<p class="firma"><b>Giuseppe Parisi</b><br /> medicina generale<br /> Trento</p><p class="sommario">Come Zadig, il personaggio di Voltaire che descrive la cagna della regina e il cavallo del re, che mai aveva visto, in base ai vaghi ma eloquenti segni trovati nel bosco, così il medico ricerca nella narrazione del paziente le tracce della sua malattia.</p><p>In questi ultimi anni chi si occupa di insegnamento della medicina generale nota con piacere un crescente interesse per il cosiddetto approccio narrativo alla realtà clinica; in quest’ambito si inserisce anche l’uso della narrazione delle storie dei pazienti come strumento di un insegnamento portatore di una visione della clinica non nuova, ma a lungo soffocata e molto diversa da quella classica.<br /> La narrazione di storie ha proprie profonde radici culturali che la distanziano dal classico report del caso clinico. Raccontare storie risponde al bisogno di meravigliare, avvincere l’ascoltatore, emozionarlo, mostrare la propria bravura e intelligenza, oppure di dimostrare un’asserzione o una regola generale, di insegnare dal caso particolare che rimanda al caso generale. Nel racconto aneddotico, una sequenza di tempo umano si dispiega in modo avvincente di fronte all’ascoltatore; i particolari, talvolta ridondanti, sono veicoli di emozione e tutto concorre a raggiungere un senso attraverso la violazione della canonicità, l’irrompere dell’inaspettato e talvolta della magia. Ben diverso è sviluppare il racconto seguendo il criterio di sfrondare i tratti non necessari, tenendo bene presente che l’accadimento è considerato caso specifico di una legge generale che si vuol dimostrare. Se nella prima intenzione il racconto segue le regole della coerenza narrativa, con l’obiettivo di un insegnamento convincente, nella seconda il racconto segue le regole della concordanza tra situazione contingente e modello teorico generale, con l’obiettivo dell’insegnamento normativo.<br /> E’ evidente che chi pone l’accento sulla narrazione meravigliosa crede e propone che il mondo dell’interazione umana sia «ricco e disordinato», complesso e insondabile. Chi pone, invece, l’accento sulla narrazione didattica vuole dimostrare che si può porre un ordine nella follia, che la variabilità umana può essere ridotta a valori medi.<br /> Le due posizioni sono state da sempre compresenti in misura variabile nella storia della medicina (e più in generale nella storia del saper umano): la narrazione meravigliosa è l’espressione moderna di un pensiero antico che lo storico Carlo Ginzburg ha chiamato «paradigma indiziario». Si pensi ai cacciatori preistorici in grado di leggere, nelle tracce mute della preda, una serie coerente di eventi e alla divinazione del futuro fatta sulla minuziosa ricognizione di sterco, orme o peli. Il mito, ancora una volta perfetta sintesi del rapporto tra l’uomo e il suo ambiente, pone il sapere congetturale sotto l’egida di Metis, madre di Atena, partorita dentro il ventre di Zeus e fuggita dalla sua testa. <br /> Nel milleseicento, il metodo galileiano, astratto e generalizzante, entra nell’università e inizia a informare anche la medicina: si introducono l’anatomia e il metodo sperimentale, si esorta lo scienziato a guardare al grande libro della natura non solo con i sensi fisici, ma con l’occhio della mente. <br /> «E certo», scrive ancora Ginzburg, «tra il fisico galileiano, professionalmente sordo ai suoni e insensibile ai sapori, e il medico suo contemporaneo, che arrischiava diagnosi tendendo l’orecchio a petti rantolanti, fiutando feci e assaggiando urine, il contrasto non poteva essere maggiore». <br /> Questa frattura si è conservata immutata fino a oggi: mentre la narrazione aneddotica è figlia di Metis, quella del caso clinico è figlia del metodo galileiano. Un buon medico di oggi ha quindi a disposizione un metodo indiziario, congetturale, e un metodo galileiano che gli permette di ridurre, sfrondare e isolare sintomi e segni per arrivare al modello di malattia astratto e generale, che ha valore nell’ambito di popolazione. Molte volte, però, la diagnosi asettica e meccanicistica spezza i legami che il metodo indiziario mantiene col rispetto del soggetto e del contesto e non si cura del senso che salute e malattia assumono per l’interessato.<br /> La narrazione aneddotica allena a percepire la centralità e la biosingolarità del soggetto e della sua costruzione di senso a dispetto di una medicina teorica che lavora sulle caratteristiche medie delle popolazioni. Esalta la rilevanza della teoria funzionale al contesto e dell’espediente nella pratica clinica quotidiana a dispetto delle procedure rigide. In definitiva, si pone come approccio storicizzato.<br /> Il caso clinico, invece, utilizzato parallelamente e non in alternativa al racconto, allena ad applicare la conoscenza teorica alle situazioni reali e l’apprendimento avviene confrontando l’azione clinica possibile con l’azione efficace in teoria. <br /> Il lavoro su aneddoti e casi clinici deve dunque tenere ben distinte le loro finalità; la novità insita nel crescente interesse per la narrazione dà voce al metodo indiziario, riconoscendo l’esistenza di paradigmi diversi alla base del metodo clinico e il contributo dato dalla narrazione meravigliosa all’arricchimento del senso stesso del curare.</p><p class="bibliografia">Bibliografia</p> <ul><li>Ginzburg C. Spie. Radici di un paradigma indiziario. In Gargani A. Crisi della ragione. Torino: Einaudi, 1979.</li></ul>
La narrazione meravigliosa esalta il metodo indiziario
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