<meta name="Titolo" />
<meta name="Parole chiave" />
<meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8" />
<meta name="ProgId" content="Word.Document" />
<meta name="Generator" content="Microsoft Word 2008" />
<meta name="Originator" content="Microsoft Word 2008" />
<link href="file://localhost/Users/sergiomac/Library/Caches/TemporaryItems/msoclip/0clip_filelist.xml" rel="File-List" />
<link href="file://localhost/Users/sergiomac/Library/Caches/TemporaryItems/msoclip/0clip_editdata.mso" rel="Edit-Time-Data" />
<!--[if !mso]>
<style>
v\:* {behavior:url(#default#VML);}
o\:* {behavior:url(#default#VML);}
w\:* {behavior:url(#default#VML);}
.shape {behavior:url(#default#VML);}
</style>
<![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml>
</xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml>
0
false
14
18 pt
18 pt
0
0
false
false
false
</xml><![endif]--><!--[if gte mso 9]><xml>
</xml><![endif]-->
<style>
</style>
<!--[if gte mso 10]>
<style>
/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:"Tabella normale";
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:"";
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:"Times New Roman";}
</style>
<![endif]-->
<p class="firma">
<b>Francesco
Benincasa</b><br />
Medicina
generale, Torino
</p>
<p>
Che
significato hanno le costanti lagnanze dei medici di famiglia a
proposito del
loro lavoro? Dipendono dal modo in cui viene svolto il compito, oppure i
dottori esercitano la loro funzione esclusivamente in base a necessità
narcisistiche di cui le lamentazioni sono parte costituente? Esiste un
sistema
per non soccombere alla crisi e alla disillusione che questa professione
irta
di ostacoli sembra provocare così di frequente?
</p>
<p>
Queste
sono le domande che chi scrive e certo anche molti suoi colleghi si
pongono
dopo decenni di mestiere ambulatoriale.
</p>
<p>
La
maturazione professionale dovrebbe aiutare, nel tempo, a distinguere le
proprie
dinamiche da quelle degli altri e a mettere in discussione lo standard
(proposto da Balint) del procedimento soggettivo di fare esperienza. A
un certo
punto del percorso lavorativo, invece, quasi invariabilmente si
determina
qualche cambiamento per stanchezza, disillusione, frustrazione fino a
chiedersi
se le pretese dei clienti siano eccessive o se si sia perduta la
capacità di
cogliere e soddisfare i loro bisogni.
</p>
<p class="sottotitolo">
Gratificazioni e conflitti
</p>
<p>
Uno degli elementi che favoriscono frustrazione e
disagio nella pratica della cura è la fatica di trovare la giusta
distanza nel
rapporto con il paziente.
</p>
<p>
Questi è, contemporaneamente, fonte di gratificazione
e di conflitto, l'oggetto su cui si riversano le speranze e le delusioni
professionali, campo di verifica delle proprie capacità disciplinari e
relazionali.
</p>
<p>
L'autostima del dottore può dipendere totalmente
dalla valutazione del paziente (se gli si dà questo potere): il curante
determina le dimensioni del proprio valore sulla base del gradimento del
malato
e delle modalità relazionali che con lui riesce a stabilire. Per
definizione,
il rapporto è asimmetrico: la quantità di energia e di attese che il
curante
impiega nel rapporto può diventare eccessiva e può essere alterata da
fattori
legati all'ambiente lavorativo, da suoi connotati personali o da tratti
caratteriali del paziente.
</p>
<p>
Non
si può negare che, per quanto rispettoso dell'autonomia del malato, il
clinico
sia in grado di ispirarne le scelte riguardo sia la salute sia aspetti
più
genericamente esistenziali. E' frequente che il medico venga
interpellato anche
per questioni sociali, emotive, di rapporti familiari, di vita e di
morte. Tale
prerogativa dovrebbe essere esercitata con cautela e senza invadenza, ma
ogni
medico, dentro di sé, quando il paziente prende una decisione in cui il
suo
parere è stato determinante, prova un sottile e profondo compiacimento,
anche
se spesso accompagnato dal timore per la responsabilità che si è
assunto.
</p>
<p>
Il
clinico esercita, quindi, la sua competenza ricevendone in cambio una
ricompensa narcisistica attraverso la gratitudine (dipendenza?) del
malato.
</p>
<p>
Affinché
l'iter avanzi senza scosse, è necessaria da parte del dottore una
continua
attenzione e disponibilità ad accogliere le richieste dell'assistito,
fino al
punto di sentirsi incapace e freddo qualora non riesca a farsene
pienamente
carico.
</p>
<p>
Chi
più spesso viene danneggiato da una simile relazione è quel medico che
arriva a
considerare i pazienti come la sua effettiva famiglia, sulla quale
esercitare
le sue velleità paterne (e materne) e un potere quasi senza limiti e
dalla
quale ricavare una costante gratificazione. La gran parte dei medici di
famiglia
imposta il proprio lavoro (costantemente nei primi tempi della
professione, ma
spesso fino all'età della pensione) sulla ricerca di una genitorialità
perfetta; è anzi probabile che chi
sceglie questo mestiere lo faccia su motivazioni filantropiche.
</p>
<p>
Si
possono, però, verificare scossoni che turbano lo splendido equilibrio
tra
assennatezza del medico e affezione del paziente, se quest'ultimo,
fornito
degli strumenti idonei senza essere stato suggestionato, avvia sue
scelte
autonome. D'altronde, quasi mai il paziente ritiene di avere un bisogno
assoluto<i> </i>del curante, ma ne sfrutta le competenze e la
disponibilità
umana per trarne il massimo vantaggio.
</p>
<p>
Tuttavia,
se il clinico capisce di essersi lasciato coinvolgere troppo e fa un
passo
indietro, accade che l'assistito si senta defraudato di un suo diritto,
perché
gli viene a mancare l'abituale disponibilità incondizionata.
</p>
<p class="sottotitolo">
Fuochi
d'artificio in sala d'aspetto
</p>
<p>
L'adattamento
del gruppo-pazienti alle norme organizzative dell'ambulatorio prescinde
dalla
valutazione di efficienza e si basa sulla continuità: un medico sempre
puntuale
verrà guardato male in caso di un saltuario ritardo, mentre il medico
abitualmente in ritardo comunicherà ai pazienti il messaggio "faccio
quello che
posso o che voglio".
</p>
<p>
Anche
se gli orari e i regolamenti dello studio favoriscono la parità di
accoglienza
agli assistiti e un <i>setting</i> non solo formale per realizzare lo
spazio
nel quale si può sviluppare la relazione clinica, capita che la
confidenza e la
consuetudine facciano credere al paziente di essere esonerato dal loro
rispetto.
</p>
<p>
Dimentichi
del rispetto dovuto alla professionalità del proprio curante e della
necessità
della fiducia come fondamento del rapporto con lui, molti pazienti
fanno, poi,
un uso strumentale del medico, svuotato completamente del suo sapere, in
una
inconsapevole alleanza con il "mercato della salute", che spinge a una
ricerca
costante e compulsiva di esami e terapie, quali garanti di un benessere
immutabile.
</p>
<p>
Mentre
il conflitto con l'individuo singolo può essere gestito in maniera
paritaria,
differente è il conflitto con il gruppo di pazienti: nelle occasioni in
cui si
creano, per esempio, battibecchi
riguardo alla precedenza nel turno, in sala d'attesa si costituisce un
gruppo
che di volta in volta agisce in <i>assunto di base </i>ed esprime in
tempi brevissimi un portavoce in grado di esporre la comune
rimostranza.
</p>
<p>
La
figura filtro della segretaria può servire a ridurre la potenza
aggressiva del
gruppo, mentre il clinico si ripara dietro la sua immagine; quando,
però, egli
è solo, deve subire l'impatto diretto di una massa che accampa
l'infermità come
salvacondotto per qualunque comportamento. Questi repentini attacchi, di
fronte
ai quali non sempre è in grado di mantenere una posizione stabile e
ferma,
provocano stupore: le persone conosciute, e spesso apprezzate,
smarriscono la
loro fisionomia, sospendono la loro soggettività nel gregge. Assistere a
questo
cambiamento è doloroso per chi con la loro soggettività è abituato a
relazionarsi. Alla meglio, si assiste a una mancata presa di posizione
(che si
esprime con il silenzio e lo sguardo basso), tanto più offensiva quanto
più il
cliente si dimostrava in precedenza affettuoso e devoto.
</p>
<p>
Ecco
allora emergere l'insegnamento inedito: la devozione dei pazienti non
deve far
parte dei desideri del medico: per il paziente, oggi il medico di
famiglia è il
confidente con cui si instaura intimità, ma domani può venir trasformato
nel
funzionario impersonale dal quale pretendere una prestazione.
</p>
<p class="AMbox">
Il concetto di <i>assunto di base</i> (Neri
1981):<br />
1) individua un aspetto dello
psichismo
dell'individuo che non dipende direttamente dalle sue motivazioni, ma
piuttosto
dalla sua appartenenza ad un gruppo; <br />
2) indica la fenomenologia che
accompagna
costantemente l'aggregarsi di diversi singoli in un collettivo e
conferisce
senso a molti dei comportamenti di tale collettivo; <br />
3) mette in
evidenza
quei
fenomeni « irrazionali » e « inconsci » che avvengono nel gruppo.
</p>
<p class="sottotitolo">
E
la "propria" famiglia?
</p>
<p>
Un'accondiscendenza
totale a richieste fuori luogo, a dichiarazioni di malesseri
enfatizzati,
all'assoluta incapacità di affrontare il più piccolo disordine fisico o
mentale, riproduce la parabola del figliol prodigo, accolto senza
responsabilità e senza alcun obbligo nei confronti degli altri o della
società.
La giusta distanza riguarda molti piani paralleli; il piano fisico,
quello
emotivo, economico e quello di sopportazione della sofferenza.
</p>
<p>
Gli
affetti e le relazioni domestiche del medico frequentemente vengono
messi sullo
sfondo, come se per essi non fosse necessaria alcuna manutenzione.
D'improvviso, vengono a galla insoddisfazioni sepolte, con un potenziale
distruttivo inaspettato. Ci si accorge di essere andati troppo oltre
quando è
ormai tardi, quando la fatica o l'eccessivo coinvolgimento hanno causato
danni
all'efficienza delle cure e alla vita privata.
</p>
<p>
Non
si può stabilire quanto coinvolgimento un medico possa tollerare:
ciascuno
utilizza il lavoro di volta in
volta come realizzazione dei propri sogni o sublimazione delle proprie
angosce.
Gettarsi nel lavoro trascurando il resto non sempre costituisce una
scelta
apostolica: si tratta a volte, della necessità di ripristinare
l'integrità di
figure genitoriali danneggiate o di un'infanzia trascurata, mettendo
alla prova
la propria capacità taumaturgica.
</p>
<p class="sottotitolo">
E la "propria" salute?
</p>
<p>
Il più trascurato dei suoi pazienti è il medico
stesso, quello che possiede sufficienti risorse o capacità per cavarsela
sempre, quello che deve impegnarsi per gli altri invece che per sé, al
fine di
conservare la sua immagine di altruista disinteressato. Egli ritiene,
nevroticamente, più forte di qualunque malanno la gratificazione
ricavata dalla
propria dedizione. Se mai gli capita di ammalarsi, del fatto non devono
accorgersi i pazienti, pena il turbamento del rapporto: anche a livello
sociale, infatti, ci si aspetta che egli sia sempre in buona salute e
persino
il medico percepisce la propria malattia come un venir meno ai criteri
che permettono di far
parte della confraternita dei colleghi: egli teme di venire screditato
dal
fiaccarsi del corpo e ancor più della mente.
</p>
<p>
Mentre
i medici che lavorano in gruppo accettano di poter essere sostituiti e,
anzi,
apprezzano come un privilegio il poter lasciare il proprio posto senza
che nessuno
ne soffra, i medici di famiglia che lavorano in solitudine non sono
esercitati
alla intercambiabilità, ma anzi si ritengono talmente esclusivi nel loro
modo
di relazionarsi ai pazienti o di condurre la professione, da credersi
insostituibili. Devono, allora, rinunciare al diritto di ammalarsi così
come al
tempo libero e alla famiglia. Tutt'al più ricorrono all'automedicazione o
a
frettolose consultazioni di amici/colleghi che lasciano il tempo che
trovano,
quando non provocano veri e propri disastri.
</p>
<p class="sottotitolo">
Il
peso dell'altrui sofferenza
</p>
<p>
Chi<b>
</b>è impegnato in attività di cura deve continuamente identificarsi con
persone infelici e sofferenti, mantenendo una condotta che faticosamente
eviti
pericolose fusioni con le emozioni altrui e permetta di riprendere le
distanze,
rientrando rapidamente in se stessi.
</p>
<p>
L'ascolto
quotidiano dei malanni altrui costituisce un fardello che con il passare
degli
anni diventa sempre più pesante e al quale non si fa mai l'abitudine: il
tempo
che passa somma il peso degli acciacchi e dei disinganni; il cinismo non
funziona e si finisce per immedesimarsi, almeno temporaneamente, negli
interlocutori.
</p>
<p>
La
regressione connessa alla malattia e alla paura della morte complica i
rapporti
clinici; di volta in volta si possono alternare legami di tipo materno,
assoggettamenti paternalistici, amichevoli confidenze o rifiuti
aggressivi.
</p>
<p>
Queste
varie modalità richiedono adattabilità a ogni diversa occasione e
aggiustamenti
della personalità a seconda degli incontri e delle situazioni: mantenere
la giusta
distanza in ognuna di esse è difficile.
</p>
<p>
Succede
anche che la costanza della frequentazione a due, il ripetersi di
confidenze e
rivelazioni esclusive e un contatto fisico socialmente consentito,
generino una
sorta di ambiguità non espressamente definibile come amorosa, ma che
trascende
i normali rapporti
professionali. Il medico deve astenersi dall'affascinare e dal sedurre:
dovrebbe, al contrario, cancellarsi nella sua qualità di individuo
sessuato ed
esaltare il suo status di altruista disinteressato.
</p>
<p class="sottotitolo">
Considerazioni conclusive
</p>
<p>
I medici sono vittime di imposizioni implicite che
fanno parte della loro vita professionale: "Sii forte, sii altruista!"
Concentrato sul paziente e in ascolto della collettività, il medico è al
centro
della cura, a condizione di funzionare correttamente e di non disturbare
la
terapia con i suoi problemi personali. Deve consacrarsi ai propri
pazienti,
essere umano, ma non troppo, essere disponibile ad accompagnare nel
dolore il
malato, ma senza eccedere nel suo potere di accesso al corpo e
all'intimità
dell'altro.
</p>
<p>
Il
medico di famiglia prende decisioni da solo, senza poter delegare,
sottoponendosi a notevoli tensioni psichiche.
</p>
<p>
Ma,
a un certo punto, la vocazione sparisce, lasciando il pubblico deluso e
il
medico nudo, senza protezioni e senza quei benefici secondari costituiti
dalla
riconoscenza e dall'ammirazione. Il disincanto ha luogo quando egli si
sente
trattato sempre più spesso come un fattorino che consegna a domicilio la
pizza
del supermercato sanitario, quando la burocrazia e le scartoffie, la
gestione
degli studi e gli aspetti organizzativi e amministrativi a cui non è
stato
formato, lo travolgono sia nelle ore di impegno, sia al termine della
giornata
di lavoro o nel fine settimana.
</p>
<p>
Si
accentua, allora, il timore di un futuro privo di sbocchi di carriera e
di
garanzie previdenziali, il timore di giudizi legali, il fastidio del
tempo
professionale e privato mai sufficiente, di un'immagine pubblica non
sempre
lusinghiera, della scarsa gratitudine degli assistiti.
</p>
<p>
Subentrano
l'isolamento personale e professionale e i primi sentimenti di
indegnità, di
fronte ai quali compare una sorta di anestesia: trasformate le residue
energie
in un ultimo sforzo lavorativo, si finisce per cedere in solitudine al
crollo
fisico e psichico.
</p>
<p>
Nel
suo mandato onnipotente di guarire sempre e tutti, di arrivare sempre in
tempo
alla decisione giusta per evitare non solo la morte, ma perfino la
malattia, il
clinico non ha tempo né per curarsi, né per lamentarsi produttivamente.
La
lamentazione è quasi sempre una tiritera che fa parte del gioco, ma che
non
implica alcuna richiesta di intervento, almeno fino a quando il
cedimento delle
ultime energie non provoca la capitolazione definitiva.
</p>
<p>
Il
clinico ha di se stesso una visione idealizzata e idealistica per
sopportare
gli effetti perversi della quale egli cerca uno status gratificante sul
piano
intellettuale e affettivo.
</p>
<p>
I
dati di letteratura dimostrano che il confronto, lo scambio di
esperienze, il
dibattito, la partecipazione a gruppi di pari, a gruppi Balint,
l'impegno in
attività didattiche, la presenza di personale di segreteria,
costituiscono
elementi che rendono al medico più sopportabile e creativo il mestiere, a
migliorare le performances e a preservarne l'equilibrio.
</p>
<p>
Due
opposte opinioni valutano che nel nostro paese o che il mondo sanitario
si
avvia verso "magnifiche sorti e progressive", oppure che la sofferenza
personale dei generalisti impegnati seriamente nel lavoro è giunta a un
livello
di guardia che non dovrebbe essere superato. Occuparsi del loro
malessere ha lo
scopo di salvaguardare l'intero sistema sanitario da una disaffezione
pericolosa per la sua stessa sopravvivenza.
</p>
<p class="bibliografia">
Bibliografia
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li> Balint J. The
doctor, his patient and the illness Re-visited. Journal of Balint
Society,
1996; vol 24. </li>
<li>
Balint M.
Medico, Paziente, Malattia. Milano: Feltrinelli, 1961.</li>
<li>
Galam E. Burn out des médecins libéraux - 1re partie: une
pathologie de la relation d'aide. <a href="http://www.jle.com/fr/revues/medecine/med/sommaire.md?cle_parution=2100&type=text.html">Médecine
2007; 9: 419-21</a></li>
<li>
Gautier I. Burn out des médecins. de l'ideal a l'usure. 19/01/04 in <a href="http://www.opimed.org/spip.php?article54">http://www.opimed.org/spip.php?article54</a>
</li>
<li>
Jaisson M. L'honneur perdu du généraliste Le Seuil.Actes
de la recherche en sciences sociales2002/3 - 143. in <a href="http://www.cairn.info/article.php?ID_REVUE=ARSS&ID_NUMPUBLIE=ARSS_143&ID_ARTICLE=ARSS">http://www.cairn.info/article.php?id_revue=arss&id_numpublie=arss_143&id_article=arss</a></li>
<li>
Kjeldmand D et el.
Balint groups as a means to increase job satisfaction and prevent
burnout among
General Practitioners. Ann Fam Med 2008; 6: 138-145.</li>
<li> Mc
Williams N. Psicoterapia psicoanalitica. Milano: Cortina,
2006.</li>
<li>
Neri C. Note
sugli assunti di base di W.R. Bion. Rivista di Psicoanalisi 1981; 3-4:
739-748.</li>
<li>
Padula MS et al.
Il burnout nella Medicina Generale: personalità del medico e personalità
del
paziente. Rivista SIMG 2008; 4: 42-47. </li>
<li>
Padula MS et al.
Il burn-out nei medici di medici di Medicina Generale di Modena.
Prevalenza e
variabili correlate. Rivista SIMG 2007; 1: 3-9.</li>
<li>
Phyllis MJ et al. Building physician resilience. Can
Fam Physician 2008; 5: 722 - 729. </li>
<li>
Schneider PB.
Psicologia medica. Milano: Feltrinelli, 1978.</li>
</ul>
<p class="AMbox">
Una
versione più esaustiva di questo scritto apparirà
nella II edizione di.Orientarsi
in psichiatria
di Benincasa F, Garrone A, Pizzini A, Spatola G. Roma: Editore Fioriti
2009."
</p>
<span class="SEbox"></span>
La giusta distanza
Segnala questo articolo su PartecipaSaluteVuoi accedere a tutti i contenuti del sito e inviare commenti?
Se sei un utente registrato esegui ora il login oppure registrati gratuitamente»
Se sei un utente registrato esegui ora il login oppure registrati gratuitamente»
