<p class="firma">Filiberto Belli<br />Dipartimento di chirurgiaIstituto nazionale dei tumoriMilano</p><p class="sommario">Socotra è uno dei tanti posti al mondo dove si fa medicina in condizioni estreme, cercando di utilizzare le proprie competenze per prolungarela semplice sopravvivenza.</p><p>Chi si sente di percorrere una non breve distanza dall’Italia, ha la ricompensa di entrare in un mondo lontano anche nel tempo: lo Yemen è un paese ancora capace di evocare le emozioni di un oriente pieno di colori e di profumi e ormai in via di estinzione, sospeso com’è fra il medioevo e una modernità essenziale, appena abbozzata, un po’ immatura, ma ancora lontana dalla nevrosi occidentale. Contrariamente a quanto ci si aspetta, data l’enfasi dei media occidentali sugli episodi di sequestro di persone, la gente accoglie con un sorriso lo straniero e considera un privilegio esserne ricambiata; fuori dalla rincorsa alla produttività, il tempo passa al ritmo lento della masticazione del qat e all’occhio del visitatore in cerca di esotismo, sembra che l’essenziale non sia soffocato dall’inutile e dal superfluo.<br />Appartiene al territorio dello Yemen un’area sconosciuta al turismo di massa quale l’isola di Socotra, dove di recente chi scrive ha viaggiato in compagnia di alcuni medici coetanei, attivi in vari settori della sanità nell’area milanese. <br />Gli abitanti di Socotra sono pastori e pescatori; il contatto con loro è stato facile e inevitabilmente ha generato in questo gruppo l’interesse per la quotidianità e le difficoltà di carattere sanitario di una vita vissuta «ai confini del mondo». Tramite l’avvicinamento di un responsabile della (piuttosto malmessa) sede locale della Mezza luna rossa è stato possibile informarsi sulla situazione sanitaria dell’isola: tre medici operano per assistere i malati e fare una sorta di educazione sanitaria, specie alle gravide e alle madri, spostandosi tra i vari villaggi montani e costieri, dove è diffuso il ricorso a rimedi tradizionali tratti da piante officinali (come la resina della pianta della mirra per i disturbi di stomaco o la linfa dell’albero «sangue di drago», antifibrinolitica). I malati più gravi vengono ricoverati in un fatiscente ospedale, in attesa dell’ancora lontana conclusione dei lavori di costruzione e di equipaggiamento di uno nuovo. Tale presidio (guardandosi attorno non si vede niente che faccia pensare di essere in un ospedale) è diretto da un medico nativo dell’isola che ha in staff tre russi (un chirurgo, un’internista e sua moglie, ginecologa) in servizio a Socotra da 2 anni. In questi tropici la vita media è di 45 anni, ogni donna ha per lo meno 6 figli e la mortalità infantile si attesta fra il 15 e il 20 per cento, a causa delle infezioni enteriche, della malaria e della tubercolosi. Il lavoro di questi colleghi ha tutta l’aria di essere pesante e arduo e non si può evitare di riflettere su quanti siano i modi con cui la stessa professione può essere spesa e con quale diversa intensità può essere vissuta. La profferta d’aiuto al direttore del nosocomio è stata fatta immaginando scatoloni di farmaci e qualche strumento chirurgico di base, ma la sua richiesta (chiara , ripetuta e determinata) è stata una sorpresa: la necessità assolutamente prioritaria era una macchina per la determinazione del gruppo sanguigno in ambito trasfusionale. Non essendo in grado di stabilirlo, le poche trasfusioni ora avvengono, come ha ammesso sconsolato il collega socotrino, «random»!<br />Commossi davanti a questa esplicita dichiarazione di impotenza tecnologica, anche se preoccupati per le competenze, la manutenzione e il rinnovo di reagenti che la macchina richiederebbe, il gruppo dei medici milanesi in viaggio ha deciso di adottare il sogno di questi colleghi isolati nel bel mezzo dell’Oceano indiano e di cercare di realizzarlo. Chi vive in un mondo sanitario ipertecnologico e snaturato che rincorre il miraggio del benessere assoluto e dell’eterna giovinezza, senza curarsi del malessere iatrogeno, paradossalmente invidia il coraggio e la determinazione di chi fa di una medicina in condizioni estreme il suo mestiere quotidiano. Il regalo di Socotra, oltre alla sua bellezza primitiva, è stato proprio questo ripensamento professionale. Resta l’auspicio che il neonato turismo possa crescere in modo responsabile e sostenibile e che gli aspiranti alle comodità del «tutto compreso» e chi teme di essere rapito da orde di selvaggi islamici, cambino meta: forse così Socotra riuscirà a salvarsi per altri mille anni. </p><p class="AMbox"><b>BOX 1 | africa alla deriva</b><br /><br />Socotra è un lembo di Corno d’Africa grande due volte l’Elba, che si è staccato dal continente migliaia di anni fa, rimanendo isolato nell’Oceano indiano a 400 chilometri dalla costa yemenita. L’uomo vi è rimasto ospite marginale e succube degli elementi, in una natura primordiale e quasi intatta. Per la straordinaria varietà delle specie vegetali autoctone esclusive dell’isola, l’UNESCO ha inserito Socotra tra i siti patrimonio dell’umanità, paragonandola per importanza naturalistica alle isole Galapagos. Vi sono alberi di incenso, di mirra, adenium, dracene: almeno 200 specie botaniche distribuite tra paesaggi montani, canyon vertiginosi, spiagge coralline lunghe fino a 80 chilometri, dune di fine sabbia bianca alte centinaia di metri. Tale natura non disegna mai un’immagine da cartolina dei mari del sud, ma richiama un’atmosfera giurassica e, quando le nuvole si addensano, da girone dantesco. A tutt’oggi i turisti devono essere disposti a dormire sotto le stelle e a spostarsi su piste sterrate; l’isola è collegata al continente yemenita da 2 voli la settimana e solo sporadicamente tra maggio a ottobre, quando i monsoni impediscono decolli e atterraggi. </p><p> </p>
I frutti amari di un giardino segreto
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