<p class="firma"><b>Gavino Maciocco</b><br />Osservatorio italiano sulla salute globale<br />www.saluteglobale.it</p><p class="sommario">Tra i compiti del medico: rilevare le iniquità sociali e garantire accesso alle cure agli individui e alle popolazioni svantaggiate. Solo così può ottemperare alla deontologia professionale: curare il singolo individuo non basta.</p><p>Il termine «diseguaglianza nella salute» generalmente evoca situazioni di clamorosa iniquità come le differenze nella speranza di vita tra paesi del Nord e del Sud del mondo (in Giappone di 48 anni più lunga che in Sierra Leone) o le insormontabili barriere economiche all’accesso alle cure nella maggior parte dei paesi del pianeta (dagli Stati uniti alla Russia, dall’India alla Cina) di parti consistenti di popolazione, dovute alla mancanza di copertura assicurativa. Diseguaglianze nella salute – in forma certamente meno eclatante – sono presenti, e stanno crescendo, anche in sistemi sanitari universalistici come quelli dell’Europa occidentale o del Canada (Maciocco 2006). <br />Quale che sia l’indicatore di posizione sociale impiegato (istruzione, classe sociale, caratteristiche dell’abitazione), il rischio di mortalità cresce in ragione inversa delle risorse sociali di cui gli individui dispongono. Più bassa è la classe sociale più elevati sono i tassi di mortalità degli individui a essa appartenenti: tale fenomeno è denominato «gradiente sociale nella salute». <br />L’impatto del gradiente sociale nella salute è talvolta espresso come deficit di salute, che esprime il numero di vite che si sarebbero risparmiate se tutti i gruppi nella società avessero lo stesso livello di salute che hanno i gruppi più avvantaggiati. Per fare un esempio di deficit di salute, è stato stimato che se tutti gli uomini che svolgono lavori manuali avessero gli stessi livelli di mortalità dei manager e dei professionisti, in Gran Bretagna si risparmierebbero ogni anno 17 mila vite.<br />La più ovvia ragione per cui i rischi per la maggior parte delle malattie differiscono tra gruppi socio economici è la differenza nell’esposizione a quei fattori che causano o prevengono quelle malattie. L’esposizione a quasi tutti i fattori di rischio (materiali, psicosociali e comportamentali) è inversamente correlata alla posizione sociale; cioè più bassa è la posizione sociale, maggiore è l’esposizione a differenti rischi per la salute. Al contrario, le persone col massimo accesso alle risorse hanno le migliori opportunità di evitare rischi, malattie e le conseguenze negative della cattiva salute. <br />Differenze nell’accesso, nell’utilizzazione, nella qualità dei servizi sanitari contribuiscono alla crescita delle diseguaglianze nella salute. Diversi studi concorrono a dimostrare che – anche in Italia – gli individui appartenenti a una classe socio economica bassa subiscono un maggior numero di ricoveri, soprattutto di urgenza e a uno stadio di gravità più avanzato (a indicare una peggiore gestione della malattia nelle fasi iniziali di insorgenza e di primo contatto con le strutture sanitarie) e sono esposti a un maggior rischio di inappropriatezza delle cure o di un minore accesso a procedure innovative di sicura efficacia. <br />Molto opportunamente il principio di equità è stato inserito nel nuovo Codice di deontologia medica. All’articolo 6 infatti si legge: «Il medico è tenuto a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità delle cure».<br />Ma in che modo il comparto sanitario nel suo complesso può assolvere a questa fondamentale missione? <br />Vi sono tre risposte complementari a questo quesito:</p><ul><li>il medico deve contribuire, come cittadino, come componente del tessuto sociale, al raggiungimento di livelli più equi di distribuzione dei determinanti socio economici della salute;</li><li>la sanità pubblica ha il dovere di misurare e rendere pubblici i dati relativi alle diseguaglianze nell’accesso, nell’utilizzazione, nella qualità dei servizi sanitari, al fine di individuare e attivare adeguate politiche di contrasto;</li><li>la medicina dovrebbe offrire maggiori servizi agli individui e alle popolazioni maggiormente danneggiate dalle condizioni sociali ed economiche di vita e di lavoro.</li></ul><p>Per essere equo, infatti, un sistema sanitario dovrebbe essere fortemente diseguale, favorendo i gruppi di popolazione più deboli. Purtroppo, invece, vige ancora quasi ovunque la cosiddetta legge dell’assistenza inversa (the inverse care law), termine coniato nel 1971 da Tudor Hart, e che significa che la disponibilità di servizi sanitari di qualità varia in misura inversa al bisogno che di essi ha la popolazione servita (vedi Occhio Clinico 2006, 7: 13).</p><p class="bibliografia">Bibliografia</p><ul><li>Atela V et al. Determinants to access to physician services in Italy: a latent class seemingly unrelated probit approach. Health Economics 2004; 13: 657.<br /></li><li>Maciocco G. Introduzione ai cases-studies. In OISG. A caro prezzo. Le disuguaglianze nella salute. Pisa: ETS, 2006.<br /></li><li>Shi L et al. Income inequality, pimary care and health indicators. J Fam Pract 1999; 48: 275.</li></ul>
La deontologia medica punta sull'uguaglianza
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