Vi ricordate quel bel libretto del 1995 di Elmer DeGowin,con
tutte le illustrazioni fatte a mano dall'autore? Si chiamava Segni e
sintomi: guida alla diagnosi ed era una miniera di informazioni tipicamente
anglosassone nella sua impostazione, una meraviglia. Credo che nessuno lo
conosca più e che la maggior parte dei colleghi lo ritenga assolutamente
inutile: in quel libro non era previsto che un giorno si sarebbe stati
costretti a occuparsi di come risalire alla soggettività del paziente, partendo
da un esame di laboratorio alterato. Questa, infatti è una perversione del
metodo clinico quale ci è stato insegnato nella nostra formazione.
Il fenomeno è favorito (o determinato) dagli screening di
fatto, dai cosiddetti chek up primaverili, dalla richiesta indiscriminata di
analisi a tappeto; le banche e le compagnie di assicurazione, per esempio,
sottopongono i propri dipendenti di qualunque livello (una volta la cosa era
riservata ai dirigenti) a un check up annuale, in cui sono compresi PSA e
calcolo del rischio cardiovascolare che fa una ottima impressione sul
malcapitato.
Per non parlare dell'incalzare dell'imaging "pesante":
perchè fare a meno della RM per una gonalgia? Che importa la semeiotica fisica
se con quell'esame si possono vedere anche le più piccole e insignificanti
lesioni meniscali? Che importa la Rx lombo sacrale se c'è la RM con cui si
possono vedere anche (e soprattutto) le protrusioni discali di cui poi non si è
in grado di valutare il significato? Perché perdere tempo a visitare un addome
se c'è l'ecografia che dirà molto di più di quanto non faccia una semplice
palpazione?
Qualche volta, l'esame darà sorprese importanti per il
paziente, per esempio scoprendo (come è capitato a me) un ingrossamento dei
linfonodi del plesso celiaco e diagnosticando un linfoma: occorre, allora, fare
l'ecografia addominale "di routine"? Conosco ginecologi che non
visitano più le pazienti: le sottopongono subito e tutte a ecografia trans
vaginale nel loro studio.
Domani, quando tutti avranno l'ecografo in studio, sarà
ancora necessario visitare i pazienti o lo strumento diventerà un'estensione
legittima delle nostre mani e dei nostri occhi?
Ieri, il padre di un giovane donatore di sangue è arrivato
preoccupato, perchè suo figlio, apparentemente in ottima salute, è stato
sospeso dalle donazioni: la sua ferritina è a 440. Mi ha chiesto di prescrivere
altri esami per definire la diagnosi. Mancava il paziente, mancavano i sintomi,
ma il laico (ingegnere capo di un settore di punta di una grande azienda
automobilistica), riteneva che tutto ciò fosse materiale superfluo: si parta da
un non-sintomo e si scali la montagna su su fino alla diagnosi, moltiplicando
all'infinito gli esami di laboratorio.
Fabio poneva un problema sottile e ineludibile: è vero che
la tecnologia ci permette di vedere ciò che non è visibile; si tratta di uno
spostamento della capacità risolutiva e diagnostica la cui rinuncia da parte
nostra sembrerebbe una lotta di retroguardia contro i progressi della scienza.
Ma anche lo status di malato è stato modificato dai
progressi tecnologici: il ruolo di malato non dipende più tanto dalla
percezione soggettiva di stare male, ma dal dato di laboratorio o strumentale
che definisce il paziente non più sano. Questo è un fatto palese a cui tutti
noi ci sottomettiamo (quale diabetico asintomatico può essere definito sano? Ma
quale diabetico asintomatico si sente malato?), ma dobbiamo essere del tutto
consapevoli che questo stato di cose modifica totalmente la logica clinica alla
quale siamo stati formati. Io la considero una perversione del metodo, ma
vorrei discutere (anche su questo sito) del fatto che il metodo in sè è
cambiato e che noi dovremmo trovare un modo di adattarci al cambiamento in una
maniera dignitosa e logica.
I giovani colleghi non hanno mai avuto maestri che
credessero che il metodo clinico resta ancora valido, a patto che sappia
integrare al suo interno la tecnologia e non vi si svenda. Da parte mia,
invece, l'adattamento avviene male e poco, con cadute totali di capacità
critica o con prese di posizione a volte sterilmente polemiche di fronte alla
possibilità sempre più concreta che il paziente diventi un impiccio di cui
poter fare a meno.
Io, infatti, attribuisco ancora valore e ruolo alla voce e
al corpo del paziente nel metodo clinico e mi chiedo se sia possibile evitare
che la tecnologia si sostituisca alla coppia clinica e che la clinica non si
perda in un uso distorto della tecnologia.
Francesco Benincasa
Medicina generale
Torino
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Vi ricordate quel bel libretto del 1995 di Elmer DeGowin,con
tutte le illustrazioni fatte a mano dall'autore? Si chiamava <i>Segni e
sintomi: guida alla diagnosi</i> ed era una miniera di informazioni tipicamente
anglosassone nella sua impostazione, una meraviglia. Credo che nessuno lo
conosca più e che la maggior parte dei colleghi lo ritenga assolutamente
inutile: in quel libro non era previsto che un giorno si sarebbe stati
costretti a occuparsi di come risalire alla soggettività del paziente, partendo
da un esame di laboratorio alterato. Questa, infatti è una perversione del
metodo clinico quale ci è stato insegnato nella nostra formazione.
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Il fenomeno è favorito (o determinato) dagli screening di
fatto, dai cosiddetti chek up primaverili, dalla richiesta indiscriminata di
analisi a tappeto; le banche e le compagnie di assicurazione, per esempio,
sottopongono i propri dipendenti di qualunque livello (una volta la cosa era
riservata ai dirigenti) a un check up annuale, in cui sono compresi PSA e
calcolo del rischio cardiovascolare che fa una ottima impressione sul
malcapitato.
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Per non parlare dell'incalzare dell'imaging "pesante":
perchè fare a meno della RM per una gonalgia? Che importa la semeiotica fisica
se con quell'esame si possono vedere anche le più piccole e insignificanti
lesioni meniscali? Che importa la Rx lombo sacrale se c'è la RM con cui si
possono vedere anche (e soprattutto) le protrusioni discali di cui poi non si è
in grado di valutare il significato? Perché perdere tempo a visitare un addome
se c'è l'ecografia che dirà molto di più di quanto non faccia una semplice
palpazione?
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Qualche volta, l'esame darà sorprese importanti per il
paziente, per esempio scoprendo (come è capitato a me) un ingrossamento dei
linfonodi del plesso celiaco e diagnosticando un linfoma: occorre, allora, fare
l'ecografia addominale "di routine"? Conosco ginecologi che non
visitano più le pazienti: le sottopongono subito e tutte a ecografia trans
vaginale nel loro studio.
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Domani, quando tutti avranno l'ecografo in studio, sarà
ancora necessario visitare i pazienti o lo strumento diventerà un'estensione
legittima delle nostre mani e dei nostri occhi?
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Ieri, il padre di un giovane donatore di sangue è arrivato
preoccupato, perchè suo figlio, apparentemente in ottima salute, è stato
sospeso dalle donazioni: la sua ferritina è a 440. Mi ha chiesto di prescrivere
altri esami per definire la diagnosi. Mancava il paziente, mancavano i sintomi,
ma il laico (ingegnere capo di un settore di punta di una grande azienda
automobilistica), riteneva che tutto ciò fosse materiale superfluo: si parta da
un non-sintomo e si scali la montagna su su fino alla diagnosi, moltiplicando
all'infinito gli esami di laboratorio.
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Fabio poneva un problema sottile e ineludibile: è vero che
la tecnologia ci permette di vedere ciò che non è visibile; si tratta di uno
spostamento della capacità risolutiva e diagnostica la cui rinuncia da parte
nostra sembrerebbe una lotta di retroguardia contro i progressi della scienza.
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Ma anche lo status di malato è stato modificato dai
progressi tecnologici: il ruolo di malato non dipende più tanto dalla
percezione soggettiva di stare male, ma dal dato di laboratorio o strumentale
che definisce il paziente non più sano. Questo è un fatto palese a cui tutti
noi ci sottomettiamo (quale diabetico asintomatico può essere definito sano? Ma
quale diabetico asintomatico si sente malato?), ma dobbiamo essere del tutto
consapevoli che questo stato di cose modifica totalmente la logica clinica alla
quale siamo stati formati. Io la considero una perversione del metodo, ma
vorrei discutere (anche su questo sito) del fatto che il metodo in sè è
cambiato e che noi dovremmo trovare un modo di adattarci al cambiamento in una
maniera dignitosa e logica.
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I giovani colleghi non hanno mai avuto maestri che
credessero che il metodo clinico resta ancora valido, a patto che sappia
integrare al suo interno la tecnologia e non vi si svenda. Da parte mia,
invece, l'adattamento avviene male e poco, con cadute totali di capacità
critica o con prese di posizione a volte sterilmente polemiche di fronte alla
possibilità sempre più concreta che il paziente diventi un impiccio di cui
poter fare a meno.
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Io, infatti, attribuisco ancora valore e ruolo alla voce e
al corpo del paziente nel metodo clinico e mi chiedo se sia possibile evitare
che la tecnologia si sostituisca alla coppia clinica e che la clinica non si
perda in un uso distorto della tecnologia.
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<b>Francesco Benincasa</b><br />
Medicina generale
Torino
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