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Lincoraggiamento statunitense a vaccinare anche
i bambini sani tra i 6 e i 23 mesi continua a far discutere, ma i dati
disponibili non sono ancora sufficienti a far pendere la bilancia dei
pro e dei contro verso lestensione delle indicazioni a tutta la
popolazione pediatrica.
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Come ogni autunno si ricomincia a discutere del vaccino antinfluenzale. Questanno in particolare, per la prima volta, lAdvisory Committee on Immunization Practices degli Stati Uniti incoraggia la vaccinazione dei bambini, quando possibile, non appartenenti alle categorie a rischio, di età compresa tra i 6 e i 23 mesi di vita. Ed è anche raccomandata la vaccinazione dei conviventi degli stessi bambini. Questo perché le strategie rivolte a gruppi di età definiti sono più efficaci di quelle rivolte alle categorie a rischio: negli Stati uniti, infatti, le coperture raggiunte nelle categorie a rischio in età pediatrica sono insoddisfacenti. Laltra osservazione a supporto di questa strategia è che, sempre negli Stati uniti, il tasso di ricoveri per sindromi influenzali in base alle diagnosi cliniche nei bambini da 0 a 4 anni è stato in media 500/100.000 negli individui ad alto rischio, e circa 100/100.000 in quelli sani, con un picco massimo sotto lanno di vita. Questi valori sono simili a quelli osservati per gli anziani nello stesso paese. Anche se linterpretazione di questi dati è difficile, visto che durante la stagione invernale altri virus, in particolare il virus respiratorio sinciziale, possono essere responsabili di malattie simili allinfluenza, la vaccinazione in questo gruppo di età avrebbe lo scopo di prevenire una quota significativa di ricoveri ospedalieri.
Cosa pensa lItalia
Durante la scorsa stagione il sistema di sorveglianza dellinfluenza ha
fatto registrare in Italia unincidenza per tutto il periodo epidemico
pari a più di 200 casi per 100.000 tra 0 e 14 anni. Questo è stato
il valore più alto degli ultimi quattro anni ed è superiore a
quello osservato nella popolazione degli ultrasessantaquattrenni. Ma allora
vale la pena vaccinare i bambini? La risposta non è semplice e deve tener
conto di più fattori. Lefficacia del vaccino antinfluenzale in
età pediatrica è stata studiata in diversi lavori, e varia da
circa il 50 al 90 per cento secondo il gruppo di età. Se si esamina la
risposta anticorpale alla vaccinazione, la sieroconversione varia anchessa
nello stesso range di valori. Nella maggior parte degli studi disponibili lefficacia
e limmunogenicità dei vaccini sono migliori con laumentare
delletà. Altri studi, inoltre, documentano una riduzione di circa
il 30 per cento degli episodi di otite media acuta associati allinfluenza
nei bambini vaccinati. La tollerabilità dei vaccini in commercio è
molto elevata, e proprio per mantenere al minimo le reazioni indesiderate si
raccomanda lutilizzo di quelli a sub unità o split in età
pediatrica.
Ma mettendo da parte efficacia e tollerabilità, la questione da tenere
ben presente è che il bambino, per la propria inesperienza immunitaria,
subisce numerose infezioni virali a carico dellapparato respiratorio,
e non solo da parte dei virus influenzali. Una recente revisione sistematica
(Demicheli 2002) ha documentato negli adulti una buona efficacia dei vaccini
antinfluenzali nei confronti delle infezioni sierologicamente confermate, che
tuttavia non superava il 24 per cento in caso di sindromi influenzali non confermate
con diagnosi di laboratorio. Dato che non tutte le sindromi influenzali sono
sostenute da virus influenzali, non ci si può attendere dalla vaccinazione
del bambino un beneficio notevole. Bisogna cioè tenere ben distinte lefficacia
del vaccino nei confronti del virus verso cui è diretto, dalla sua efficienza,
che dipende da qual è la percentuale di sindromi influenzali causate
dal virus dellinfluenza. Sulla base di quanto detto, per il momento non
è dunque possibile stabilire quale impatto possa avere una strategia
universale come quella proposta negli Stati uniti sui ricoveri ospedalieri né
se possa avere eventuali ricadute indirette negli anziani, come suggerito da
un ultracitato, ma anche contestato, studio giapponese (Reichert 2001). Inoltre,
aggiungere la vaccinazione antinfluenzale al calendario vaccinale infantile
non sarebbe semplice, perché per ottenere risultati degni di nota sarebbe
necessaria una copertura assai elevata, con un impegno notevole a fronte dei
numerosi obiettivi delle altre strategie vaccinali che non sono ancora stati
raggiunti.
Per ora dunque, in Italia il Ministero della salute raccomanda la vaccinazione
in età pediatrica solo nelle categorie a rischio (vedi il riquadro).
Anche su questo versante, tuttavia, vi sono novità da non sottovalutare
e che potrebbero far rivedere le attuali indicazioni. Da poco, infatti sono
state completate due revisioni sistematiche che riguardano lefficacia
e il beneficio che la vaccinazione può produrre in caso di asma bronchiale
e fibrosi cistica: per gli asmatici non ci sono dati sufficienti per valutare
i benefici della vaccinazione antinfluenzale e anche per i pazienti con fibrosi
cistica quelli disponibili non dimostrano alcun beneficio (Cates 2002, Tan 2002).
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