Nostalgia di epidemia
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Nostalgia di epidemia
Inserito da redazione il Me, 29/10/2008 - 10:05
Nostalgia di epidemia
Franco Lupano
Medicina generale
Trofarello (To)
Negli ultimi anni nuovi virus serpeggiano tra i media con la minaccia (vera o presunta) di diffondere epidemie, termine terrorizzante per il genere umano memore delle malattie contagiose che in passato mietevano vittime a milioni
«E lor signori mi vorranno negar le influenze?» esclama don Ferrante nella sua dotta disquisizione sulle cause della peste nel capitolo XXXVII dei Promessi Sposi. Scopriamo così l’origine del termine influenza, sinonimo di peste finché questa ha imperversato per il mondo e poi entrato nell’uso comune per indicare la malattia virale che con la peste ha in comune solo il carattere spesso pandemico. Tale diffusione, nell’immaginario popolare appariva misteriosa nel suo correre dall’estremo oriente all’Europa, e più facilmente spiegabile con un’azione piovuta dall’alto, dal cielo comunque inteso. Ancora adesso, inconsapevolmente, persiste questo concetto: per esempio, a commento di locali episodi epidemici di qualunque tipo, respiratori o gastroenterici, capita di sentir dire da anziani delle campagne piemontesi che c’è un «inflüss».
Al giorno d’oggi, l’influenza non desta abitualmente un grande interesse clinico: ai medici spesso sfugge la frase rassicurativa «è solo un’influenza», ma per altri soggetti, quali i mezzi di comunicazione e l’industria farmaceutica, l’interesse è ben diverso. Ci sono state però alcune pandemie del passato particolarmente rilevanti per il loro impatto clinico, sociale ed emotivo, la più importante delle quali fu senz’altro l’influenza cosiddetta «spagnola» del 1918-19.
Una pandemia reale...
I primi focolai di infezione si manifestarono in Spagna nella primavera del 1918, e non appena le agenzie di stampa diffusero la notizia a livello internazionale, l’aggettivo spagnola si legò indissolubilmente alla malattia, con successivo risentimento degli iberici che tentarono invano di cambiarle il nome. La prima fase di diffusione mondiale si concluse a giugno, per riprendere con vigore tra settembre e dicembre, quando raggiunse il massimo di virulenza e gravità. Clinicamente si trattava di un’infezione a insorgenza acuta, febbrile, con compromissione dello stato generale e un’altissima incidenza di complicazioni soprattutto polmonari. La durata era di pochi giorni sia nei casi di guarigione sia in quelli a esito infausto, così che vi fu una spaventosa concentrazione di decessi in pochissimo tempo. Si ipotizza che la spagnola abbia colpito circa la metà del genere umano, ma dati sufficientemente precisi si hanno solo per il mondo occidentale: in Italia furono colpiti 5-6 milioni di persone con circa 300.000 morti. Le regioni meridionali furono colpite per prime e con una mortalità circa doppia rispetto al Nord Italia; sulla Basilicata, in particolare, è stata svolta un’accurata ricerca su fonti originali da parte di un medico locale, Luigi Luccioni.
I primi telegrammi allarmati giunsero al Ministero degli interni tra la fine di agosto e i primi di settembre e, se all’inizio si limitavano a chiedere istruzioni sul da farsi, ben presto le richieste si focalizzarono su: provvedimenti preventivi e profilattici, medici, generi e servizi di prima necessità. Tra le misure di prevenzione adottate spiccano:
1. il divieto di gettare escrementi e rifiuti nella pubblica via;
2. il divieto della libera circolazione dei maiali nelle strade;
3. il divieto di assembramenti di qualsiasi tipo, compresi i cortei funebri;
4. la disinfezione degli effetti letterecci e degli indumenti del morto, nonché dei locali con latte di calce;
5. l’obbligo di denuncia della malattia e delle complicanze;
6. l’immediata sepoltura dei cadaveri, conseguente all’obbligo per i falegnami di fornire prontamente le casse da morto senza dilazioni sospette.
Quest’ultimo provvedimento si spiega con il verificarsi di tentativi di ritardare le forniture allo scopo di aumentare in modo ingiustificato i costi, e perfino di casi di riutilizzo delle bare svuotate dalle salme. La carenza di pubblici servizi era naturalmente dovuta soprattutto all’epidemia stessa. Il sindaco di Venosa, ammalatosi con tutta la giunta, chiedeva con urgenza l’invio di un commissario prefettizio; mancavano anche i becchini, con grave ritardo nelle sepolture e immaginabili conseguenze sulla diffusione dell’epidemia. La carenza di tali operatori si ridusse però drasticamente quando il commissario raddoppiò il compenso per ogni sepoltura.
Per quanto riguarda i medici, vi erano situazioni diverse: nel comune di Montescaglioso il commissario segnalava «l’assoluta mancanza di assistenza sanitaria, perché essa si concreta nell’opera di due vecchi medici, dei quali uno non gode della fiducia del popolo (…) e l’altro è insufficiente al bisogno, essendo straordinariamente grande il numero degli ammalati». Due cittadini di Acerenza invece, in una coraggiosa lettera firmata, denunciarono che «l’epidemia fa stragge (sic). Il medico condotto dottor Caronna (cognato del Sindaco) si è chiuso da oltre un mese fingendosi ammalato, mentre à paura… eppure la condotta medica da 500 lire annua à raggiunto le L. 2000». L’ufficiale sanitario di Sasso di Castalda, invece, ebbe a curare circa 500 ammalati su 1200 abitanti e in una relazione al medico provinciale non mostra dubbi sulle cause dell’alta incidenza di casi e di morti: «Le morti sono avvenute proprio nelle famiglie di poveri contadini ai quali manca tutto, dalla casa malsana, priva di aria e luce, al letto che è nella maggioranza un giaciglio che fa ribrezzo (…) In queste catapecchie l’uomo e l’animale vivono insieme abitualmente ed il lezzo è tale da non poter respirare». Di fronte a tali situazioni, suona leggermente stonato il decalogo del capitano medico cavalier Giuseppe Gilio enunciato durante una conferenza a Potenza, che consigliava di evitare preoccupazioni e strapazzi, guardarsi dalla polvere e dalle mosche, curare l’igiene della casa e della persona, disinfettando in particolare la bocca e le mani…
Il basso livello culturale della popolazione evocò persino la figura dell’untore, come esposto in un telegramma dal sottoprefetto di Lagonegro: «E’ venuta diffondendosi insistentemente voce che germi di malattia siano sparsi dagli internati, alcuni dei quali sarebbero stati visti girare in città nottetempo. Stop. Cercato far comprendere al pubblico direttamente ed a mezzo di più influenti cittadini e clero assurdità tali supposizioni». Ciò avvenne con scarso successo, anche se ovviamente non fu preso alcun provvedimento.
E’ plausibile che l’arretratezza sociale, igienica e culturale abbia avuto un ruolo nel divario di incidenza tra nord e sud, non solo all’interno della nostra penisola, ma anche in Europa, dove, per esempio, la mortalità in Germania e Inghilterra fu inferiore di circa un terzo rispetto a quella rilevata in Italia.
…e una pandemia virtuale
Dopo anni di stagioni influenzali miti e a basso o bassissimo impatto emotivo, il 2004 si apre con una preoccupante novità: « Ancora un allarme sanitario dall’estremo oriente. Non c’è solo la SARS. L’umanità assediata dai virus degli animali. L’”influenza dei polli” ha già ucciso tredici persone in Vietnam.» (La Stampa 16/01/2004)
«Virus dei polli, minaccia mondiale» (La Repubblica 28/01/2004)
La trasmissione del virus H5N1 dai volatili all’uomo è effettivamente un fatto nuovo e degno della massima attenzione. In realtà vi sono stati solo 13 casi in estremo oriente, in persone che vivevano in stretto contatto con i polli e in precarie condizioni igieniche, ma l’alta mortalità, 10 casi in tutto, e la parentela coi virus dell’influenza umana giustificano l’interesse da parte delle autorità sanitarie.
Dopo aver ricordato l’insorgenza di nuove malattie infettive, dall’AIDS alla SARS, e aver evocato lo spettro della «morte nera» del XIV secolo e, naturalmente, della spagnola, i mezzi di comunicazione di massa mettono l’accento sulla necessità di provvedimenti preventivi. Mentre si fanno stragi di milioni di volatili in Asia, vengono segnalati focolai di infezione in allevamenti italiani, e il Ministro della salute, Girolamo Sirchia, afferma: «siamo pronti ad alzare il livello di controllo negli aeroporti» e blocca le importazioni di carni dalle zone colpite (La Stampa 28/01/2004). Nel frattempo, gli esperti si premurano di rassicurare che «l’OMS ha isolato tre ceppi del virus e il vaccino potrebbe essere prodotto in pochi mesi» come affermato su Repubblica del 2/2/2004; tuttavia i tempi del vaccino non si riveleranno così brevi. Infatti, a distanza di oltre un anno dal titolo «Aviaria, pronto un vaccino per l’uomo» (Repubblica 28/10/2005), si annuncia che l’Istituto Pasteur di Parigi e la Chiron Vaccines negli Stati Uniti stanno lavorando a un vaccino la cui sperimentazione sull’uomo inizierà nel settembre 2006. Ma il Corriere della Sera del 15/4/2007 informa che «almeno 16 grandi aziende farmaceutiche stanno lavorando all’ipotesi del vaccino».
Tornando al 2004, l’allarme continua in modo sistematico, rievocando gli spettri del passato: «All’inizio del secolo scorso le vittime furono venti milioni. Il nostro sistema immunitario è inerme. Si rischia una pandemia più devastante della Spagnola» (La Stampa 29/9/2004).
I risultati di tale campagna non si fanno attendere: in un paese in cui il livello medio di comprensione scientifica è basso, mentre l’attenzione culinaria è altissima, l’aviaria viene correlata ai polli tout court, la cui vendita vede un crollo verticale. Alla fine del 2005 erano 19.000 le tonnellate di carne di pollo invenduta da surgelare.
Vengono intanto rispolverati gli antivirali, tra cui lo zanamivir e l’oseltamivir. Il secondo sembra essere più attivo sul ceppo H5N1, e tanto basta per scatenare l’incetta del farmaco; è inutile ormai ricordare che «l’uso scriteriato degli antivirali accresce la resistenza del virus a questi farmaci: in caso di pandemia potremmo trovarci con in mano un’arma spuntata, e oggi non ne abbiamo altre» (Corriere Salute 10/10/2004).
I titoli dei quotidiani sintetizzano bene quello che accade: «Farmaci e vaccini presentano un ottimo potenziale di crescita per il giro d’affari della Società. Il virus dei polli contagia le Borse. Su le quotazioni delle case farmaceutiche impegnate nella ricerca» (La Stampa 5/9/2005); «I farmacisti svizzeri prime «vittime» del virus dei polli. Rivenditori ticinesi tempestati di telefonate dall’Italia» (Corriere della Sera 16/10/2005); «La psicosi della pandemia: centinaia di richieste e prenotazioni e c’è chi espatria nel Canton Ticino per cercare il medicinale introvabile. Contro l’aviaria i novaresi vanno in Svizzera» (La Stampa 18/10/2005). 40 governi ordinano decine di milioni di dosi di antivirale, mentre i paesi asiatici come India, Thailandia e Taiwan, gli unici ad avere reali motivi per procurarselo, sono decisi a produrre un generico ignorando il brevetto. Si verifica insomma una replica di quanto succedeva in passato durante le vere epidemie: un’incetta di cibo e generi di prima necessità da parte dei ricchi, a scapito della massa di poveri.
Epilogo
«Che fine ha fatto l’influenza aviaria?» si domanda il Corriere della Sera il 15/4/2007. In effetti non se ne parla più, anche se in realtà ha continuato a infettare i polli e a provocare sporadiche trasmissioni all’uomo: a maggio 2008 si contavano 385 casi con 243 decessi. L’interesse per il oseltamivir è scemato, ma in suo soccorso ecco giungere le Olimpiadi. Per tale evento la casa produttrice elargisce un «contributo educazionale» per stampare un opuscolo dal titolo MediCINA 2008: in esso, dopo aver ricordato che in Cina vi sono stati 30 casi di influenza aviaria nell’uomo, con 20 morti (in una nazione di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti!), si afferma che «i viaggiatori dovranno mettere in valigia farmaci antivirali in grado di contrastare l’infezione da influenza stagionale e quella dovuta a virus aviario H5N1 (…) come l’oseltamivir».
Le ultime linee guida per la sindrome influenzale, pubblicate dal Ministero della salute nel maggio 2008, dichiarano, però, che non vi è dimostrazione dell’efficacia protettiva degli antivirali per la profilassi post-esposizione a casi di influenza aviaria. Inoltre benché l’oseltamivir sia l’unico raccomandato nella terapia dei casi di infezione umana da virus H5N1, in base ai pochi dati disponibili attualmente il tasso di sopravvivenza nei soggetti trattati non è significativamente superiore a quello dei soggetti non trattati.
Resta, poi, da discutere l’opportunità di banalizzare l’antivirale, riducendolo a un farmaco da viaggio da assumere senza parere medico,.
Bibliografia
Giorgio Cosmacini. Medicina e sanità in Italia nel ventesimo secolo. Dalla «spagnola» alla seconda guerra mondiale. Laterza: Bari, 1989.
Luigi Luccioni. L’epidemia di Spagnola in Basilicata (1918-1919). Rionero in Vulture: Calic Editori, 2000.
La gestione della sindrome influenzale. Linea Guida. Istituto Superiore di Sanità, maggio 2008.
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abstractFlu epidemics of the past and of the present
Influenza is a highly infectious viral disease: new subtype variants of the virus appear from time to time and some influenza epidemics of the past were devastating diseases that killed millions of people. The 1918 flu (the so called Spanish flu) was a pandemic (the virus caused illness at epidemic levels involving the population of more than one country). While nowadays, for healthy individuals, ordinary influenz’ or human influenza is usually self-limiting with recovery in 2 to 7 days, in recent times, fear of a new pandemic took hold with the occurrence of cases of both poultry and human avian influenza. It is likely that pharmaceutical market needs have a crucial role in increasing this fear. Key word:influenza; virus; epidemic; pandemic |
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