L'Istat fotografa la salute degli italiani: ogni numero è uno scatto

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Belleri G
Il rapporto Istat Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari ha tracciato una mappa dello stato di salute degli italiani. Le patologie croniche presentano tassi più elevati al Sud che al Nord: tra esse quelle più diffuse sono l’artrosi, l’ipertensione arteriosa e le malattie allergiche. Oltre un terzo della popolazione risulta essere in sovrappeso, mentre quasi un quinto fuma. E’ in crescita il numero delle visite, sia specialiste che generiche e un elevato numero di persone di stato sociale basso è disposto a farsi carico della spesa per una consultazione. Il medico curante rappresenta un punto di riferimento per i cittadini più svantaggiati, mentre le fasce d’età giovani e medie dimostrano una maggiore consapevolezza del loro stato di salute e accedono più facilmente alle cure, alle pratiche di prevenzione e alla medicina tecnica e specialistica. Quanto alla soddisfazione dei pazienti, i livelli più bassi sono rilevati in Calabria, Puglia e Sicilia, quelli più elevati in Valle d’Aosta, nelle province di Trento e Bolzano e in Emilia Romagna.
parole chiave: 
Servizi sanitari; Medicina generale
Occhio Clinico 2007; 6: 30
<p class="firma"><b>Giuseppe Belleri</b><br />Medicina generale <br />Flero (BS)</p><p class="sommario">Criptato nelle cifre con le quali l’Istituto statistico nazionale delinea il quadro sanitario c’è un saggio sociologico su cui lavorare per il cambiamento.</p><p class="caso"><b>IL CASO 1 | Ritratto di gruppo nazionale, con salute</b><br /><br />Con l’indagine multiscopo Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari l’Istat (Istituto nazionale di statistica, www.istat.it/sanita) rileva presso i cittadini informazioni sullo stato di salute, il ricorso ai principali servizi sanitari, alcuni fattori di rischio per la salute e i comportamenti di prevenzione.<br />Il campione complessivo dell’indagine è stato ampliato da 24.000 a 60.000 famiglie, a seguito di una convenzione tra Ministero della salute, Istat e Regioni e grazie al contributo del Fondo sanitario nazionale su mandato della Conferenza Stato-Regioni. Ciò al fine di soddisfare i bisogni informativi a livello territoriale e consentire stime regionali e sub-regionali utili alla programmazione sanitaria locale. Nel 2006 sono stati pubblicati alcuni dei risultati di questa indagine: Gravidanza, parto, allattamento al seno e Prevenzione dei tumori femminili in Italia: ricorso a Pap test e mammografia.<br />Per quanto riguarda il medico di medicina generale, è oggetto di interessanti analisi su base statistica il suo rapporto con la popolazione degli assistiti.</p><p>Igea non è una dea bendata. Dal rapporto Istat emergono forti disuguaglianze quando si analizzano le condizioni di salute rispetto alla posizione sociale. Le persone con un basso titolo di studio presentano peggiori condizioni di salute, in termini sia di salute percepita, sia di morbilità cronica. In tutte le fasce d’età la quota delle persone che dichiarano di stare male triplica tra quanti hanno conseguito al massimo la licenza elementare rispetto a chi ha un titolo di studio superiore. A parità di età, le persone con titolo di studio più basso presentano generalmente punteggi medi dell’indice di salute mentale meno elevati.</p><p class="sottotitolo">La salute al dettaglio</p><p>Il 60 per cento delle persone sopra i 14 anni dichiara di stare bene o molto bene e solo il 5 per cento di uomini e l’8 per cento di donne riferisce di stare male. Lo svantaggio femminile si accentua fra le anziane, in cui prevalgono le patologie croniche.</p><p><i>La cronicità</i><br />I disturbi cronici più diffusi (10-20 per cento) sono: le malattie articolari, l’ipertensione arteriosa, le malattie allergiche con tassi molto elevati fin dall’infanzia. Una donna su 10 riferisce di essere affette da cefalea. Quote più elevate per gli uomini si osservano invece per la bronchite cronica e l’enfisema (5 per cento) e per l’infarto (oltre 2 per cento). Per la popolazione anziana aumenta di due punti percentuali negli ultimi cinque anni la prevalenza di diabete, ipertensione arteriosa, infarto del miocardio, artrosi e osteoporosi.</p><p><i>La disabilità</i><br />Le persone con disabilità sono 2 milioni 600 mila. Sebbene in Italia aumenti l’invecchiamento della popolazione la disabilità completa risulta significativamente in declino rispetto a 10 anni fa (5,7 a 4,7 per cento). Tuttavia le persone confinate nell’abitazione sono oltre un milione (2,1 per cento, ma 8,7 per cento tra gli anziani) e il 3 per cento della popolazione sopra i 6 anni presenta qualche limitazione nel prendersi cura di sé.<br />L’incapacità di vedere, sentire o parlare riguarda oltre 500 mila persone (1 su cento). Un decimo delle famiglie ha almeno un componente in qualche misura disabile e se ne prende carico (però un disabile su tre è solo). Quasi l’80 per cento delle famiglie con persone disabili non risulta assistita dai servizi pubblici a domicilio e oltre il 70 per cento non si avvale di alcuna assistenza, né pubblica né a pagamento, soprattutto nel Sud, pur dichiarandone la necessità.<br />Il Sud e le isole presentano tassi più elevati di patologie croniche gravi e di disabilità, soprattutto tra le donne anziane, tra le quali le disabili sfiorano il 30 per cento (contro il 20 delle coetanee del Nord).</p><p class="sottotitolo">L’Italia che si abbuffa e che fuma</p><p>Oltre metà della popolazione adulta è in condizione di normopeso, il 34 per cento in sovrappeso, mentre 3,4 per cento è sotto peso. Pur essendo ai livelli più bassi in Europa, la quota di obesi adulti è in crescita (quasi 5 milioni di persone), con un incremento di circa il 9 per cento in cinque anni. La prevalenza dell’obesità è maggiore al Sud e tra gli strati sociali meno abbienti. <br />In Italia fumano quasi 11 milioni di persone, circa il 30 per cento dei maschi e il 15 delle femmine; gli adolescenti e i giovani iniziano a fumare più precocemente di cinque anni fa. Due italiani su 10 sono ex fumatori: quasi sempre hanno smesso per propria determinazione, intorno ai 40 anni dopo circa una ventina d’anni di abitudine. Una buona notizia: si è un po’ ridotta la quota di donne che fuma in gravidanza.</p><p class="sottotitolo">L’Italia che ricorre alle cure mediche</p><p>Nel mese precedente la rilevazione erano state effettuata due visite a persona in media: in aumento negli ultimi 5 anni, soprattutto a favore degli ultra settantacinquenni. Sono Calabria, Umbria e Sardegna le regioni in cui se ne fanno di più. Nelle prime due è anche più alta la quota di visite generiche, mentre Umbria, Sardegna e Lazio, sono le Regioni nelle quali si fanno anche più visite specialistiche.</p><p><i>Dal medico di base a volontà</i><br />Il numero di visite generiche è cresciuto più di quello delle specialistiche. L’incremento complessivo delle visite si verifica in più della metà dei casi per ripetizione di ricette, per malattia e per controllo dello stato di salute. </p><p><i>Dallo specialista a pagamento</i><br />Tra le visite specialistiche le più numerose sono le visite odontoiatriche, seguite dalle ortopediche, oculistiche e cardiologiche. E’ interessante notare che l’incremento maggiore dalla rilevazione precedente si è registrato per le visite urologiche, cardiologiche, geriatriche e dietologiche. <br />La metà delle visite specialistiche è pagata interamente dalle famiglie, anche non considerando le visite odontoiatriche; regioni capofila delle visite «a pagamento» sono Marche e Umbria; fanalini di coda, Sardegna e Sicilia. E’ elevata la quota di persone di stato sociale basso disposte a farsi interamente carico della spesa per una consultazione.<br />Si è disposti a pagare visite e accertamenti specialistici soprattutto sulla base della fiducia nel medico o nella struttura oppure per evitare le lunghe attese. <br />E’ da chiedersi se ciò indichi una difficoltà del Sistema sanitario a dare risposte ai cittadini oppure un eccesso acritico della domanda.</p><p><i>Accertamenti diagnostici</i><br />Nelle 4 settimane precedenti la rilevazione sono stati effettuati oltre 15 milioni di accertamenti a pazienti esterni all’ospedale, di cui 10 milioni e mezzo circa di laboratorio (18 ogni 100 persone) e quasi 5 milioni strumentali specialistici (8 ogni 100 persone), stabili rispetto al 2000 ed eseguiti più dalle donne che dagli uomini. Le Regioni che presentano le percentuali più alte per il ricorso ad accertamenti diagnostici sono la Toscana, l’Emilia Romagna e il Lazio (circa 30 per cento persone). Quelle in cui il volume di accertamenti è più basso sono, invece, Trentino alto Adige e Friuli.<br />E’ pagato dagli utenti il 20 per cento delle prestazioni diagnostiche, con particolare frequenza in Lazio, Puglia, Marche e Sicilia. </p><p><i>In ospedale</i><br />I ricoveri ospedalieri sono diminuiti rispetto agli ultimi cinque anni: nel trimestre precedente la rilevazione hanno interessato poco più del 3 per cento della popolazione, con una durata media di una settimana. Il ricorso al ricovero cresce con l’età fino a raggiungere l’8 per cento sopra gli 80 anni. Solo il 5 per cento dei ricoveri è a carico delle famiglie. <br />Indirizzano verso il ricovero – quasi in misura uguale, 25 per cento circa ciascuno – il medico di famiglia, il pronto soccorso e il medico ospedaliero; mentre un medico consultato privatamente invia all’ospedale il 15 per cento dei casi. Un terzo dei ricoverati si è sottoposto a interventi chirurgici, un altro terzo a cure mediche, un numero minore (ma più consistente al Sud) a controlli dello stato di salute.</p><p><i>Chi si fa visitare</i><br />Le persone di status sociale più elevato fanno più visite e accertamenti specialistici. Le persone con livello di istruzione più basso fanno tre volte più visite generiche, il doppio di accertamenti di laboratorio e di ricoveri. Le prestazioni a pagamento tendono comunque a decrescere con l’aumentare dell’età del paziente.</p><p><i>Chi prende farmaci</i><br />Più di un quarto della popolazione assume ogni giorno i farmaci prescritti, con percentuali più elevate per le donne e i meno istruiti.<br />Le persone anziane presentano la quota minima di chi assume farmaci di propria iniziativa (poco più del 3 per cento) che raggiunge invece il suo massimo tra le persone di 25-34 anni (oltre 40 per cento). Delle persone che assumono farmaci quotidianamente, circa il 60 per cento ne prende due tipi, un quarto (soprattutto ultraottantenni) quattro o più tipi. </p><p><i>Chi si vaccina</i><br />Pur rimanendo la copertura vaccinale per il virus influenzale al di sotto dei livelli auspicati, si assiste, rispetto alla precedente rilevazione del 1999-2000, a un suo raddoppio. Nel 2005 si stima che in Italia si sia sottoposto a questa misura sanitaria il 20 per cento della popolazione (ma solo il 60 per cento degli anziani e la metà delle persone a rischio per patologia cardiovascolare o respiratoria). Sono soprattutto le Regioni dell’Italia meridionale e del Nordest a presentare i livelli più alti di copertura. </p><p class="sottotitolo">Soddisfatti: sì, no, ni</p><p>Un terzo della popolazione è soddisfatto del Servizio sanitario pubblico, quasi la metà dà una valutazione intermedia e il 17 per cento esprime insoddisfazione. Nelle Regioni del Sud il giudizio è più spesso negativo. Soddisfatti gli abitanti di Valle d’Aosta, Trentino alto Adige ed Emilia-Romagna. </p><p><i>Medici di famiglia, brava gente</i><br />La figura professionale verso la quale in Italia si ha maggiore fiducia è il medico di famiglia (64 per cento), seguito dal medico specialista privato (32 per cento) e dall’ospedaliero (13 per cento). <br />Per prendere decisioni importanti sulla salute ci si rivolge prevalentemente al medico di famiglia, specie da parte della popolazione anziana.<br />Tanto la medicina di famiglia è invisibile agli occhi dei privilegiati e della classe dirigente del palazzo, aduse a saltare il passaggio delle cure primarie, quanto la gente comune, anziani e malati cronici ne apprezzano professionalità e funzioni. </p><p class="sottotitolo">Cosa dire del medico di famiglia</p><p>L’imponente massa di dati contenuti nel rapporto Istat permette di avanzare alcune ipotesi rispetto al paradosso per cui, nonostante il successo e il radicamento sociale della medicina generale, la classe dirigente ne sottostima il ruolo nel servizio sanitario e la produttività in termini di salute collettiva. C’è un leit motiv che punteggia le pagine del rapporto dell’Istat: l’impatto delle disuguaglianze socio economiche sulla salute e sulle modalità di utilizzo dei servizi sanitari. Lo testimoniano i dati dell’influenza di variabili extra cliniche, come lo stato sociale e il livello di istruzione, sugli indicatori di salute e di accesso ai servizi considerati nella ricerca. <br />I cittadini più svantaggiati, per condizioni socioeconomiche, disabilità, età, comorbilità e livello di istruzione (condizioni non di rado associate) hanno come principale riferimento il medico curante, in cui ripongono fiducia e che è in grado di assicurare livelli di assistenza continuativa e qualitativa a parziale compensazione dello svantaggio sociale e culturale. <br />In posizione speculare troviamo le fasce d’età giovanili e medie, in migliori condizioni di salute, che accedono più facilmente alle cure, alle pratiche di prevenzione e alla medicina tecnica e specialistica, in una gestione apparentemente più consapevole della propria salute. Si tratta del profilo sociologico della classe medio-alta che risiede nei grandi centri urbani laddove, non a caso, la medicina generale è in maggiore affanno rispetto alla tradizionale figura del medico di paese.</p><p class="AMbox"><b>BOX 1 | prevenire meglio che curare?</b><br /><br />Più dell’80 per cento della popolazione maggiorenne ha effettuato un controllo di pressione, glicemia o colesterolo; oltre alle persone affette da patologie croniche, si controlla annualmente una quota non trascurabile di persone sane.<br />Il 6,5 per cento della popolazione (più donne che uomini) nelle quattro settimane precedenti l’intervista, ha effettuato almeno una visita generica o specialistica in assenza di disturbi o di malattie. La percentuale supera il 9 per cento in bambini, adolescenti e anziani; è, inoltre, maggiore al Centro e nel Nordest (più del 7 per cento): è qui che più spesso ci si rivolge agli specialisti. Indipendentemente dall’età, le persone con titolo di studio meno elevato, per le visite di prevenzione, si rivolgono in misura maggiore al medico generico. </p>

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