Giuseppe Montenegro
Medicina generale,
Paternò (CT)
Errando nell'universo di Internet, mi è capitato di leggere, in un
articolo di Gianvincenzo Omodei Zorini (1949-1997), medico, giornalista e
scrittore "Col suo lavoro, mio padre non si arricchì... da un
contratto di "condotta" ...che lo impegnava all'assistenza continua (diurna e
notturna) di una comunità e con due sole settimane all'anno di possibile (e neppure
sicuro!) riposo, con l'obbligo però di trovarsi (e pagarsi) un sostituto
adeguato.
Ma ... il medico condotto era lui "paziente" coi "clienti", mentre il
medico-burocrate di oggi è invece proprio diventato "cliente" (nel senso latino
di "tributario", "dipendente") dei suoi "pazienti", dal momento che spesso
obbedisce loro in servile ossequio..."
Inutile dire che queste parole hanno significato ancora oggi: ma, perché
il medico obbedisce all'utente, diventando un mezzo per soddisfare bisogni
creati ad arte, per poi essere ritenuto responsabile di averli soddisfatti,
sperperando risorse necessari ai veri malati?
La risposta si chiama "quota capitaria", con la conseguente necessità di
contare le teste in carico per quantizzare i compensi: quante teste, tante
pagnotte. Il fine di aumentare e mantenere il numero delle teste giustifica i
mezzi con i quali farlo.
Se si rimuovesse questo fine, si toglierebbe all'utente-assistito l'arma
del ricatto che mette in sudditanza psicologica, fino al burn-out, il medico di
assistenza primaria e che
ingenera una cascata di scompensi nel Servizio sanitario nazionale.
Tra le possibilità alternative c'è il rapporto di dipendenza, ma, con
esso, lieviterebbero i costi per il SSN, senza contare che molti colleghi non
sono disposti a rinunciare a essere libero professionisti per le libertà di
integrazione dello stipendio che questo comporta; neppure L'ENPAM, poi,
vedrebbe di buon occhio la migrazione di capitali a favore di un altro ente.
Si potrebbe, allora far coincidere ottimale e massimale, ma non sarebbe
equo mantenere la stessa retribuzione ai massimalisti abbassando il massimale.
L'alternativa che proporrei io sarebbe la trasformazione della quota
capitaria in quota "oraria": la retribuzione non sarebbe più legata agli assistiti
in carico, ma al carico di ore contemplato dall'attività di assistenza
primaria, sommando le ore di apertura dello studio, le ore necessarie per le
visite domiciliari, le ore necessarie all'aggiornamento, eccetera.
Si tratterebbe di equiparare 1000 assistiti (rapporto ottimale) con 38
ore. In tale equiparazione si dovrebbe tenere in debito conto che il medico
mette a disposizione del SSN una struttura organizzativa con costi e delle
responsabilità gestionali.
La trasformazione della quota capitaria in quota oraria non
determinerebbe un danno per i massimalisti, poiché sarebbe riconosciuto
l'equivalente massimale in ore. Permetterebbe al medico di riappropriarsi del
suo potere decisionale clinico, prescrittivo e organizzativo, anche alla luce
delle nuove necessità gestionali dello studio medico per affrontare le
cronicità.
Il nuovo sistema di retribuzione ridurrebbe la sottoccupazione
nell'assistenza primaria, oltre a favorire la corretta applicazione delle
regole per l'attuazione di un possibile ruolo unico. Infatti, avendo come
scopo, superata una fase di transizione, il raggiungimento di un numero di ore
pari per tutti i medici, le ore resesi libere per pensionamenti o altro
sarebbero distribuite ai soggetti con un numero di ore non equiparabili a 1000
assistiti.
Si potrebbe ipotizzare che la quota fissa del compenso possa essere
rappresentato dalla somma delle attuali voci: assegno individuale, quota
capitaria, quote per >75 anni e <14 anni.
La quota variabile, e quindi incentivante, potrebbe essere rappresentata
dalle attuali voci comprese nel fondo a riparto, nel fondo regionale (forme
associative e collaboratore di studio), ADP, ADI.
Lo studio medico diverrebbe sede di servizio sanitario dove il curante
assicurerebbe una medicina di iniziativa basata sulla prevenzione e
sull'educazione sanitaria.
La medicina di iniziativa si svolgerebbe attraverso ambulatori dedicati
alle cronicità più incidenti (diabete mellito, ipertensione, malattie
cardiovascolari; BPCO). Modalità ideale, ma non condizionante, per la medicina
di iniziativa, sarebbe la medicina di gruppo.
Il medico organizzerebbe quindi in maniera diversa la sua attività
clinica, non più assillato dall'esigenza di soddisfare, nella maggior parte dei
casi, pseudo bisogni dell'utenza o di trascrivere, pedissequamente, ricette di
specialisti o di assecondare richieste di inutili certificati.
E il rapporto di fiducia? Esisterebbe sempre senza registrarlo: la
fiducia non necessita di alcuna registrazione o validazione. Quando c'era la
notula, forse che non esisteva il rapporto di fiducia?
Altro legittimo dubbio: la libera scelta non esisterebbe più?
Oggi, al cittadino è permessa una libera scelta con limitazione: è
infatti impossibile scegliere un medico già massimalista o con una quota
individuale limitata. L'eliminazione della quota capitaria annullerebbe questa
impossibiltà.
Inoltre, grazie all'informatica e a un miglior funzionamento della
tessera sanitaria, contenente tutti i dati sanitari riguardanti l'assistito, il
medico assistere facilmente anche i pochi assistiti che girerebbero da uno
studio all'altro.
In conclusione, l'eliminazione della quota capitaria permetterebbe di:
togliere
all'utente-assistito un'arma di ricatto verso il medico;
ridare al medico il potere decisionale;
rimodulare e riorganizzare il tempo per attuare la
medicina di iniziativa,
generare un circolo virtuoso con risparmio di
risorse umane, professionali ed economiche, con possibile riutilizzo delle
risorse risparmiate per migliorare ed ampliare i servizi,
assicurare al medico una retribuzione fissa per il
tempo, la professionalità e l'organizzazione,
fare avere al medico incentivi economici legati
alla maggiore professionalità (vera concorrenza professionale);
ridurre la sottoccupazione medica nell'assistenza
primaria;
favorire l'attuazione del ruolo unico;
rimodulare il rapporto ottimale;
utilizzare un sistema retributivo già collaudato
(specialistica interna, continuità assistenziale);
mantenere per i medici i compensi attualmente
percepiti;
mantenere per il SSN i costi in essere per la
retribuzione del medico;
permettere al cittadino una vera libertà di scelta.
<p class="firma">
<b>Giuseppe Montenegro</b><br />
Medicina generale,
Paternò (CT)
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Errando nell'universo di Internet, mi è capitato di
leggere, in un
articolo di Gianvincenzo Omodei Zorini (1949-1997), medico, giornalista e
scrittore "<i>Col suo lavoro, mio padre non si arricchì... da un
contratto di "condotta" ...che lo impegnava all'assistenza continua
(diurna e
notturna) di una comunità e con due sole settimane all'anno di possibile
(e neppure
sicuro!) riposo, con l'obbligo però di trovarsi (e pagarsi) un sostituto
adeguato.</i>
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Ma<i> ... il medico condotto era lui "paziente" coi "clienti", mentre
il
medico-burocrate di oggi è invece proprio diventato "cliente" (nel senso
latino
di "tributario", "dipendente") dei suoi "pazienti", dal momento che
spesso
obbedisce loro in servile ossequio..."</i>
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Inutile dire che queste parole hanno significato ancora oggi: ma,
perché
il medico obbedisce all'utente, diventando un mezzo per soddisfare
bisogni
creati ad arte, per poi essere ritenuto responsabile di averli
soddisfatti,
sperperando risorse necessari ai veri malati?
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La risposta si chiama "quota capitaria", con la conseguente necessità
di
contare le teste in carico per quantizzare i compensi: quante teste,
tante
pagnotte. Il fine di aumentare e mantenere il numero delle teste
giustifica i
mezzi con i quali farlo.
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Se si rimuovesse questo fine, si toglierebbe all'utente-assistito
l'arma
del ricatto che mette in sudditanza psicologica, fino al burn-out, il
medico di
assistenza primaria e che
ingenera una cascata di scompensi nel Servizio sanitario nazionale.
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Tra le possibilità alternative c'è il rapporto di dipendenza, ma, con
esso, lieviterebbero i costi per il SSN, senza contare che molti
colleghi non
sono disposti a rinunciare a essere libero professionisti per le libertà
di
integrazione dello stipendio che questo comporta; neppure L'ENPAM, poi,
vedrebbe di buon occhio la migrazione di capitali a favore di un altro
ente.
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Si potrebbe, allora far coincidere ottimale e massimale, ma non
sarebbe
equo mantenere la stessa retribuzione ai massimalisti abbassando il
massimale.
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L'alternativa che proporrei io sarebbe la trasformazione della quota
capitaria in quota "oraria": la retribuzione non sarebbe più legata agli
assistiti
in carico, ma al carico di ore contemplato dall'attività di assistenza
primaria, sommando le ore di apertura dello studio, le ore necessarie
per le
visite domiciliari, le ore necessarie all'aggiornamento, eccetera.
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Si tratterebbe di equiparare 1000 assistiti (rapporto ottimale) con
38
ore. In tale equiparazione si dovrebbe tenere in debito conto che il
medico
mette a disposizione del SSN una struttura organizzativa con costi e
delle
responsabilità gestionali.
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La trasformazione della quota capitaria in quota oraria non
determinerebbe un danno per i massimalisti, poiché sarebbe riconosciuto
l'equivalente massimale in ore. Permetterebbe al medico di
riappropriarsi del
suo potere decisionale clinico, prescrittivo e organizzativo, anche alla
luce
delle nuove necessità gestionali dello studio medico per affrontare le
cronicità.
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Il nuovo sistema di retribuzione ridurrebbe la sottoccupazione
nell'assistenza primaria, oltre a favorire la corretta applicazione
delle
regole per l'attuazione di un possibile ruolo unico. Infatti, avendo
come
scopo, superata una fase di transizione, il raggiungimento di un numero
di ore
pari per tutti i medici, le ore resesi libere per pensionamenti o altro
sarebbero distribuite ai soggetti con un numero di ore non equiparabili a
1000
assistiti.
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Si potrebbe ipotizzare che la quota fissa del compenso possa essere
rappresentato dalla somma delle attuali voci: assegno individuale, quota
capitaria, quote per >75 anni e <14 anni.
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La quota variabile, e quindi incentivante, potrebbe essere
rappresentata
dalle attuali voci comprese nel fondo a riparto, nel fondo regionale
(forme
associative e collaboratore di studio), ADP, ADI.
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Lo studio medico diverrebbe sede di servizio sanitario dove il
curante
assicurerebbe una medicina di iniziativa basata sulla prevenzione e
sull'educazione sanitaria.
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La medicina di iniziativa si svolgerebbe attraverso ambulatori
dedicati
alle cronicità più incidenti (diabete mellito, ipertensione, malattie
cardiovascolari; BPCO). Modalità ideale, ma non condizionante, per la
medicina
di iniziativa, sarebbe la medicina di gruppo.
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<p>
Il medico organizzerebbe quindi in maniera diversa la sua attività
clinica, non più assillato dall'esigenza di soddisfare, nella maggior
parte dei
casi, pseudo bisogni dell'utenza o di trascrivere, pedissequamente,
ricette di
specialisti o di assecondare richieste di inutili certificati.
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E il rapporto di fiducia? Esisterebbe sempre senza registrarlo: la
fiducia non necessita di alcuna registrazione o validazione. Quando
c'era la
notula, forse che non esisteva il rapporto di fiducia?
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Altro legittimo dubbio: la libera scelta non esisterebbe più?
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Oggi, al cittadino è permessa una libera scelta con limitazione: è
infatti impossibile scegliere un medico già massimalista o con una quota
individuale limitata. L'eliminazione della quota capitaria annullerebbe
questa
impossibiltà.
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<p>
Inoltre, grazie all'informatica e a un miglior funzionamento della
tessera sanitaria, contenente tutti i dati sanitari riguardanti
l'assistito, il
medico assistere facilmente anche i pochi assistiti che girerebbero da
uno
studio all'altro.
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In conclusione, l'eliminazione della quota capitaria permetterebbe
di:
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<ul class="unIndentedList">
<li> togliere
all'utente-assistito un'arma di ricatto verso il medico;</li>
<li> ridare
al medico il potere decisionale;</li>
<li> rimodulare e riorganizzare il
tempo per attuare la
medicina di iniziativa,</li>
<li> generare un circolo virtuoso con
risparmio di
risorse umane, professionali ed economiche, con possibile riutilizzo
delle
risorse risparmiate per migliorare ed ampliare i servizi,</li>
<li>
assicurare al medico una retribuzione fissa per il
tempo, la professionalità e l'organizzazione,</li>
<li>
fare avere al medico incentivi economici legati
alla maggiore professionalità (vera concorrenza professionale);</li>
<li>
ridurre la sottoccupazione medica nell'assistenza
primaria;</li>
<li>
favorire l'attuazione del ruolo unico;</li>
<li>
rimodulare il rapporto ottimale;</li>
<li>
utilizzare un sistema retributivo già collaudato
(specialistica interna, continuità assistenziale);</li>
<li>
mantenere per i medici i compensi attualmente
percepiti;</li>
<li>
mantenere per il SSN i costi in essere per la
retribuzione del medico; </li>
<li>
mantenere l'attuale rapporto libero-professionale;</li>
<li>
permettere al cittadino una vera libertà di scelta.</li>
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