Tre immense sedi sotto il
cielo livido della centroeuropea Basilea
Un sontuoso e freddo
abbraccio alla medicina generale con allestimento di stampo
fieristico, caratterizzato da innumerevoli stand (aule) e altrettante
sessioni parallele nei diversi edifici ove "sorseggiare" il
numero incalcolabile di relazioni provenienti da ogni parte del
mondo. Infiniti e ricchi di informazioni scientifiche i poster da
leggere: impossibile guardarli tutti. Una concentrazione estrema che
ha purtroppo rubato la giusta attenzione e considerazione che ciascun
autore avrebbe meritato.
Forse è sconveniente il
paragone con il suggestivo WONCA 2006, tenutosi a Firenze, nella
culla della cultura umanistica, ove la Fortezza da Basso rappresentò
squisitamente il ponte fra scienza e umanità gettato dal congresso.
Non in egual modo le strutture principali che hanno ospitato WONCA
2009, di aspetto architettonico futuristico regolare e ordinato,
hanno ritratto il fascino della complessità, che, per natura,
sottintende concetti non lineari. Proprio l'etimologia del termine
rimanda all'intreccio di più parti collegate fra loro e dipendenti
l'una dall'altra, così come quella di "complicato" rimanda a
"piegare insieme": un problema complicato contiene un gran numero
di parti nascoste, che vanno scoperte una a una.
La teoria della
complessità ammonisce circa l'insufficienza dell'approccio
analitico lineare in medicina (soprattutto nell'ambito delle cure
primarie) e suggerisce un approccio olistico. Un sistema complesso,
cioé, non può essere compreso mediante il solo esame delle sue
componenti, ma richiede la comprensione l'interazione tra esse e una
visione d'insieme.
A Basilea, la complessità
si è manifestata in molti modi: complessa la ricerca dell'alloggio
già a tre mesi dall'evento, complessa il viaggio per arrivare, con
rallentamenti e code nel traforo del San Gottardo, complessa
l'iscrizione e la registrazione in sede congressuale, complesso
l'accesso alle strutture, controllate costantemente da poliziotte
svizzere in divisa, a caccia di badge irregolari, complessa
l'organizzazione nelle diverse aule delle sessioni parallele, che
ha costretto a continue corse fra un edificio e l'altro; complesso,
infine, decidere cosa scegliere di valido dall'ampio programma.
E' stata, in compenso,
molto semplice la comunicazione con i relatori stranieri, sempre ben
disposti al dialogo, caratteristica che purtroppo non
contraddistingue gli specialisti nostrani nei congressi nazionali.
Tra gli argomenti
trattati, oltre alla complessità nell'attività clinica del medico
di famiglia, c'era l'insegnamento universitario della medicina
generale, in cui l'Italia è risultata (tra l'amarezza e la
frustrazione dei pochi italiani presenti) fanalino di coda tra i
paesi del mondo partecipanti al congresso.
Abbondavano le relazioni
sull'utilità delle linee guida in medicina generale (e sui
risultati controversi nella prevenzione e gestione del diabete e
delle malattie cardiovascolari) e quelle sulla strutturazione degli
ambulatori e dell'accesso degli utenti, strettamente legati
all'organizzazione del sistema sanitario dei vari paesi, Per
esempio, in Spagna e in Italia i colleghi sono impegnati nello sforzo
di individuare sempre nuovi espedienti per limitare gli accessi
impropri in ambulatorio da parte di utenti con pretese urgenze;
questa necessità sembra, invece, assente nei paesi dove l'accesso
in ambulatorio viene pagato dal paziente.
Una relazione che ha
suscitato molta discussione e sorpresa è stata la presentazione del
collega Andrea Mangiagalli sulle risposte dei pazienti di cinque
medici di medicina generale, prima singoli, poi associati, al
questionario EUROPEP (versione italiana validata) che valuta il
gradimento di diversi aspetti della medicina del territorio e, in
particolare, della medicina di gruppo. L'analisi delle risposte ha
evidenziato lo scarso gradimento della medicina di gruppo da parte
dei pazienti e quindi la necessità di un cambiamento culturale degli
utenti: l'identificazione del medico come referente singolo e
personale è, infatti, ancora saldamente radicata nella cultura
italiana, mentre, al di là delle Alpi, la figura del medico europeo
sembra più astratta e commerciale (un po' come è apparso ai
colleghi italiani tutto il congresso).
Nell'ambito più
squisitamente clinico va segnalata, fra le Special Lectures, la
relazione dal titolo "Prophylactic HPV vaccine: why or why not"
del ginecologo svizzero Stefan Gerber, esperto di immunologia
ostetrica e del tratto genito-urinario, nonché collaboratore del
gruppo di ricerca sulla profilassi anti HPV. Il ricercatore ritiene
il vaccino anti HPV utile se integrato a un appropriato screening con
pap test, considerando l'effetto sulla riduzione delle lesioni
displasiche e la durata prevista dell'immunità indotta dal
vaccino, di 9 anni. Il Stefan Gerber ha voluto inoltre ribadire che
le pazienti vanno informate del fatto che l'infezione da HPV è
condizione necessaria ma non sufficiente dello sviluppo di lesioni
tumorali, per il quale esistono altri fattori favorenti.
Pregevole, per chi ama
scrivere, è stata la relazione dell'australiano Hilton Koppe
Beyond the medical record- creative writing for doctors, e
molto utile la relazione dell'americano Rick Botelho* Motivate
healthy habits: helping yourself and your patients change (vai al sito). Il
collega, chairman del WONCA SPI (Special Interest Group) in Health
Behavior Change ha guidato i partecipanti al workshop in un percorso
cognitivo emozionale verso l'obiettivo di salute che ciascuno
avrebbe voluto raggiungere, analizzando i singoli passi per cercare
gli appigli per scalare la metaforica montagna.
La montagna personale di
chi scrive è la disassuefazione dal fumo e la scalata era già
iniziata mesi fa con risultati parziali (riduzione del numero delle
sigarette). La relazione ha permesso di individuare alcuni appigli
motivazionali come il miglioramento della performance sportiva e
quindi l'idea di praticare uno sport (nuoto), il miglioramento
dell'aspetto della cute, una minore stanchezza, l'addio alle
crisi di astinenza da nicotina durante il lavoro, eccetera.
<p class="firma" align="JUSTIFY">
<b>Laura Frosali</b><br />
Medicina
generale, Milano
</p>
<p class="sommario" align="JUSTIFY">
WONCA 2009: 4 giorni, 558
poster, 300 relazioni orali, 50 sessioni, migliaia di partecipanti.
</p>
<p align="JUSTIFY">
Tre immense sedi sotto il
cielo livido della centroeuropea Basilea
</p>
<p align="JUSTIFY">
Un sontuoso e freddo
abbraccio alla medicina generale con allestimento di stampo
fieristico, caratterizzato da innumerevoli stand (aule) e altrettante
sessioni parallele nei diversi edifici ove "sorseggiare" il
numero incalcolabile di relazioni provenienti da ogni parte del
mondo. Infiniti e ricchi di informazioni scientifiche i poster da
leggere: impossibile guardarli tutti. Una concentrazione estrema che
ha purtroppo rubato la giusta attenzione e considerazione che ciascun
autore avrebbe meritato.
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<p align="JUSTIFY">
Forse è sconveniente il
paragone con il suggestivo WONCA 2006, tenutosi a Firenze, nella
culla della cultura umanistica, ove la Fortezza da Basso rappresentò
squisitamente il ponte fra scienza e umanità gettato dal congresso.
Non in egual modo le strutture principali che hanno ospitato WONCA
2009, di aspetto architettonico futuristico regolare e ordinato,
hanno ritratto il fascino della complessità, che, per natura,
sottintende concetti non lineari. Proprio l'etimologia del termine
rimanda all'intreccio di più parti collegate fra loro e dipendenti
l'una dall'altra, così come quella di "complicato" rimanda a
"piegare insieme": un problema complicato contiene un gran numero
di parti nascoste, che vanno scoperte una a una.
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<p align="JUSTIFY">
La teoria della
complessità ammonisce circa l'insufficienza dell'approccio
analitico lineare in medicina (soprattutto nell'ambito delle cure
primarie) e suggerisce un approccio olistico. Un sistema complesso,
cioé, non può essere compreso mediante il solo esame delle sue
componenti, ma richiede la comprensione l'interazione tra esse e una
visione d'insieme.
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<p align="JUSTIFY">
A Basilea, la complessità
si è manifestata in molti modi: complessa la ricerca dell'alloggio
già a tre mesi dall'evento, complessa il viaggio per arrivare, con
rallentamenti e code nel traforo del San Gottardo, complessa
l'iscrizione e la registrazione in sede congressuale, complesso
l'accesso alle strutture, controllate costantemente da poliziotte
svizzere in divisa, a caccia di badge irregolari, complessa
l'organizzazione nelle diverse aule delle sessioni parallele, che
ha costretto a continue corse fra un edificio e l'altro; complesso,
infine, decidere cosa scegliere di valido dall'ampio programma.
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E' stata, in compenso,
molto semplice la comunicazione con i relatori stranieri, sempre ben
disposti al dialogo, caratteristica che purtroppo non
contraddistingue gli specialisti nostrani nei congressi nazionali.
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Tra gli argomenti
trattati, oltre alla complessità nell'attività clinica del medico
di famiglia, c'era l'insegnamento universitario della medicina
generale, in cui l'Italia è risultata (tra l'amarezza e la
frustrazione dei pochi italiani presenti) fanalino di coda tra i
paesi del mondo partecipanti al congresso.
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<p align="JUSTIFY">
Abbondavano le relazioni
sull'utilità delle linee guida in medicina generale (e sui
risultati controversi nella prevenzione e gestione del diabete e
delle malattie cardiovascolari) e quelle sulla strutturazione degli
ambulatori e dell'accesso degli utenti, strettamente legati
all'organizzazione del sistema sanitario dei vari paesi, Per
esempio, in Spagna e in Italia i colleghi sono impegnati nello sforzo
di individuare sempre nuovi espedienti per limitare gli accessi
impropri in ambulatorio da parte di utenti con pretese urgenze;
questa necessità sembra, invece, assente nei paesi dove l'accesso
in ambulatorio viene pagato dal paziente.
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<p align="JUSTIFY">
Una relazione che ha
suscitato molta discussione e sorpresa è stata la presentazione del
collega Andrea Mangiagalli sulle risposte dei pazienti di cinque
medici di medicina generale, prima singoli, poi associati, al
questionario EUROPEP (versione italiana validata) che valuta il
gradimento di diversi aspetti della medicina del territorio e, in
particolare, della medicina di gruppo. L'analisi delle risposte ha
evidenziato lo scarso gradimento della medicina di gruppo da parte
dei pazienti e quindi la necessità di un cambiamento culturale degli
utenti: l'identificazione del medico come referente singolo e
personale è, infatti, ancora saldamente radicata nella cultura
italiana, mentre, al di là delle Alpi, la figura del medico europeo
sembra più astratta e commerciale (un po' come è apparso ai
colleghi italiani tutto il congresso).
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<p align="JUSTIFY">
Nell'ambito più
squisitamente clinico va segnalata, fra le Special Lectures, la
relazione dal titolo "Prophylactic HPV vaccine: why or why not"
del ginecologo svizzero Stefan Gerber, esperto di immunologia
ostetrica e del tratto genito-urinario, nonché collaboratore del
gruppo di ricerca sulla profilassi anti HPV. Il ricercatore ritiene
il vaccino anti HPV utile se integrato a un appropriato screening con
pap test, considerando l'effetto sulla riduzione delle lesioni
displasiche e la durata prevista dell'immunità indotta dal
vaccino, di 9 anni. Il Stefan Gerber ha voluto inoltre ribadire che
le pazienti vanno informate del fatto che l'infezione da HPV è
condizione necessaria ma non sufficiente dello sviluppo di lesioni
tumorali, per il quale esistono altri fattori favorenti.
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<p align="JUSTIFY">
Pregevole, per chi ama
scrivere, è stata la relazione dell'australiano Hilton Koppe
<i>Beyond the medical record- creative writing for doctors, </i> e
molto utile la relazione dell'americano Rick Botelho* <i>Motivate
healthy habits: helping yourself and your patients change</i> (<a href="http://www.motivatehealthyhabits.com">vai al sito</a>). Il
collega, chairman del WONCA SPI (Special Interest Group) in Health
Behavior Change ha guidato i partecipanti al workshop in un percorso
cognitivo emozionale verso l'obiettivo di salute che ciascuno
avrebbe voluto raggiungere, analizzando i singoli passi per cercare
gli appigli per scalare la metaforica montagna.
</p>
<p align="JUSTIFY">
La montagna personale di
chi scrive è la disassuefazione dal fumo e la scalata era già
iniziata mesi fa con risultati parziali (riduzione del numero delle
sigarette). La relazione ha permesso di individuare alcuni appigli
motivazionali come il miglioramento della performance sportiva e
quindi l'idea di praticare uno sport (nuoto), il miglioramento
dell'aspetto della cute, una minore stanchezza, l'addio alle
crisi di astinenza da nicotina durante il lavoro, eccetera.
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