Franco Lupano<br />Medicina generale<br />Trofarello (To)<br />Nel 1828 Giuseppe Maria De Rolandis pubblicò una raccolta di dati medici e statistici su dieci anni di attività come medico condotto nelle campagne dell’Astigiano, dove troviamo il brano seguente:<br />La pellagra infatti, che da qualche lustro tanto si è propagata, assale sempre miserabili, mancanti i quali di congrue dimore, gli uni cogli altri accatastati, spesso dividendo le loro spelonche con succidi animali, da immodici non interrotti lavori oppressi, ai cocenti dardi d’infuocato sole, ed alle repentine atmosferiche vicissitudini esposti, tutto il giorno affaticantisi, onde procacciarsi meschino vitto di mal cotta polenta, di flatulenti fagiuoli, o di semplice erba, con acqua di guasto inacidito vino tinta l’inaridite fauci umettando, le stanche membra da pezzenti stracci mal coperte, di tutto privi, fuorché di prole, la qual famelica chiede pane, vegetano gli infelici penosa vita fra gli stenti, ed i bisogni.<br />Questo quadro a tinte forti della vita monferrina di duecento anni fa descrive in modo compiuto il contesto nel quale nacque e si diffuse la pellagra: l’ambiente rurale, l’alimentazione a base di farina di mais, la carenza quasi totale di proteine animali, condizioni igieniche scadentissime.<br />Un altro medico condotto, attivo nei comuni veneti di Albignasego e Maserà nel 1831, illustrò chiaramente le costanti che portano alla malattia. Infatti egli affermava di aver constatato che «a svolgere una siffatta predisposizione vi contribuissero precipuamente gli alimenti scarsi di validi principii nutritivi e particolarmente quelli che risultavano o privi affatto di glutine, come la polenta, o almeno assai scarsi». Aggiungeva come elemento determinante che tali alimenti erano «con troppa uniformità continuati» e soprattutto «assai di rado variati con alcuni dei migliori come il pane ed i carnami».<br />La malattia viene identificata come una nuova entità nosologica intorno alla metà del ‘700 e ben presto se ne riconosce il legame con il diffondersi della coltivazione del mais. Tra le prime descrizioni di casi clinici di pellagra troviamo quelle di Gaetano Strambio, che registrò tutti i casi da lui osservati durante i tre anni di vita del pellagrosario di Legnano, dal 1786 al 1788, di cui fu direttore. Eccone uno:<br />Giuseppe Vignate da S. Giorgio, di circa 50 anni, già trattato l’anno scorso con apparente miglioramento, rientra all’inizio di marzo 1786. Preso da delirio a volte declama ad alta voce, a volte si chiude nel mutismo senza rispondere a chi lo interroga; pulsazioni rapide; emana un fetore peculiare da tutto il corpo; lingua arida con fissurazioni; addome a volte teso a volte trattabile con alternanza di stipsi e diarrea.(…) A metà aprile si riacutizza il delirio, l’addome è disteso e compare ulcera da decubito sacrale. (…) Dopo pochi giorni nuovo delirio, lingua riarsa, febbre intermittente, spasmi generalizzati con rigidità nucale. In breve tempo segue il decesso.<br />Altre descrizioni efficaci ci giungono ancora da medici condotti, come il dottor Marenghi, attivo in Veneto intorno al 1870. Ecco quella di una donna di 50 anni, madre di sette figli, contadina.<br />Si fa avanti lenta lenta, curva sulla persona ed inclinata su un fianco. Appena varcato l’uscio siede sulla prima scranna che trova, e tarda a parlare per la stanchezza della strada percorsa. Chiestole che male avesse, adagio, ma senza interruzione, rispose: - E’ un anno che soffro, scotto sempre, sono come nel fuoco tutta quanta, ma le mani e i piedi mi abbruciano addirittura. Ho la persona stanca, spossata: una volta il lavoro mi allietava, ed ora mi consola l’ozio, e quando mi tocca lavorare di proposito mi prende la diarrea che mi finisce del tutto (si mette a pianger dirottamente). Mi va attorno sovente il capo, e se allora non seggo prontamente, cado a terra; mangio, veda, ma son sempre vuota (torna a piangere), sono sempre triste e malanconica e la voglia di piangere non mi lascia mai -. Essa è magra, macilenta, cachettica. Ha la pelle della fronte depidermidata, rossa, scabrosa, in qualche punto solcata da screpolature. Alla tempia, alla radice del naso, di sopra le sopracciglia l’epidermide è sollevata, è bruna. Il dorso delle mani e quello dei piedi sono depidermidati affatto.<br />Sono presenti in varia misura le tre principali caratteristiche della pellagra, definita come la malattia delle tre D: dermatite, diarrea, demenza. La dermatite, che compare generalmente in primavera ed estate con un eritema sulle zone esposte al sole, cui segue la comparsa di lesioni bollose che si ulcerano e quindi cicatrizzano, o di aree ispessite (ipercheratosi) e iperpigmentate; alterazioni generalizzate delle mucose dell’apparato digerente che portano a disfagia, vomito ricorrente e diarrea profusa, con la conseguenza del grave decadimento organico; alterazioni del sistema nervoso che interessano la sfera sensitiva, motoria e psichica: iperestesie generalizzate («sono come nel fuoco tutta quanta”), turbe dell’equilibrio, diplopia e compromissione della sfera psichica caratterizzata da ipereccitabilità, manifestazioni neurasteniche e melanconiche, e quadri depressivi anche assai gravi che portavano frequentemente al suicidio. La malattia può giungere infine a una demenza conclamata con allucinazioni e deliri.<br />Una diffusione quasi epidemica<br />In Italia, le regioni di gran lunga più interessate furono il Veneto, la Lombardia e l’Emilia, seguite, a distanza e a decrescere, da Toscana, Umbria, Marche e Piemonte: tale distribuzione ricalcava fedelmente la prevalenza della coltivazione del mais, e non già la pura e semplice miseria rurale, che era largamente diffusa in tutte le regioni italiane.<br />La malattia era in continua e rapida espansione: la Lombardia contava 20.282 colpiti nel 1839, che divennero 40.838 nel 1879. In tutta Italia nello stesso anno vi erano 97.855 pellagrosi, saliti ancora a 104.067 nel 1881, anno in cui la malattia raggiunse la massima diffusione. Andamento analogo quello della demenza da pellagra, che vede 1.348 pellagrosi ricoverati nei manicomi italiani nel 1877, toccando il picco massimo di 1.746 nel 1883.<br />A livello locale le cifre sono ancora più eloquenti: nel manicomio di Mombello in provincia di Milano si passò da 289 pellagrosi nel 1872 a 429 nel 1880, con un aumento del 50%. Il manicomio provinciale di Forlì, sito ad Imola, aveva 13 pellagrosi nel 1863, ma ben 89 nel 1872, con un aumento di sei volte in dieci anni. Non solo la morbilità era rilevante, ma anche la mortalità: nel 1883 su 6.025 ricoverati per pellagra negli ospedali civili, 923 morirono, cioè circa il 15%. Nelle regioni più colpite la pellagra era ai primi posti tra le cause di morte: in Veneto nel 1881 la sua incidenza come causa di morte fu del 63 ‰.<br />Una simile emergenza sanitaria avrebbe dovuto richiamare le attenzioni dei governi, pre- e post-unitari. Purtroppo, il passaggio dalle informazioni medico statistiche ai fatti comportò tempi non proprio solleciti, tanto che si parla giustamente di «un secolo di incurabilità» e di vuoto istituzionale tra la chiusura del pellagrosario di Legnano nel 1788 e i primi «provvedimenti intesi a diminuire le cause della pellagra» approvati dal Consiglio superiore di agricoltura nel 1880.<br />E’ vero che non se ne conosceva la vera causa, cioè la carenza di niacina o acido nicotinico, scoperta nel 1937 e chiamata vitamina B3. Tuttavia, i dati epidemiologici indirizzavano nella direzione giusta: già Gaetano Strambio nel 1794 affermava che la pellagra «riconosce un concorso di cagioni; che il vitto cattivo ne è la principale, ma che non basta» infatti «altri di egual miseria, e povertà del pasto non diventano pellagrosi […]; ma [il vitto] deve esser cagione, trovandosi la pellagra abbondare in quei distretti, nei quali i contadini sono più miseri, e dilatandosi essa in proporzione dell’accresciuta miseria». Nel 1847 la Commissione per lo studio della pellagra nominata durante l’ottavo Congresso scientifico italiano, comunicava conclusioni basate su dati epidemiologici ed economico demografici, dimostranti particolare acume:<br />«Se è dimostrato che [la pellagra] suole tanto più imperversare quanto più la classe agricola è costretta a cibarsi esclusivamente di esso, se è dimostrato che l’intensità della pellagra è in ragione inversa della promiscuità di altri alimenti colla meliga, è chiaro che debbonsi adottare misure, che sta all’economista, ed allo statista di suggerire, perché la coltura dei campi sia distribuita in modo che lo scarso vitto contadinesco non sia tratto da un solo cereale» e ancora «Se le grandi carestie, le guerre spoliatrici, coll’immiserire temporariamente villaggi mai tocchi prima da pellagra ve la introdussero, scomparendo indi la medesima al ritorno dell’ordinario ben essere (…) è chiaro che vuolsi dai ricchi, dai proprietarii adoprare ogni sforzo perché non venga meno mai la indispensabile sussistenza di coloro che risparmiando agli altri uomini la pena di seminare, di lavorare e di raccogliere per vivere, meritano di non mancar del pane che hanno seminato».<br />Provvedimenti tardivi e deludenti<br />La commissione affermava, in chiusura della relazione, che la soluzione del problema era in mano ai governi nazionali, i soli ad averne i mezzi e il potere, ma quando nasce il Regno d’Italia nulla sembra muoversi, finché non irrompe sulla scena Cesare Lombroso, che trova nelle ricerche sulla pellagra il suo primo campo di interesse. All’epoca, le ipotesi causali più accreditate erano due: una era l’ipotesi carenziale, secondo cui il mais aveva un basso potere nutritivo e quindi il suo uso alimentare quasi esclusivo e prolungato portava a una denutrizione caratteristica; l’altra era l’ipotesi tossica, che nasceva dalla constatazione che spesso i contadini si trovavano costretti a utilizzare farina di mais più o meno deteriorato e ammuffito, a causa della cattiva conservazione, della inadeguata essiccazione o dalla provenienza da terreni alluvionati. Lombroso decide di dimostrare la seconda ipotesi, che ritiene più plausibile, raccogliendo un’enorme quantità di dati scientifici, statistici, epidemiologici, sperimentali, incurante di incongruenze e contraddizioni che ne emergono, insofferente delle dimostrazioni contrarie di avversari, come il noto fisiologo Filippo Lussana, ai quali risponde con vibrate lettere polemiche. Forte del crescente appoggio politico, egli propone un’azione preventiva tutta incentrata sul problema della qualità del mais: la creazione di essiccatoi e di forni per una sua adeguata conservazione, il sequestro del prodotto deteriorato e sanzioni a chi lo commercializza. In definitiva non si occupava del livello economico dei contadini e della qualità della loro alimentazione, ma solo che mangiassero farina di mais non avariata. Nulla di strano che il governo lo appoggiasse, dato che i provvedimenti proposti erano poco onerosi e politicamente accettabili, ignorando completamente il problema della miseria contadina e della vera e propria tirannia dei proprietari terrieri e riducendo il tutto a una pura e semplice questione igienica. Il giovane Stato preferì la teoria scientifica comoda a quella basata su dati epidemiologici più credibili, ma che avrebbe portato a decisioni di eccessivo impatto sugli interessi delle classi più abbienti.<br />Il decremento della malattia non venne influenzata da queste disposizioni, ma seguì, invece, il miglioramento delle condizioni economiche degli agricoltori e la pellagra scomparve quasi totalmente dopo il 1920. <br />Bibliografia<br />De Rolandis GM. Cenni medici statistici della Città e Provincia di Asti, Torino 1828<br />Strambio G. Dissertazioni sulla pellagra. Milano 1794.<br />Lombroso C. Trattato profilattico e clinico sulla pellagra. Torino 1892<br />Lupano F. La pellagra al manicomio: l’ultimo atto di una malattia sociale, in Il Regio manicomio di Torino. Torino: Edizioni Gruppo Abele, 2007.
Malattie di una volta: la pellagra dei contadini
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