I Gruppi Balint: un aggiornamento inattuale?
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I Gruppi Balint: un aggiornamento inattuale?
Inserito da redazione il Gi, 15/05/2008 - 01:00
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Quando un medico prescrive un farmaco, prescrive se stesso (Michael Balint, 1957).
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Presentare oggi un metodo di lavoro nato più di mezzo secolo fa e che si occupa di sensibilizzare i medici e gli altri operatori d’aiuto alle componenti interpersonali della terapia, può addirittura sembrare sovversivo, data l’attuale impostazione aziendale dei Servizi di aiuto alla persona, associata a una cultura fondata quasi esclusivamente sulla Evidence Based Medicine (vedi anche Occhio Clinico 2007; 8: 7).<br />
Come, però, afferma la collega dell’articolo precedente, molto va fatto per aiutare le persone che vivono con o attorno al malato mentale sia a comprendere fino in fondo la sua sofferenza sia a reggerne il peso: la contiguità con persone che vivono nella sofferenza fisica e psichica è una fonte primaria e nota di stress per gli operatori delle professioni di aiuto, anche quando non percepiscono con chiarezza le emozioni che il paziente suscita in loro (Mistura 2003). <br />
Per evitare la sindrome del burn out, sempre in agguato, è necessario quindi ammettere che anche chi dà aiuto si trova nella condizione di avere bisogno di aiuto. <br />
La partecipazione a un gruppo Balint rimane a tutt’oggi uno strumento incisivo e di facile attuazione per la formazione psicologica di tutti gli operatori, che aiuta a migliorare le capacità relazionali, a sviluppare una personalità terapeutica e a proteggere se stessi senza compromettere il proprio lavoro (Trombini 1994). <br />
Sulla scia dell’enfant terrible della psicoanalisi Sandor Ferenczi, che gli trasmise l’importanza della soggettività e della partecipazione affettiva del terapeuta nella relazione di cura, lo psicanalista Michael Balint (Budapest 1896 – Londra 1970) ne riprese il lavoro di formazione ai medici generici nel policlinico di Budapest negli anni trenta dello scorso secolo. Fu però vent’anni dopo, alla Tavistock Clinic di Londra, dove nel frattempo si era trasferito, che trovò le condizione adatte e lavorò alla maniera dei gruppi Balint, divenendo conduttore dapprima di un gruppo di assistenti sociali e di psicologi (1948) e finalmente di gruppi di medici di famiglia (1950).<br />
Egli scelse di lavorare proprio con questi ultimi in quanto ritenuti gli unici capaci di cogliere l’esperienza della malattia nell’ambiente socioculturale nella quale si genera, e quindi di superare le scissioni indotte da un approccio iperspecialistico e settoriale e recuperare il paziente come persona. Resosi ben presto conto che le lezioni teoriche erano basate sulla relazione rassicurante, ma scarsamente proficua di maestro-allievo, egli trovò nel piccolo gruppo centrato sulla discussione di casi clinici il modo migliore per parlare di psicologia, materia che non può essere insegnata, ma deve venire soprattutto vissuta.<br />
Nel gruppo, una decina di partecipanti si riunivano settimanalmente per un’ora e mezza, operando sul «controtransfert», cioè sul modo in cui il medico utilizza il proprio modo di fare, le proprie convinzioni scientifiche, le proprie reazioni automatiche, al fine di ottenere una modificazione notevole, seppur parziale, della propria personalità (Balint 1961).<br />
Lo scopo era rendere consapevole il medico del suo essere «medicina» e di quanto la relazione con il malato influisca sul suo comportamento professionale, sulle decisioni diagnostico-terapeutiche e sulle risposte del paziente e del suo ambiente.<br />
Per farsi un’idea precisa di un gruppo Balint e comprenderne il suo significato occorre farne esperienza: attraversando il silenzio, superato un certo disagio iniziale, il piccolo gruppo di colleghi disposti in cerchio, seduti su sedie uguali, trova le parole per approfondire la comprensione della situazione problematica e non per trovarne la soluzione (come indicato nelle linee guida della British Balint Society, 1994). Balint considerava imprescindibile garantire ai partecipanti la possibilità di esprimersi, anche con «il coraggio della propria stupidità». <br />
In oltre vent’anni di lavoro con i medici di famiglia, Balint modificò il concetto del rapporto medico paziente, riconoscendo la mutua influenza nel processo di cura e l’uso diagnostico della capacità di ascoltare, criticando la cosiddetta «funzione apostolica» del medico. «Ogni medico ha un’idea vaga, ma quasi irremovibile del comportamento che un paziente deve adottare in caso di malattia...come se egli possedesse la conoscenza rivelata di ciò che i pazienti hanno diritto o no di sperare e sopportare e dovesse convertire alla sua fede tutti i pazienti ignoranti e increduli». <br />
Recentemente i gruppi Balint sono più centrati sui medici (Rabin 1999), con maggior enfasi sul contesto nel quale essi presentano e raccontano le loro storie (vedi anche a fondo pagina). In alcuni paesi (a partire dalla Croazia) sono stati introdotti come parte ufficiale dell’educazione dei medici di famiglia (Kulenovic 2000). <br />
Chi scrive conduce un gruppo Balint formato da medici di famiglia e ospedalieri, infermieri, fisioterapisti e assistenti sociali, che enfatizza la complessità dei ruoli e delle emozioni che si esprimono in una miriade di modalità contraddittorie (Rivera 1989).<br />
Il metodo di Balint è criticato da alcuni per la centralità delle teorie psicodinamiche (a scapito, per esempio, di quella cognitivo-comportamentale), per il dispendio di tempo (due ore ogni 15-30 giorni, per uno o due anni) e per la non facile valutabilità in termini di efficacia, efficienza e qualità. Per finire, la partecipazione ai gruppi è su base volontaria e in evidente non cale della raccolta dei punti ECM.
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abstractBalint groups: an outmoded form of professional development? In the mid 20th century, the Hungarian psychoanalyst Michael Balint set up learning groups for practitioners, focusing on the emotional and relational aspects of the profession. In these groups, participants discussed the clinical cases they had “experienced”, helping them to become aware that diagnostic/therapeutic decisions depend not only on professional training and scientific skills, but also on the practitioner’s emotional life. key words: Balint groups; clinical and emotional partnership |
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