vai alla home page EDITORIALE -


E’ troppo grasso
il nuovo millennio

Giulia Candiani - Occhio Clinico Pediatria

L’alimentazione è un punto cruciale intorno al quale ruotano gli equilibri familiari
e si modellano gli stili di vita.
Col risultato che l’obesità e il sovrappeso sono sempre più diffusi.

I dati epidemiologici sull’obesità mostrano un aumento costante ed esponenziale, tanto che si è arrivati a parlare di epidemia. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sono ben 300 milioni gli adulti obesi che hanno varcato la soglia del terzo millennio. Sul Journal of the American Medical Association sono appena stati pubblicati i dati statunitensi: risulta obeso un adulto su tre (circa 59 milioni di persone), e i bambini non stanno meglio, visto che tra i due e i cinque anni ben il dieci per cento è gravemente sovrappeso. Malattia del benessere, certo, dello stile di vita agiato – case e scuole riscaldate, automobile a disposizione anche per brevi tragitti, elettrodomestici che minimizzano la fatica – abbinato a offerte di cibi gustosi in quantità. Eppure il fenomeno è solo per metà appannaggio dei paesi più prosperi: ci sono più di 115 milioni di obesi, il cui indice di massa corporea (BMI) è pari o superiore a 30 kg/m2 anche in quelli in via di sviluppo, e questi convivono con i 200 milioni di concittadini malnutriti. In Cina, in soli tre anni, la percentuale della popolazione sovrappeso (BMI tra 25 e 29,9) è passata dal 10 al 15 per cento, mentre Colombia e Brasile hanno raggiunto i livelli massimi di alcuni paesi europei, intorno al 40 per cento.
Nella categoria dei ciccioni si entra con facilità, fin da piccoli: in Italia, su dieci bambini che frequentano la scuola quattro sono sovrappeso e uno è obeso. Purtroppo, complice l’adipostato, una volta che si è sconfinato oltre misura è molto difficile ritornare nei ranghi (vedi anche la rubrica «EBM»).
L’obesità è la tipica condizione per la quale pediatri e genitori sono tenuti a giocare d’anticipo, cercando di prevenirla con una corretta educazione alimentare. Se già non è facile boicottare l’acquisto di merendine preconfezionate e ovetti di cioccolato, in vendita dopo essere stati annunciati da chiassose campagne promozionali, ancora più arduo è convincere i pargoli a sgranocchiare mele al posto di cracker nell’attesa della cena. Spesso ci si riesce solo grazie a una linea morbida: «Yogurt, frutta e carote possono essere consumati davanti alla televisione, perché non sbriciolano» e poi, per non avvallare lo stile di vita sedentario: «La televisione solo per un’ora appena rientrati da scuola».

E’ sparito il bisogno primario
L’intreccio tra cibo e attività fisica è una delle manifestazioni di una relazione assai più complessa tra alimentazione e stile di vita. Il modo di mangiare è rivelatore della filosofia familiare. Il cibo, che nell’epoca del mercato libero e senza frontiere è facilmente disponibile in varietà e quantità (per cui nel grande albergo dell’Africa tropicale viene proposto salmone affumicato a volontà per la prima colazione – suscitando negli ospiti più entusiasmo che indignazione), è sempre più un elemento centrale della relazione di coppia e uno dei collanti familiari a maggior tenuta. Le abitudini alimentari sono quelle che marito e moglie riescono più facilmente (e felicemente) a uniformare: magari la mamma si indigna davanti al piatto di formaggi consumato a fine pasto in compagnia di un buon vino, ma lo fa bonariamente rivelando di fatto un’allegra complicità. Magari il papà protesta per la presenza ossessiva di farro, orzo e grano, ma sotto sotto è orgoglioso di seguire un’alimentazione sana. Certo, i due esempi familiari citati sono quasi all’opposto in termini di rischio di indurre nei figli un’alimentazione sbagliata o eccessiva. Eppure entrambi mostrano quanto il mangiare sia oggi cruciale, e quanto sia impregnato di valori che non hanno più molto a che vedere con la soddisfazione del bisogno primario. Il cibo procura piacere, con il coinvolgimento di tutti i sensi e un evidente richiamo all’oralità come prima gratificazione. Di conseguenza si consuma il cibo sempre meno sulla spinta di istinti primordiali, come la fame, e sempre più per consolazione, in risposta a eventi quotidiani logoranti e stressanti. Gli adulti che, dopo una giornata di lavoro in cui non sono state risparmiate loro le critiche, rientrano a casa e assistono all’eterno battibecco tra i figli, trovano nell’alcol un buon alleato per lasciarsi la giornata alle spalle, o nel cioccolato la possibilità di una botta di buon umore. Ma ecco il contraccolpo: in ossequio alla dea magrezza – che ha nella popolazione femminile le sue vestali, ma che è l’unico vero ideale sociale condiviso – scattano i sensi di colpa. Molte mamme sono quotidianamente esposte al circolo vizioso per cui mangiano per tirarsi su, ma così facendo ingrassano, cosa che le butta giù. Allora si siedono a tavola e digiunano, ma una volta in cucina spizzicano gli avanzi, anche freddi, sperando di non essere viste dai figli ma intaccando la propria autostima.
L’obesità è la conseguenza di un modello comportamentale che ha investito la società dei consumi e che si sta trasferendo alle nuove generazioni. Un modello in cui l’offerta di cibo, effettuata per 24 ore il giorno, è dominante. Tanto che ha finito con il dominare tutti, genitori e pediatri compresi . Sotto la pressione dell’industria alimentare, che procede di concerto con quella della magrezza, ciascuno paga un caro prezzo e lo fa di tasca propria e sulla propria pelle. Il vero punto su cui riflettere, non è che si vuole insegnare ai giovani a rinunciare a una fetta di torta: senza neanche più provare l’acquolina, gli si sta insegnando a rinunciare a una grossa fetta di libertà.

Invia un tuo commento alla redazione di OCP


inizio torna all'inizio
sommario vai al sommario
vai alla home page