<p class="firma">
<b>Simonetta Pagliani
</b><br />
Medicina generale, Milano
</p>
<p class="caso">
<b>Caso | Un nuovo soffio di vita</b><br />
La mia paziente
Agnese B, di 84 anni, che conduce una vita molto attiva dal punto di
vista
affettivo e intellettuale, ma assolutamente sedentaria, ha da molti anni
un
cuore polmonare cronico che le procurava dispnea solo nei rari casi in
cui
doveva effettuare un'attività fisica, come fare un pezzo di strada a
piedi o
salire un piano di scale. La paziente è in terapia per ipertensione e
fibrillazione atriale cronica, entrambe ben controllate.<br />
Ultimamente, ho
notato un suo dimagrimento e un ritorno degli edemi malleolari che erano
scomparsi da tempo; il figlio mi ha detto che si stanca molto più
faciilmente
di prima e che mangia di meno.<br />
Ero portato a
classificare questo peggioramento complessivo come il manifestarsi di
quella
"fragilità" ahimé tanto prognosticamente infausta per i pazienti più
anziani,
quanto difficile da combattere, fino a che, dopo averne discusso con un
collega, ho deciso di tentare la strada dell'ossigenoterapia a lungo
termine,
vincendo qualche iniziale resistenza della paziente che non sopportava
il
rumore del bombolone.<br />
Non sono sicuro
di averle offerto un'opzione di prolungamento di vita, ma certo la sua
sintomatologia astenica e dispnoica è migliorata: lei, ironicamente dice
che
dalla bombola di O2 esce un "soffio di vita".
</p>
<p>
L'ossigenoterapia tratta o previene i sintomi e le manifestazioni
dell'ipossiemia arteriosa con la somministrazione di O2 in una
concentrazione maggiore di quella presente nell'aria ambiente (ACCP
1984). Quando esiste una grave ipossiemia cronica stabilizzata, la
terapia deve essere applicata a lungo termine: non esistono studi
randomizzati e controllati che dimostrino che la OTLT migliori la
qualità di vita o sia utile in pazienti con desaturazioni sotto sforzo o
notturne, ma che abbia valori diurni di PaO2 superiori a 60 mmHg
(Cranston 2005): occorre quindi, innanzi tutto, far effettuare al
paziente un'emogasanalisi o, almeno, un'ossimetria con apparecchio
digitale.<br />
L'ossigenoterapia a lungo termine (OTLT), che va condotta
per almeno 15-18 ore (meglio se 24) al giorno), andrebbe riservata (NICE
2004) ai pazienti, per i quali è stato dimostrato che aumenta la
sopravvivenza, con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO),
ipossiemia stabile e queste condizioni:
</p>
<ul>
<li>PaO2<55 mmHg o SaO2=o<88%, non modificabile con altre
risorse terapeutiche (indicazione assoluta);</li>
<li>PaO2 compresa tra 55 e 59 mm Hg (indicazione relativa), qualora lo
stato d'ipossiemia sia associato a:<br />
- policitemia stabile (Ht>55%)- cuore
polmonare cronico o ipertensione arteriosa polmonare<br />
- edemi
periferici da scompenso cardiaco destro
</li>
</ul>
<p>
Come si
evince dalla storia narrata, queste condizioni sono presenti in Agnese
e,
comunque, pur non esistendo studi che dimostrino l'efficacia della OTLT
in
termini di sopravvivenza<b> </b>in patologie diverse dalla BPCO, le
linee guida
AIPO 2004 includono tra le indicazioni all'ossigenoterapia anche le
aritmie
cardiache in presenza di cardiopatia e la cardiopatia ischemica, laddove
l'O2
si dimostri efficace in termini di miglioramenti clinici o
sintomatologici
documentabili.
</p>
<p class="sottotitolo">
Qual
è il flusso ottimale?
</p>
<p>
Stabilito che, per la paziente,
l'indicazione all'OTLT c'è tutta, va poi valutato<b> </b>il flusso
ottimale di O2
in grado di correggere l'ipossiemia e i sintomi a essa correlati.
</p>
<p>
Un flusso a riposo ottimale deve:
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li>
determinare un innalzamento della PaO2 a >60 mmHg (Swarski 1991, ATS
1995);</li>
<li>
non indurre ritenzione di CO2: il rischio può
essere evitato mantenendo la PaO2 tra 60-65 mmHg (Stephen 1995,
Plywaczewsk
2000);</li>
<li> indurre
aumento dei valori di saturazione al di sopra del 92%;</li>
<li>
essere ben tollerato dal paziente.</li>
</ul>
<p>
Bisogna considerare che i pazienti che hanno
ipossiemia durante il giorno, di solito peggiorano la notte, per la
fisiologica
ipoventilazione indotta dal sonno; l'aumento notturno della
somministrazione di
O2 può essere empirico (purché sia in grado di mantenere una SaO2
>90%), ma
quando ci sono segni di cuore polmonare cronico. In questo caso, che
è quello di Agnese, per valutare l'aumento di flusso durante la notte
occorre eseguire una saturimetria notturna.
</p>
<p>
Allo
stesso modo, sarebbe opportuno un test
da sforzo in O2, per quantificare l'incremento di flusso durante
l'attività fisica, qualora tale attività fosse prevista e consentita
dalla
situazione sociale e anche ortopedica.
</p>
<p>
Alcuni
pazienti affetti da BPCO possono mantenere l'ossiemia diurna a riposo
sopra i
60 mmHg, ma presentare desaturazioni sotto sforzo o durante il sonno.
Non
esistono studi che provino un beneficio a lungo termine del trattamento
con
ossigeno, in questi casi;<b> </b>tuttavia,
la desaturazione notturna o da sforzo è un criterio incluso nelle
raccomandazioni ATS-ERS 2004.
</p>
<p>
Chi ha indicazione all'ossigenoterapia a lungo termine, probabilmente
dovrà continuarla per tutta la vita; va fatta, però, una rivalutazione
della
sua reale necessità o portata almeno annualmente e in occasione di ogni
cambiamento dello stato clinico.
</p>
<p>
Qualora i
pazienti con insufficienza respiratoria cronica viaggino in aereo,
secondo le
linee guida del 1996 dell'Aerospace Medical Association, devono
mantenere,
durante il volo, il valore della PaO2 al di sopra di 50 o 55 mmHg, il
che viene
ottenuto, di solito, con la
somministrazione di 1-2 L/min di O<sub>2</sub>. Quando, però, è già
instaurata l'ossigenoterapia a lungo termine, questo stesso flusso deve
essere quello supplementare a
quello abituale (Stephen 1995).
</p>
<p class="sottotitolo">
Quali sorgenti e quali modi di somministrazione O2?<sub> </sub>
</p>
<p>
Il collega che ha scritto ha prescritto quello che lui chiama
"bombolone", ma le sorgenti di O<sub>2</sub> sono di vario tipo, fisse,
mobili
o ambulatorie.
</p>
<p>
Sorgenti fisse sono:
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li>
i concentratori</li>
<li>
le bombole di O<sub>2</sub>
liquido</li>
<li>
le bombole di O<sub>2</sub>
compresso</li>
</ul>
<p>
Sorgenti mobili
sono:
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li>
i concentratori
portatili</li>
<li>
le piccole bombole di
O<sub>2</sub> compresso</li>
</ul>
<p>
Sorgenti
ambulatorie di O<sub>2</sub> liquido sono gli stroller, i walker e
altre.
</p>
<p>
I concentratori
sono sistemi elettrici che separano l'ossigeno
dall'aria atmosferica e lo concentrano a valori superiori al 90%; sono
economici e da preferire nei soggetti che non abbiano una vita attiva.
In effetti, come lamentava Agnese, fanno rumore ed erogano O<sub>2</sub>
a
concentrazione più bassa rispetto alle altre sorgenti: vanno bene
(concentrazione <u>></u> 95%) per flussi <u><</u> 2 L/min, mentre
per
flussi > 5 L/min, la concentrazione scende sotto il 90% (Kacmarek
2000).
Ogni 30-60 giorni va fatta la manutenzione dell'apparecchio e in
particolare
vanno cambiati i filtri (per particelle grosse, per particelle piccole,
antibatterico). Il funzionamento per 20 ore/dì comporta una spesa per
energia
elettrica di circa € 30 mensili.
</p>
<p>
L'O<sub>2</sub> liquido ha il vantaggio di consentire la
conservazione di grandi quantità di O<sub>2</sub> in contenitori
relativamente
piccoli (1 L di O<sub>2</sub> liquido corrisponde a 840 L di O<sub>2</sub>
gassoso) e di essere disponibile anche come sorgente ambulatoria
(stroller,
walker), caricabile dal contenitore madre. E' più caro dei concentratori
e le
bombole perdono il contenuto anche se non utilizzate. Va quindi
riservato a chi
ha necessità di alti flussi (> 5 L/min) o mantiene attività fisica e
vita di
relazione.
</p>
<p>
L'O<sub>2</sub> compresso, più costoso ancora di quello
liquido, è utilizzato principalmente come fonte di riserva per
l'emergenza.
</p>
<p>
Il metodo di assunzione dell'ossigeno
più semplice e accettato dai pazienti sono gli occhiali nasali, anche se
il flusso inspiratorio di O2 (FiO2) erogato non è preciso, perché
influenzato
dalla frequenza respiratoria.
</p>
<p>
In alternativa, la maschera di Venturi rende più preciso il FiO<sub>2</sub>,
ma è brutta da vedere e limita la vita di relazione. Vi sono poi i
cateteri
nasali (non invasivi) e quelli transtracheali, che hanno buona resa
estetica e
sono efficaci, ma comportano un piccolo intervento chirurgico e
possibili
effetti collaterali, per cui hanno avuto poco successo in Europa..
</p>
<p>
Vi sono poi dispositivi, detti<b> </b>economizzatori di O<sub>2
</sub>che, a parità di flusso, consentono un maggior FiO2;<sub> </sub> ne
esistono a
flusso continuo (reservoirs) e a flusso intermittente.<span class="bibliografia"></span>
</p>
<p class="bibliografia">
Bibliografia
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li> Aerospace Medical Association, Air
transport medicine committee. Medical guidelines for air travel. Aviat
Space Environ Med 1996; 67: B1-16.</li>
<li> American College of Chest
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Oxygen Therapy. Chest 1984; 86: 234-247.</li>
<li>
Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri
(AIPO). Linee Guida per l'ossigenoterapia domiciliare a lungo termine
(OTLT).
Aggiornamento anno 2004. Rassegna di patologia dell'apparato
respiratorio 2004;
19: 206-219.</li>
<li> ATS guidelines. Standards for the
diagnosis and care of patients with chronic obstructive lung disease.
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Respir Crit Care Med 1995; 152: S77-120.</li>
<li> Celli BR et al. ATS/ERS TASK FORCE. Standards for the diagnosis
and treatment of patients with COPD: a summary of the ATS/ERS position
paper. Eur Respir J
2004; 23: 932-946.</li>
<li> Cranston JM et al. Domiciliary oxygen for chronic
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Issue 4. Art. No: CD001744. </li>
<li> Kacmarek R. Delivery systems for
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<li> Medical Research Council Working
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complicating chronic bronchitis and emphysema. Lancet <i>1981; </i>1:<b>
<i>681</i>-</b>6</li>
<li>
NICE
National Collaborating Centre for Chronic Conditions. Chronic
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pulmonary disease: national clinical guidelines on management of
chronic
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Thorax
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<li> Report of a SEPTask Group:
Raccomandations for long term oxygen therapy. Eur Resp J 1989; 2:
160-164.</li>
<li> Stephen P et al. Long-term oxygen
therapy. New Engl J Med 1995; 333: 710-714.</li>
<li> Swarski K et al. Predictors of survival in patients with chronic
obstructive pulmonary disease treated with long-term oxygen therapy
Chest 1991;
100: 1522-1527.</li>
</ul>
Non far mai mancare l’aria a chi respira male
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