destra. La visione stereoscopica risultava assente, mentre i potenziali evocati davano risultati incerti, a detta di chi li aveva eseguiti.
Le mie nozioni di anatomia facevano a pugni con tutta quella storia. Esclusa la simulazione (assai difficile ai test di percezione della profondità), non riuscivo a immaginare quale lesione organica potesse produrre un simile quadro. Non restava che pensare a una disturbo funzionale e la parola isteria mi venne alle labbra durante una delle tante conversazioni con la madre di Veronica. Mi ricordai anche di essere stato consultato tre o quattro anni prima, perché la ragazza aveva perso la voce dopo un raffreddore: dopo qualche settimana di completa afonia, tutto era tornato a posto.
La cecità invece non solo persisteva, ma la prognosi che i migliori oculisti e i migliori neurochirurghi emettevano era invariabilmente pessimista: «Dovete rassegnarvi, questo occhio è perso» pare dicessero senza eccezione. Dico pare, perché nessuno si abbassava a scrivere neppure un rigo di accompagnamento e di conclusione dell'enorme iter diagnostico.
Poi venne il gran balzo al di là dell'oceano. L'avevo sconsigliato, perché mi sembrava un ennesimo inutile tentativo di trovare qualcuno dotato della bacchetta magica. Ma questa volta dovetti ricredermi. La madre di Veronica, tornata in Italia, venne da me e mi porse una lunga lettera in inglese, scritta da un oculista di Boston.
Era indirizzata al «medico curante» e si svolgeva secondo un metodo rigoroso. Non ho mai letto un'anamnesi così accurata (c'era anche l'episodio di afonia), né un esame obiettivo tanto completo. Ma la cosa più stupefacente era la semplicità e limpidezza del ragionamento clinico con cui il collega americano, dopo aver escluso ogni possibile spiegazione organica, arrivava alla diagnosi. Nella lettera non c'era il termine di isteria, ma quello politicamente e nosologicamente corretto di «disturbo di conversione con deficit sensitivi». E per finire c'era la prognosi: «Data la natura funzionale del disturbo, è prevedibile un recupero completo della vista, più probabilmente in modo improvviso, entro un termine non definibile».
E così fu, puntualmente: un bel giorno d'agosto, mentre camminava con la madre sul lungomare di Rimini, Veronica, aprendo e chiudendo i due occhi alternativamente, esclamò: «Mamma, ci vedo bene anche a sinistra!».


Il commento Giuseppe Parisi / medicina generale (Trento)


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© Occhio Clinico febbraio 1999