I CASI
Un neon che dà alla testa
«E poi vorrei qualcosa per la cervicale. Non ne posso più». «Vuol dire che le fa male il collo?» gli chiedo io. «Sì, inizia qui dietro, ma poi mi prende la testa...». Inizia così il racconto dei disturbi di Alex C, un meccanico di 35 anni.
Occorre un po' di tempo per chiarire il dolore: quando diventa violento riguarda non il collo ma la regione temporale. Il quadro di emicrania senza aura si delinea allora abbastanza chiaramente, a dispetto delle svariate radiografie della cervicale a cui Alex è stato sottoposto, sempre peraltro normali. Tutto concorda: la familiarità, il carattere pulsante del dolore, la sua durata, i sintomi neurovegetativi che lo accompagnano. Occorre ora solo tentare di individuare una possibile causa scatenante: servirà ancora un po' di tempo.
Le crisi non avvengono mai durante i fine settimana, fatto abbastanza singolare. Sembrano legate all'attività lavorativa visto che si manifestano sempre verso il termine dell'orario di lavoro, circa due volte la settimana. L'attività in officina però non è stressante per Alex, che viceversa ne è molto soddisfatto.
«Alex, ma cosa succederà mai in quei due giorni?» domando. «Non saprei...ora che mi ci fa pensare succede sempre il lunedì e il venerdì. Sarà perché sta iniziando o finendo la settimana?». «E' possibile, ma non c'è qualcosa che lei fa di particolare?». «No, nulla».
Comincio ad avvertire segni di irrequietezza nella sala d'attesa e mi pare di essere arrivato a un punto morto, per cui accenno alla possibilità di una profilassi farmacologica, vista la frequenza delle crisi. «Aspetti, il lunedì e venerdì lavoro in quella maledetta stanzetta...la odio! E' da un anno che devono riparare il neon. Si accende e si spegne, sembra di essere in discoteca!».
E' come se si accendesse un flash anche per me: propongo ad Alex di far sostituire al più presto la lampada e farmi poi sapere come va la cefalea.
Il racconto finisce bene. Eseguita la riparazione per Alex l'emicrania sarà solo un ricordo. Una mezz'oretta di dialogo ha sostituito, spero per sempre, una montagna di analgesici.
Saracinesca abbassata
Sono le sei e mezza di sera quando entra in ambulatorio Franco C, un uomo di 35 anni, che vedo per la prima volta. Mi chiede un parere riguardo a un malessere che ha accusato durante il pranzo oggi e che l'ha indotto a non riprendere il lavoro nel pomeriggio: è titolare di un'officina di auto riparazioni, che gestisce da solo.
«Una piccola fitta qui sul petto... non sarà niente, ma sa, con tutto quello che si sente...» e indica con il dito un'area presternale circoscritta. Non sembra affatto sofferente, né particolarmente preoccupato. «Sarà un dolore intercostale, oppure il boccone che stavo inghiottendo». Un fastidio di breve durata, non associato a sudorazione, dispnea o cardiopalmo. L'esame obiettivo è negativo e non sono presenti fattori di rischio coronarico se si eccettua il consumo di circa 10 sigarette il giorno. Dieci minuti dopo l'inizio della consultazione la diagnosi pare molto chiara: precordialgie di probabile origine non coronarica. In questa storia c'è però un fatto che mi pare incoerente: perché Franco questo pomeriggio non ha ripreso il lavoro? Quale paura l'ha allarmato a tal punto da indurlo a non riaprire la sua autofficina? Giro a lui la domanda. «Mi sentivo un po' strano, come se potesse succedermi qualcosa...». Ho la netta sensazione che sia reticente e che per ora nasconda a se stesso il vero volto della sua paura. Gli chiedo una descrizione più dettagliata di quello che è successo.
«Quando è iniziato pensavo di morire. Non avevo mai provato una cosa del genere. L'aria mi mancava, mi sentivo come stringere...ho dovuto alzarmi dalla tavola. Volevo quasi telefonare, poi piano piano, nel giro di un quarto d'ora, è andato via».
Gli chiedo se davvero era stata la prima volta: «Provi a ricordare, per me è importante». Dopo un lungo sospiro viene fuori il racconto della nottata appena trascorsa, della sua faccia pallida riflessa nello specchio del bagno, degli sforzi fatti per dissimulare i sintomi davanti alla moglie.
Alle sette lo invio al Pronto soccorso raccomandandogli di portare con sé una breve relazione clinica in cui descrivo i fatti e formulo l'ipotesi di un'angina instabile. Viene dimesso la sera stessa, dopo l'esecuzione di un ecg, la determinazione del CPK e la somministrazione di un ansiolitico, con la diagnosi di precordialgie atipiche: all'anamnesi sono stati dedicati non più di 5 minuti. Di tutto questo vengo a conoscenza il giorno successivo all'ospedale dallo stesso Franco, che nella notte è stato ricoverato per un infarto laterale esteso.
Il commento Giuseppe Belleri - medicina generale (Brescia)