Mi capita più spesso di quanto vorrei (e penso capiti anche
i miei colleghi) che un paziente si presenti da me con una richiesta
terapeutica già strutturata nella sua mente, fino addirittura, a concretizzarsi
nel nome commerciale del farmaco che vuole prescritto. La fonte del suo
supposto sapere è, il più delle volte, Internet, altre volte, amici e
conoscenti. Io reagisco in maniera diversa a seconda dello stato economico,
sociale e culturale di chi mi sta davanti (più è elevato, più mi rifiuto di
aderire alla richiesta) e dello stato di avanzamento della giornata (alle ore
20 del lunedì sarei disposta a chiudere tutti e due gli occhi su qualsiasi nota
AIFA e mi trattiene solo la paventata ritorsione della ASL). Comunque, mi sento
sempre sottoconsiderata come professionista, forse perché incapace, io fra
tutti i miei colleghi, di farmi considerare. Come è stato ripetuto da più
parti, d'altronde, il medico di medicina generale è sotto ricatto, dal momento
che il numero di quote capitarie su cui si basa il suo stipendio mensile è
strettamente legato al gradimento che i suoi iscritti hanno di lui e sulla sua
possibilità di esprimere autorevolezza pur andando contro la corrente dell'imperante
disease mongering mediatico.
Ma, come recitano i detti popolari, tutto il mondo è
paese e ma mal comune, mezzo gudio: si stima che arrivino al
10% del totale le visite mediche in cui i pazienti fanno esplicita richiesta di
un trattamento; la maggioranza di queste richieste viene esaudita, anche quando
in contraddizione con il punto di vista scientifico del medico. Premette queste
informazioni un interessante studio di Debora A. Paterniti e colleghi apparso
di recente sulla prestigiosa rivista Archives of Internal Medicine (2010;
170: 381 ) e intitolato "Getting to ‘No': strategies primary care physicians
use to deny patient requests": questi ricercatori dell'University of
California di Sacramento hanno messo in piedi un trial randomizzato sul
comportamento dei medici di medicina generale in risposta alla richiesta di
farmaci antidepressivi da parte di pazienti addestrati a insistere sulla
richiesta. Lo studio dà per scontato che la questione sia non perdere la
"fiducia" del paziente senza addossarsi la responsabilità di una prescrizione
indebita e rileva che le tattiche che hanno permesso ai medici di dire di no 84
volte su 199 (circa il nel 40% delle visite) sono queste:
approfondire il discorso sulle fonti delle richieste;
rinviare la decisione del trattamento a una visita specialistica;
fare una diagnosi diversa dalla depressione;
prescrivere farmaci diversi da quelli richiesti,
prescrivere esami diagnostici
negare le richieste minimizzando la necessità di farmaci.
Vale la pena di tenere presente che, tra tutte le scelte di comportamento, le
prime tre sono quelle che deludono meno il paziente.
<p class="firma">
<b>Simonetta Pagliani
</b><br />
Medicina generale, Milano
</p>
<p>
Mi capita più spesso di quanto vorrei (e penso capiti anche
i miei colleghi) che un paziente si presenti da me con una richiesta
terapeutica già strutturata nella sua mente, fino addirittura, a concretizzarsi
nel nome commerciale del farmaco che vuole prescritto. La fonte del suo
supposto sapere è, il più delle volte, Internet, altre volte, amici e
conoscenti. Io reagisco in maniera diversa a seconda dello stato economico,
sociale e culturale di chi mi sta davanti (più è elevato, più mi rifiuto di
aderire alla richiesta) e dello stato di avanzamento della giornata (alle ore
20 del lunedì sarei disposta a chiudere tutti e due gli occhi su qualsiasi nota
AIFA e mi trattiene solo la paventata ritorsione della ASL). Comunque, mi sento
sempre sottoconsiderata come professionista, forse perché incapace, io fra
tutti i miei colleghi, di farmi considerare. <i>Come è stato ripetuto da più
parti, d'altronde, il medico di medicina generale è sotto ricatto, dal momento
che il numero di quote capitarie su cui si basa il suo stipendio mensile è
strettamente legato al gradimento che i suoi iscritti hanno di lui e sulla sua
possibilità di esprimere autorevolezza pur andando contro la corrente dell'imperante
disease mongering mediatico.</i>
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Ma, come recitano i detti popolari, <i>tutto il mondo è
paese e</i> ma <i>mal comune, mezzo gudio: </i>si stima che arrivino<i> al
10% del totale le visite mediche in cui i pazienti fanno esplicita richiesta di
un trattamento; la maggioranza di queste richieste viene esaudita, anche quando
in contraddizione con il punto di vista scientifico del medico. Premette queste
informazioni un interessante studio di Debora A. Paterniti e colleghi apparso</i>
di recente sulla prestigiosa rivista <i>Archives of Internal Medicine (2010;
170: 381 ) e intitolato "Getting to ‘No': strategies primary care physicians
use to deny patient requests": questi</i> ricercatori dell'University of
California di Sacramento hanno messo in piedi un trial randomizzato sul
comportamento dei medici di medicina generale in risposta alla richiesta di
farmaci antidepressivi da parte di pazienti addestrati a insistere sulla
richiesta. <i>Lo studio dà per scontato che la questione sia non perdere la
"fiducia" del paziente senza addossarsi la responsabilità di una prescrizione
indebita e rileva che le tattiche che hanno permesso ai medici di dire di no 84
volte su 199 (circa il nel 40% delle visite) sono queste:</i>
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<ul>
<li>approfondire il discorso sulle fonti delle richieste;</li>
<li>rinviare la decisione del trattamento a una visita specialistica;</li>
<li>fare una diagnosi diversa dalla depressione;</li>
<li>prescrivere farmaci diversi da quelli richiesti, </li>
<li>prescrivere esami diagnostici• Simonetta Pagliani<br />
Medicina generale, Milano</li>
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<li></li>
<li>negare le richieste minimizzando la necessità di farmaci.</li>
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Vale la pena di tenere presente che, tra tutte le scelte di comportamento, le
prime tre sono quelle che deludono meno il paziente.<br />
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