Un hobby cui appassionarsi: la farmacovigilanza

riassunto
editoriale
Vanegoni M
Le segnalazioni di reazioni avverse da farmaci sono in aumento. Sempre più medici comprendono che non si tratta di un atto burocratico, ma di un elemento che sarà utile, all’atto di discussione del profilo di sicurezza di un farmaco, per definire il possibile nesso di causalità tra un trattamento e l’insorgenza di una reazione. Emerge con urgenza la necessità che Università e istituzioni si occupino di più della patologia iatrogena che ha costi in termini di mortalità e di morbilità elevati, e anche ingenti costi economici.
parole chiave: 
Farmacovigilanza
Occhio Clinico 2007; 6: 2
<p class="firma"><b>Mauro Venegoni</b><br />Agenzia italiana del farmaco</p><p>Fino a due anni fa facevo il medico. Poi, mi hanno proposto di cambiare tutto: città e lavoro, passando da uno clinico a uno regolatorio. «Perché no?», ho pensato, «del mio mestiere conosco tutto il bene, ma anche tutti i limiti. Potermi dedicare per qualche anno a tempo pieno al mio interesse specifico (il mio hobby, dico io): quello delle reazioni avverse da farmaci. Potrebbe essere una buona idea». <br />Sembrava che dovesse succedere subito, poi non se ne è parlato più; infine, un anno e mezzo fa: presto, presto, partire, trovare casa, mollare l’ospedale, smontare lo studio, cominciare l’avventura…<br />Così, un po’ per scommessa, un po’ per ragionamento, mi sono trovato all’Agenzia italiana del farmaco a dirigere l’ufficio di farmacovigilanza. Certo, rispetto all’ospedale è un altro mondo. I problemi regolatori, le leggi, i rapporti con l’Europa, con le aziende farmaceutiche, tutto tende a far dimenticare il fine fondamentale del mio ufficio: monitorare la sicurezza dei farmaci, avere un rapporto il più stretto possibile con chi i farmaci li usa tutti i giorni e ne vede (se è capace) l’efficacia e i rischi. Mi sono posto l’obiettivo, anche se le questioni da seguire sono tante e molto differenti tra loro, di non perdere di vista l’attenzione alle segnalazioni di reazioni da farmaci e ai colleghi che le vedono (e le segnalano). E allora la mattina, quando arrivo in ufficio, come prima cosa apro nel computer il sito della rete nazionale di farmacovigilanza e passo in rassegna le segnalazioni che sono giunte nelle ultime 24 ore. E’ il mio «giro» all’AIFA: guardo le reazioni, se erano gravi o no, i farmaci sospetti, l’indicazione per cui erano stati dati, gli esami di laboratorio, l’esito. Come durante il giro, ci sono casi banali, noti (comunque importanti), e altri meno noti, o con quesiti ancora irrisolti. In questo caso, alzo il telefono e chiamo il collega che mi ha fatto la segnalazione.<br />E’ vero, non sempre è facile trovarlo: qualche volta non ha indicato il suo numero, altre volte è smontato dalla notte, ma io sono paziente e dopo qualche tentativo lo trovo. All’inizio lo sento molto sospettoso, il collega: l’AIFA? Che cos’è? Cosa vogliono da me? Dove avrò sbagliato? Ma dopo qualche parola, quando capisce che il caso mi interessa, magari proprio quello stesso sintomo o segno che ha fatto riflettere anche lui, il colloquio si sblocca: non c’è niente che appassioni due medici come discutere del caso clinico che hanno visto e che vogliono approfondire. E quanti elementi in più dà di solito questo colloquio, sugli esami, la sintomatologia, l’evoluzione della manifestazione; e come è stupito, il collega, che la sua segnalazione sia vista da qualcuno e che venga valutata e approfondita. <br />Naturalmente, riesco a parlare con una piccola minoranza dei colleghi che segnalano, anche se mi piacerebbe dedicare più tempo a questa attività: dal 2001 al 2006 circa 6.000 medici hanno fatto almeno una segnalazione di reazione avversa e ogni mese un centinaio di nuovi segnalatori si aggiunge alla nostra lista. Molti di loro, si capisce da come è compilata la scheda, fanno questa operazione per disciplina, ma convinti che si tratti di un atto burocratico: notizie stringate e reazioni quasi sempre note. Sono però sempre più numerosi i colleghi che considerano la segnalazione come un piccolo caso clinico, completo di esami e di valutazioni, e fanno molto bene. Se tutti i medici sapessero quanto sono importanti le loro osservazioni quando si discute del profilo di sicurezza di un farmaco, come esse vengono sviscerate per definire il possibile nesso di causalità tra il principio assunto e la reazione insorta, compilerebbero con cura le schede.<br />Dal mio osservatorio vedo con piacere che qualcosa comincia a muoversi. Nei primi 4 mesi del 2007 le segnalazioni di reazioni avverse da farmaci sono aumentate addirittura del 45 per cento (vedi la figura a pagina 2). <br />Achille Caputi, farmacologo messinese, sostiene da tempo la necessità che Università e istituzioni si occupino di più della patologia iatrogena, che ha costi altissimi in termini di mortalità e di morbilità e anche di economia. I medici, sostiene, non solo non vengono preparati a riconoscerla, ma addirittura finiscono per considerare la diagnosi di patologia da farmaci come un’attività di serie B, che non merita un grande impegno. L’aumento delle segnalazioni e il miglioramento della loro qualità potrebbe essere un segno di un cambiamento di orientamento da parte dei medici, nel senso indicato da Caputi: quella che era una speranza, oggi è un po’ più una certezza. </p><p><img src="/files/immagini/oc070602fig1_80.jpg" alt="farmacovigilanza" title="farmacovigilanza" height="215" width="372" /> </p>

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