<p>
Francesco Benincasa<br />
Medicina generale, Torino
</p>
<br />
<p class="caso">
IL CASO | <b>Segreti e bugie</b><br />
<br />
Arianna B, di 27 anni, che è mia
paziente fin da bambina, ha cominciato anni fa a manifestare un serio
disagio
psichico, dapprima mal definito (ossessione per la pulizia, sensazione
di
formicolio in varie parti del corpo, rifiuto dei rapporti sociali) e,
infine,
diagnosticato come una forma di psicosi schizofrenica. Da mesi è in
terapia con
aripiprazolo e sta abbastanza bene da condurre una vita lavorativa
normale (con
i normali alti e bassi legati alla precarietà del lavoro giovanile) e
una
relazione sentimentale duratura con un ragazzo che vive in un'altra
città.<br />
Arianna non frequenta
regolarmente il mio ambulatorio e, per la verità, non è assidua neppure
con lo
psichiatra (privato) che l'ha in cura; mi sono, perciò, stupito quando
l'ho
vista entrare in studio qualche settimana fa. Mi ha fatto un racconto
confuso
da cui sono riuscito a capire:
<br />
- che sta avendo gravi difficoltà al lavoro;<br />
- che ha smesso il farmaco, perché si è messa in
testa che le stava procurando sterilità;<br />
- che teme di essere comunque sterile a causa
delle sue pratiche onanistiche frequentissime e compulsive;<br />
- che si è decisa a parlare con me di questo suo
timore, perché, ora che il fidanzato è venuto a vivere con lei,
vorrebbero
tanto un bambino;<br />
- infine, che il fidanzato si è iscritto con me e
verrà presto a presentarsi.
<br />
L'ultima comunicazione ha acceso
nella mia testa la luce rossa che segnala i guai.<br />
Dopo averle strappato la promessa
di tornare dallo psichiatra per riprendere le fila della terapia, mi
sono messo
a riflettere sull'ambiguità del mio ruolo come curante della coppia: so,
per
averlo saputo da Arianna stessa e da sua madre, che il fidanzato ignora
del
tutto che la ragazza sia in cura per disturbi mentali; anzi, è per la
madre
motivo d'orgoglio che la figlia stia tanto bene da poterlo dissimulare.
Certamente, non posso essere io a rivelarglielo, trattandosi di un
segreto
professionale, ma ho paura che i miei rapporti con il giovane saranno
tarati
dalla conoscenza taciuta di questa
gravissima ipoteca sulla sua serenità futura e su quella dei tanto
agognati figli.<br />
Come barcamenarsi in una
situazione simile?
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Per esperienza, ogni medico sa
che le luci rosse accese nel cervello non sbagliano quasi mai. A volte si può
essere eccessivamente sensibili, perché si è da poco rimasti scottati, ma nella
maggior parte dei casi le luci rosse non mentono. Si tratta di un meccanismo
legato all'expertise, definita come la saggezza prodotta dagli errori
cellulari: un esperto è, secondo Niels Bohr, "uno che ha commesso tutti gli
errori possibili, in un campo ristretto".
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Il caso narrato si presta bene a
una serie di considerazioni che spaziano dalla diagnosi psichiatrica alla
necessità di mantenere un corretto assetto con i pazienti. Proprio in qualità
di medici di famiglia si è depositari dei segreti e delle bugie di interi
nuclei: si conoscono e si custodiscono le confidenze da una generazione
all'altra e a volte si tratta di questioni estremamente delicate e importanti.
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Arianna è protagonista della
storia naturale di una psicosi: esordio in età infantile con manifestazioni di
disagio non specifiche, manifestazioni ossessive, chiusura verso il mondo
esterno, fino all' evidenza di una psicosi franca di cui non si conoscono
ulteriori particolari. Si deve pensare che una paziente trattata con
aripiprazolo debba avere ricevuto una diagnosi certa di psicosi. La remissione
che viene descritta farebbe sperare in un esito positivo, a patto che la
terapia venisse mantenuta per un tempo molto lungo.
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Ulteriori considerazioni fanno
credere a una possibile fase di miglioramento della patologia: sia la relativa
stabilità del lavoro sia la relazione sentimentale indurrebbero ad aver fiducia
in una stabilizzazione del tono dell'umore e della capacità di instaurare
rapporti significativi e forti. Certo che la parte successiva del racconto fa
vacillare l'eccesso di ottimismo: si scopre che le difficoltà al lavoro sono
serie e, soprattutto, che Arianna ha interrotto l'assunzione dell'aripiprazolo,
attribuendogli effetti collaterali gravi. Si aggiunga il timore che anche la
sua masturbazione (definita compulsiva), possa causarle sterilità. Ci si trova
di fronte a un fenomeno da valutare attentamente: l'imputazione al farmaco e
all'eccessiva masturbazione di provocare sterilità sembra far parte di un
disturbo delirante che, se non è ancora in atto, si sta nuovamente costituendo.
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Il fatto che una sintomatologia
produttiva sia di solito presente solo a tratti non implica necessariamente che
i pazienti psicotici siano in condizioni di remissione totale: nello studio
catamnestico di Bonn del 1979, il 22% dei pazienti schizofrenici presentò
remissione completa, il 43% un residuo non caratteristico e il 35% un residuo
caratteristico.
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Il significato della ricomparsa
di Arianna nello studio del medico di famiglia è presto chiaro: la sua
intenzione di procreare. Nonostante non sia possibile fare ipotesi pregiudiziali
sulla capacità materna di una donna psicotica, è noto che il rischio relativo
di sviluppare una schizofrenia aumenta in maniera rimarchevole quando in
famiglia c'è già una persona affetta dalla malattia (madre, padre, fratello) ed
è dimostrato che vi è un aumento del rischio di schizofrenia nei figli di madre
schizofrenica quando vi siano fattori ambientali psicosociale favorenti. La
malattia mentale di un parente stretto può modificare negativamente numerosi
aspetti dello sviluppo infantile, compreso lo sviluppo fisico, cognitivo,
sociale ed emozionale. La scarsa attenzione da parte dei medici nei confronti
dei figli di psicotici lascia temere che, per come vanno attualmente le cose in
Italia, la loro assistenza e la loro salvaguardia sarebbe compromessa: non è
infondato il timore delle madri psicotiche che i servizi sociali potrebbero
intervenire con la drastica decisione di allontanare la madre dal figlio senza
avere potuto compiere azioni preventive al fine di mantenere la loro vicinanza.
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Ma gli interrogativi non sono
finiti: può un medico arrogasi il diritto di scoraggiare una gravidanza, o,
addirittura, vi sono situazioni in cui è doveroso scoraggiare una gravidanza?
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È innegabile che gravidanza,
parto, post partum e allattamento costituiscano per qualunque donna eventi
straordinariamente stressanti che richiedono la vicinanza di figure
significative (madre, marito). A maggior ragione questo è vero per una donna
schizofrenica.
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<p>
In seguito, la cura del neonato,
impegnativa per qualunque madre; a maggior ragione costituisce un compito molto
gravoso per una madre con sintomi psicotici: se si interviene con una sedazione
forte il rapporto con il neonato ne può risentire in maniera significativa, ma,
se non si interviene, le conseguenze potrebbero essere imprevedibili.
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<p>
I progetti della ragazza appaiono
preoccupanti: il fidanzato ignora la sua condizione e la madre è addirittura
soddisfatta della sua capacità di dissimulare la patologia. In questo labirinto
di bugie il collega si trova di colpo implicato: gli si chiede, in fondo, di
stare al gioco e tacere. Ci si chiede perché Arianna voglia esporre il suo
medico a questa serie di menzogne, quando avrebbe potuto suggerire al proprio
ragazzo il nome di un altro curante che, ignaro totalmente della situazione,
non si sarebbe trovato in difficoltà e soprattutto non avrebbe potuto crearne
alcuna alla coppia.
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<p>
È evidente che il collega non può
in nessun modo intervenire o mettere il giovane sull'avviso del problema;
d'altra parte, ci si deve chiedere se di fronte a una patologia organica,
seppur grave, ci si porrebbero questi dubbi. Di fronte a una paziente affetta
da una malattia demielinizzante agli esordi o da una epilessia, quale curante
si sentirebbe in dovere di avvisare il partner? In questo caso, invece, ci si
sta ponendo il dubbio che la ragazza non sia in grado di distinguere aspetti
della realtà e che non sia in grado nemmeno di gestire correttamente le sue
menzogna, perché non ha la possibilità di usarla consapevolmente.
L'affermazione può apparire paradossale, ma significa che chi si assume la
responsabilità delle proprie omissioni o delle proprie bugie è anche in grado
di farsi carico delle conseguenze. In questo caso Arianna non pare consapevole
della sua malattia né delle ripercussioni dei suoi segreti. La sua coscienza di
malattia è completamente assente e questo sembra giustificarla nella sua
condotta. Certo, si potrebbe ritenere che ognuno è libero di assumere o meno un
farmaco, tuttavia non si può dimenticare che la paziente in questione ha ricevuto
una diagnosi di schizofrenia basata su una storia che dall'infanzia è stata
caratterizzata da sintomi inequivocabili quali isolamento, ritiro, disturbi del
pensiero e distorsioni dell'esame di realtà.
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Quando negli anni settanta
prevaleva in Italia la corrente antipsichiatrica, la malattia mentale veniva
negata con un atteggiamento irrazionalista e antiscientifico. A quell'epoca,
molti dei lettori e anche chi scrive avrebbero considerato un curante che fosse
intervenuto attivamente per convincere o dissuadere un paziente, un oppressore
che utilizzava il proprio potere per impedire a un soggetto più debole di
svolgere e sviluppare la propria vita liberamente. Un punto di vista del genere
sposterebbe problemi psicologici e clinici verso il terreno di appelli morali,
scambiando per questioni semplici, questioni complesse. Le drammatiche
esperienze della mente psicotica verrebbero considerate soltanto "tormenti
interiori, sentimenti elevati e spirituali", precludendo di chiarire e
affrontare le reali sofferenze di questi pazienti. Se, da una parte, la
psichiatria accademica ha preso troppo le distanze dall'individuo malato,
l'eccesso opposto, nato e vissuto negli anni settanta, aveva coltivato un
eccesso di vicinanza, con una buona dose di relativismo e buoni sentimenti, per
cui il curante finiva per
identificarsi con il sofferente, al punto da non distinguere più ciò che era
sano da ciò che era patologico. A quel tempo, la diagnosi di schizofrenia
veniva considerata esclusivamente una designazione sociale, mentre oggi si è
consapevoli che essa è anche, ma non solo, un'etichetta convenzionalmente
concordata, come ricorda Giovanni Jervis. Thomas Szasz, che oggi è il
portabandiera di un'opposizione feroce nei confronti di ogni tipo di
psicofarmaco con l'appoggio della Chiesa di Scientology, sostiene che una
persona con una sofferenza mentale dovrebbe essere libera di decidere se e come
chiedere aiuto, dimenticando che i disturbi psichici più gravi compromettono
proprio la capacità di valutare e di scegliere. La storia della psichiatria in
Italia ha lasciato (nel bene e nel male) tracce in un'intera generazione di
medici, che, a volte, nello sforzo di rispettare la volontà del paziente,
corrono il rischio di trattare salute e malattia in una confusiva negazione di
verità certe.
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Queste considerazioni non esimono
dal porsi nuovamente la prima domanda del caso di Arianna: si ha il diritto di
mettere in discussione la sua volontà di avere un figlio e la sua volontà di
interrompere il farmaco?
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Si consideri che, dal momento in
cui Arianna e il suo fidanzato fossero pazienti dello stesso medico, il curante
avrebbe il dovere di proteggere la salute di entrambi nello stesso modo e con
lo stesso impegno. Il fatto di conoscere Arianna da un tempo più lungo non
potrebbe darle alcun vantaggio: i pazienti devono essere tutti uguali e il
ragazzo andrebbe tutelato in ogni modo da qualunque elemento danneggiasse il
suo benessere e quindi la sua salute futura.
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<p>
Da ultimo è necessario prendere
in considerazione una situazione rara, ma possibile: quella della cosiddetta "folie
à deux". Si tratta di un disturbo psicotico condiviso tra due persone che hanno
tra loro una relazione intima. Il disturbo viene insinuato dallo psicotico
all'altro individuo e quando la relazione finisce, il disturbo si esaurisce in
chi non era dall'inizio psicotico.
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Per quanto Arianna si trovi in
una situazione di remissione, è difficile credere che il suo compagno non
percepisca affatto alcune alterazioni del suo stato, dei suoi pensieri e del
suo modo di vivere.
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<p>
Eppure, sono tante le storie di
persone che scoprono lentamente, condividendo la casa e le abitudini, che il
loro partner è in realtà una persona molto diversa e molto meno sana di quel
che avevano creduto anche dopo una conoscenza prolungata.
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<p>
Come uscire da questo dilemma
senza rivelare la patologia della ragazza? Come sempre in medicina generale non
vi sono risposte semplici o preconfezionate ed è necessario adattare il
giudizio alle situazioni contestuali.
</p>
<p>
Ciononostante, alcuni principi
guida devono essere mantenuti, per evitare improvvisazioni poco professionali:
prima di tutto, si può immaginare che prendere contatti con lo psichiatra che
ha in cura la ragazza sia
necessario per sviluppare una strategia comune ed evitare di darle messaggi
contraddittori o contrastanti, provocando una perdita totale di fiducia nei
medici. Il fatto che la giovane sia seguita privatamente ammanta di ulteriore
segretezza un rapporto nel quale potrebbe non essere semplice inserirsi.
</p>
<p>
E' fondamentale approfondire,
attraverso colloqui ripetuti, lo stato attuale della salute della giovane, anche se difficilmente, in assenza di
terapia farmacologica, sarà disponibile e capace di rivedere criticamente il
suo stato. Il compito diventa tanto più difficile quanto più la ragazza si sente
in uno stato di benessere, attribuendo a fattori esterni possibili danni (i
farmaci). L'unico appiglio può essere costituito dalle abitudini masturbatorie
che, in quanto compulsive, contengono un significato di malessere egodistonico
che va discusso e approfondito. Purtroppo, in questa situazione, non si può, a
quanto pare, trovare nella madre di Arianna un'alleata che partecipi alla
costituzione di una rete sana di protezione.
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<p>
A costo di mettere in gioco il
rapporto con la paziente, può essere presa in considerazione la possibilità di
discutere francamente con Arianna le difficoltà che le sue scelte suscitano nel
curante. Davanti al progetto di
mettere al mondo un figlio, il medico può insistere sulla necessità che si
arrivi a un risultato più stabile nella conduzione della sua psicosi, anche se
la letteratura mostra che la prognosi a medio termine è peggiore se vi è stato
un esordio precoce e insidioso.
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<p>
È quindi necessario affrontare
con franchezza la diagnosi e la prognosi di Arianna: perché il curante dovrebbe
partecipare all'occultamento di una patologia solo perché la paziente non
l'accetta? Ci si sognerebbe mai di rendersi complici nella non cura di un
paziente dispnoico, solo perché egli non accetta la sua asma?
</p>
<p>
A ogni piè sospinto, mentre ci si
riflette, sembrano emergere gli effetti di secoli di pregiudizi che ancora non
sono esauriti e che fanno sentire i loro effetti nel lavoro clinico quotidiano
in modo subdolo, ma costante. Lo stigma non è scomparso. Forse si è ancora
lontani dallo smettere di considerare le psicosi malattie dell'anima innominabili
e vergognose, malattie di cui nemmeno l'interessato può essere messo al
corrente, come se si desse per scontato che non vi sia la possibilità di un
approccio scientifico e non colpevolizzante di fronte ai disagi psichici.
</p>
<p>
Inoltre, i dottori sembrano
abituati a considerare chi soffre di disagi mentali un po' limitati dal punto
di vista intellettivo e non a considerare gli psicotici persone
dall'intelligenza viva e brillante, c'è un pregiudizio riguardo non tanto alla
loro capacità di decidere, quanto alla loro capacità di comprendere i problemi.
Se è così, si tratta di un preconcetto grave che andrebbe corretto e affrontato
prima di tutto in termini di educazione e cultura disciplinare.
</p>
<p>
Due o tre elementi vanno ribaditi
come temi di discussione più che come certezze, prima di concludere:
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li>
i pazienti sono tutti uguali e vanno protetti
dagli eventi esterni dannosi prevedibili;</li>
<li>
i medici non sempre hanno il diritto di
stabilire quali siano gli eventi esterni dannosi per i propri pazienti;</li>
<li>
i medici possono discutere le scelte dei
pazienti solo quando vengano interpellati in proposito. </li>
</ul>
<p>
Tuttavia:
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li>
la psicosi, pur essendo una malattia come
un'altra, non deve e non può essere idealizzata o considerato un fatto dai
risvolti letterari o filosofici: lo psicotico può avere una ridotta capacità di
giudizio che gli fa correre il rischio di compiere scelte pericolose o
incongrue;</li>
<li>
il curante deve essere in grado di discutere
chiaramente con il paziente psicotico la sua diagnosi e la prognosi, in modo
che le scelte possano essere discusse e condivise;</li>
<li>
lo psicotico non ha (a meno che non sia stato
istituzionalizzato o non abbia avuto una evoluzione deficitaria dopo decenni di
malattia) limitazioni nella comprensione dei fatti;</li>
<li>
il medico non ha il diritto di impedire allo
psicotico di fare le sue scelte, ma ha il dovere di discuterle francamente con
lui mettendogli sotto gli occhi le eventuali condizioni di pericolo in cui si
mette o mette altri (nel caso specifico, deve rendere espliciti i rischi che un
soggetto psicotico corre nel mettere al mondo un figlio).</li>
</ul>
<p class="bibliografia">
Bibliografia
</p>
<ul class="unIndentedList">
<li> American Psychoanalytic Association: PDM
Manuale diagnostico Psicodinamico. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2008. </li>
<li> Balestrieri M et al. Manuale di psichiatria.
Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2007.</li>
<li> Corbellini G et al. La razionalità negata.
Psichiatria e antipsichiatria in Italia. Torino: Bollati Boringhieri, 2008.</li>
<li>
Howard L: Psychotic
disorders and parenting - the relevance of patients' children for general adult
psychiatric services Psychiatric Bulletin 2000; 24: 324.</li>
<li> Huber G et
al. Schizophrenie. Berlin:
Springer-Verlag, 1979.</li>
<li> Lehrer J: Come decidiamo. Torino: Codice
Edizioni, 2009.</li>
<li>
Mortensen P et al.
Effects of family history and place and season of birth on the risk of
schizophrenia. N Engl J Med 1999; 340: 603. </li>
<li>
<b>Ramchandani P et al. The impact of
parental psychiatric disorder on children.</b> BMJ2003; 327:
242. -</li>
<li> Szasz T. Il mito della malattia mentale.
Milano: Il Saggiatore,1974.</li>
<li>
Tienari
P et al. The Finnish adoptive family study of schizophrenia. Schizophr Bull 1987;
13: 477.</li>
</ul>
Non solo corpi, ma anime, menti e diritti giuridici: la complessità olistica in ambulatorio
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