<p><img src="/cms/files/immagini/oc070815rece.jpg" alt="copertina libro" title="copertina libro" align="left" height="185" hspace="5" width="124" /><b>Paolo Cornaglia-Ferraris </b><br /><i>Il buon medico</i>. <br />Chi, come, dove trovarlo <br />Bari: Laterza, 2002<br />177 pagine, 12 euro</p><ul><li>L’autore, già oncologo del Gaslini di Genova e da quasi dieci anni affermato fustigatore delle debolezze più o meno veniali in camice bianco, ha destinato questo snello volume al pubblico laico. Ciononostante, è un buon esercizio di autosorveglianza per quanto riguarda atteggiamenti e comportamenti con i propri pazienti, specchiarsi nelle caricature che Paolo Cornaglia-Ferraris fa dei colleghi. «Caricature» è il termine che usa egli stesso, per allontanare il sospetto di liquidare con giudizi troppo sommari stimati e stimabili professionisti, quando ne incasella i tipi nelle sue categorie: i medici di base vengono catalogati tra quelli di buon senso (da ricercare come pregiati tartufi), i massimalisti burocratizzati, i frustrati da un amore non ricambiato per la disciplina, i creativi, che si buttano sulle medicine alternative spesso per coprire i loro deficit in quella ufficiale (l’autore suggerisce di verificarne l’iscrizione all’Ordine), i prescrittori e gli spedizionieri, che usano lo studio come centro di smistamento verso gli specialisti. Questi ultimi, pur con la premessa, tatticamente ineccepibile, della loro indispensabilità, ricevono etichette non meno stigmatizzanti: ci sono lo scienziato, il docente, i fuoriclasse, veri e finti, quello che eccepisce sempre sull’operato di chi lo ha preceduto, la primadonna e l’affabulatore, che stordisce il paziente con quel gergo professionale che, a detta di George Bernard Shaw, è una cospirazione contro i profani. Una medicina per ridere, dunque, ma anche per riflettere, non dissimile da quella il cui filone è rintracciabile sulle illustri pagine del BMJ. Risalta, per esempio, l’affinità con lo studio tra il serio e il faceto di David Isaacs e Dominic Fitzgerald Seven alternatives to evidence based medicine (BMJ 1999; 319: 1618) che verifica la corrispondenza tra le i fondamenti delle decisioni cliniche e i diversi tipi di medico. L’ipotesi di partenza degli autori è, infatti, che la personalità trascenda la disciplina (con l’eccezione della chirurgia, in cui la disciplina trascende la personalità). La medicina, lungi dall’essere sempre evidence based, può così essere:</li><li>eminence based: per i colleghi più anziani, l’esperienza batte qualsiasi grado di prova (il lucore dei capelli bianchi o della pelata ha un effetto aureola);</li><li>vehemence based: la voce grossa può sostituire le prove d’efficacia (mette al loro posto i colleghi timidi e convince i parenti della propria abilità);</li><li>eloquence based: l’abbronzatura permanente, un vestito di Armani e un bell’eloquio sono potenti sostituti delle prove di letteratura;</li><li>providence based: in mancanza della più vaga idea di come procedere, la decisione può essere rimessa nelle mani dell’Onnipotente (anche se poi non si resiste alla tentazione di darGli una mano);</li><li>diffidence based: non si decide niente per senso di inadeguatezza (sempre meglio che fare qualcosa solamente per salvare l’amor proprio);</li><li>nervousness based: la fobia di una denuncia è un potente stimolo all’eccesso diagnostico e terapeutico;</li><li>confidence based: riguarda solo i chirurghi.</li></ul><p class="firma"><b>Simonetta Pagliani</b><br />Occhio Clinico<br /> </p>
Autoironia, viatico dell’autocritica
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