Il caso:"Lei mi rovina la giornata"

IL CASO

LEI MI ROVINA LA GIORNATA

La signora Adriana B. è stata la mia paziente più antipatica. Dico è stata perché ormai sono riuscito a ricusarla, dopo averle mandato una lettera in cui la invitavo a cambiare medico il più velocemente possibile.
Era odiosa già a prima vista: corpulenta, arcigna, truccata in modo da far risaltare due occhietti furbi, la bocca costantemente rivolta all'ingiù. Mai l'ho vista sorridere. Soprattutto era il suo carattere a indispettire, non solo il sottoscritto, ma la maggior parte dei medici con cui veniva a contatto.
Presuntuosa e supponente oltre ogni limite, arrogante e imperiosa nell'incedere, soleva entrare nel mio studio scuotendo il capo come per dire: "le sue medicine non hanno avuto alcun effetto!" ancor prima che io la facessi accomodare.
Una volta seduta, iniziava un lungo lamento circa i suoi vari disturbi (che pure erano veri), sul fatto che se ne erano aggiunti di nuovi in relazione alle terapie da me consigliate e sulla necessità di consultare "il miglior specialista" del ramo.
Adriana B. pretendeva da me indirizzi di luminari e, soprattutto, trascrizioni di innumerevoli esami richiesti senza troppa convinzione dai più illustri esperti.
In ogni caso, la caratteristica che trovavo maggiormente insopportabile era la sua continua interferenza nel rapporto col marito e, specialmente, con suo figlio. Quest'ultimo, infatti, per quanto in gran parte succube di una madre tanto insopportabile, era riuscito a mantenere una certa debole personalità. Sofferente di un'ulcera duodenale (il minimo che poteva succedergli...), utilizzava a volte le ricorrenti epigastralgie più per cercare qualche consiglio confidenziale che per ottenere antiacidi. In particolare, era tragica la sua situazione sentimentale: qualunque ragazza egli avvicinasse, veniva sempre scartata dalla madre in quanto "non seria" o "non di buona famiglia". Così egli, col passare degli anni, superata ormai la trentina, si trascinava da un posto di ragioniere che detestava (ma che era molto "sicuro" come invece diceva la madre) a rari week-end sulla neve, sua unica vera passione. Da tempo, comunque, sospettavo una latente omosessualità come causa principe del lungo corteo di sintomi paraulcerosi di volta in volta riferiti. Insomma, Adriana B. mi era antipatica, molto antipatica !
Cominciavo a temere il momento del suo appuntamento quasi mensile, e il mio senso di frustrazione cresceva man mano che passava il tempo.
Il marito, un uomo ormai asservito totalmente alla perniciosa personalità della moglie, aveva stabilito con me un discreto rapporto, soprattutto da quando avevo diagnosticato un eritema da farmaci al glande (lui aveva detto che avevo "indovinato" la diagnosi) senza far ricorso allo specialista.
La moglie era comunque intervenuta per inviare al più presto il marito dal dermatologo e, anche in quella occasione, avevo consigliato un nome di un certo prestigio, che aveva confermato la mia diagnosi. Era poi venuta nel mio studio, passando maleducatamente davanti a tutti gli altri pazienti in attesa, non già per complimentarsi con me, ma per chiedermi la trascrizione di una dozzina di inutili accertamenti richiesti dal collega dermatologo. Alla mia obiezione circa l'utilità effettiva di quegli esami, ella aveva risposto brusca: "Con quello che mio marito ha pagato la visita, vuole che questi esami siano inutili?".
Trascrissi sul ricettario regionale gli esami prescritti, cui feci seguire una lettera di ricusazione. Persi tre assistiti ma non mi ero mai sentito così bene.


Il commento
Giuseppe Parisi - medicina generale (Trento)


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© Occhio Clinico gennaio 1997